Le solite cose

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La vita è questo,
un bagliore
che si spegne nella notte,
quasi non ci fosse nulla
dinnanzi a noi
che segue il senso
naturale delle cose.

È come quell’ora
che sembra dire
che se sai
in che punto esatto
del tempo sei,
non vorresti
mai più chiedere nulla.

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Pin… Pin… Chi è Pin?

Uno strepitio, il pulsare di un cuore solo, richiamò qualcuno. [Sedicente]

Il sentiero

Il richiamo è Calvino, è inutile nasconderlo.
Per descrivere in due parole il mio periodo storico posso dire che lo stato d’animo era questo: mi svegliavo innamorata ed andavo a letto arrabbiata.
E credevo, soprattutto e sopra ogni cosa, credevo… …credevo che il mondo, quello grande o quello piccolo, potessero migliorare, credevo nell’intelligenza, nella sensibilità del genere umano, anche fosse per quel genere che si aggirava intorno a me.
E parlavo, parlavo tanto, gridavo, piangevo, cantavo, ballavo e mi sgolavo ovunque, a scuola, per strada, in piazza. Portavo in giro degli striscioni con iscrizioni creative, estrose, geniali, direi adesso. Combattevo con tutta me stessa e faticavo parecchio per imporre un ignoto senso di giustizia e per portare il mondo alla ragione.
“Scrivi – mi dissero, un giorno – scrivi un libro, scrivi quello che possiedi”.
Al tempo mi sembrava una maniera come un’altra per moderarmi, quasi per sedarmi, e non capivo, non capivo la forza, il vigore e la potenza della scrittura. Adolescente, giovane, illusa; io volevo combattere!

Era stata Fulvia a imporgli di scriverle, al termine del primo invito alla villa. L’aveva chiamato su perché le traducesse i versi di Deep Purple. Penso si tratti del sole al tramonto, gli disse. Lui tradusse, dal disco al minimo dei giri. Lei gli diede sigarette e una tavoletta di quella cioccolata svizzera. Lo riaccompagnò al cancello. «Potrò vederti, – domandò lui, – domattina, quando scenderai in Alba?» «No, assolutamente no». «Ma ci vieni ogni mattina, – protestò, – e fai il giro di tutte le caffetterie». «Assolutamente no. Tu ed io in città non siamo nel nostro centro». «E qui potrò tornare?» «Lo dovrai». «Quando?» «Fra una settimana esatta». Il futuro Milton brancolò di fronte all’enormità, alla invalicabilità di tutto quel tempo. Ma lei, lei come aveva potuto stabilirlo con tanta leggerezza? «Restiamo intesi fra una settimana esatta. Tu però nel frattempo mi scriverai». «Una lettera?» «Certo una lettera. Scrivimela di notte». «Sì, ma che lettera?» «Una lettera». E così Milton aveva fatto e al secondo appuntamento Fulvia gli disse che scriveva benissimo. «Sono… discreto». «Meravigliosamente, ti dico. Sai che farò la prima volta che andrò a Torino? Comprerò un cofanetto per conservarci le tue lettere. Le conserverò tutte e mai nessuno le vedrà. Forse le mie nipoti, quando avranno questa mia età»
[da Una questione privata di Beppe Fenoglio – Rif. Prefazione dell’Autore da Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino]

Se sei così come sei, non è per caso, non è solo l’indole che forgia i tuoi valori e i tuoi umori, non sei solo o meglio non sei solo tu che cresci. Con te cresce ciò che ascolti, ciò che vedi, ciò che vivi e quindi ciò che leggi ogni giorno.
Per questo scelsi di “studiare” e di passare più tempo in biblioteca che in piazza, e scelsi, con amarezza, devo dirlo, di ignorare gli amici del centro sociale e chiudermi in un mondo tutto mio. Un mondo che costantemente profumava di libro appena stampato.
Fu in quel luogo fascinoso che un giorno trovai inciso su un tavolo (quasi fosse un marchio): A Pin, e a tutti gli altri.

Chi era Pin? E chi erano tutti gli altri?

Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano.
[da Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino]

Ero una ragazzina.
Veramente ero una ragazzina e l’unica volta in cui mi ero ritrovata a non capire, era stato quando mio nonno aveva pronunciato la parola “Resistenza” e in quell’occasione, ricordo vagamente lo confesso, per i presenti quasi il tempo si fermò e ne seguì la mia prima esperienza di bullet time.
Lo ascoltavamo tutti con rispetto e devozione mio nonno e io questo lo facevo a prescindere, credetemi. Successe perciò che quando andai da lui per chiedergli se conoscesse un certo Pin la delusione fu cocente, poiché mi disse di non avere la più pallida idea di chi fosse. Io infatti, ingenuamente, pensavo che fosse un suo compagno d’armi e chissà per quale stupido motivo credevo che tutti quelli che erano stati in guerra si conoscessero tra loro.
Per lo meno, questo era il significato che io allora davo alla parola “cameratismo”.

Pin… Pin… Chi è Pin?… Perché lui cammina quella notte per la montagna, prepara una battaglia, ha ragione di vite e di morti, dopo la sua melanconica infanzia di bambino ricco, dopo la sua scialba adolescenza di ragazzo timido? A volte gli sembra d’essere in preda a furibondi squilibri, d’agire in preda all’isteria. No, i suoi pensieri sono logici, può analizzare ogni cosa con perfetta chiarezza. Ma non è un uomo sereno. Sereni erano i suoi padri, i grandi padri borghesi che creavano la ricchezza. Sereni sono i proletari che sanno quel che vogliono, i contadini che ora vegliano di sentinella ai loro paesi, sereni sono i sovietici che hanno deciso tutto e ora fanno la guerra con accanimento e metodo, non perché sia bello, ma perché bisogna. I bolscevichi! L’Unione Sovietica forse è già un paese sereno. Forse non c’è più miseria umana, laggiù. Sarà mai sereno, lui, Pin? Forse un giorno si arriverà ad essere tutti sereni, e non capiremo più tante cose perché capiremo tutto.
[da Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino]

Delusa, tornai in biblioteca e chiesi alla Signora che sostava all’entrata per registrare ingressi ed uscite se sapeva che sulla scrivania, quella in fondo a destra, ci fosse inciso “A Pin, e a tutti gli altri”. Questa si allarmò immediatamente come se l’incisione avesse comportato chissà quale condanna fatale. A me invece non interessavano le conseguenze e le chiesi quindi se sapeva chi fosse questo Pin.
“Certo” – mi disse – “lo sanno tutti chi è Pin”.
Io la guardai stupita e solo il mio orgoglio riuscì a parlare: “Va bene, ma lei da quanto tempo lo conosce?”
“Più o meno da quando avevo la tua età”.
Il mio orgoglio si rasserenò subito ed anche la Signora cominciò a farmi una certa simpatia. Si alzò, andò verso la scrivania maledetta, la guardò con attenzione. In effetti, a parte quell’incisione, il tavolo era immacolato, quasi splendeva sotto il richiamo di pochi raggi di sole. Lei rimase lì qualche secondo. A me sembrò un’eternità e francamente non capivo il motivo di dover stare lì impalati. Come se guardando fisso il tavolo qualcosa potesse cambiare. Improvvisamente però le uscì un suono dalle labbra, qualcosa tipo “mmmm”, si girò verso di me e mi disse: “vieni con me!”.
Non è che la cosa adesso mi interessava granché, anzi mi sembrava proprio una perdita di tempo. Mi sentivo come se avessi preso il treno sbagliato e la direzione verso la quale mi stavo dirigendo non fosse proprio quella giusta. In realtà non avevo idea delle intenzioni della Signora e la seguii mestamente. Questa camminava spedita, portava delle scarpe eleganti blu con un piccolo tacchetto sonoro. Mentre lei camminava le mie pupille si alzarono lentamente dal basso verso l’alto e notai che portava delle calze di nailon trasparenti, una gonna in tono con le scarpe che le arrivava al ginocchio e una camicetta bianca. Era esile, semplice ma elegante, soave ma nello stesso tempo determinata e rigorosa.
Mentre camminava lungo il corridoio della biblioteca, senza neanche voltarsi, mi chiese quanti anni avevo. Io adesso non ricordo la risposta che le diedi in quel momento. Orientativamente posso dire tredici o forse quattordici anni. Di sicuro però in quel momento devo averle risposto sinceramente perché lei mi chiese come mai passavo tanto tempo in biblioteca. Le raccontai in breve la storia della mia vita, omettendo tutti i particolari e, ad un certo punto, la Signora bloccò le sue scarpe, si fermò, mi guardò e sorrise.
Eravamo di fronte ad un vecchio scaffale in legno. In alto, in basso e sui bordi vi era attaccata la stessa etichetta in ottone con su scritto: CALVINO.
La guardai stupita, perché bene o male sapevo chi fosse Calvino, ma fu la prima volta che nella vita percepii quella sensazione terribile che oggi chiamerei “il baratro dell’ignoranza”.
Non dissi nulla, abbassai lo sguardo e lei prese un libro dallo scaffale e mi chiese: “Tu, come ti chiami?”.
Timidamente le dissi il mio nome e lei annunciò: “Giuliana, ti presento Pin! Pin, ti presento Giuliana!”. Mi consegnò il libro tra le mani, io lo guardai con attenzione. Il libro era immacolato, moderno pensai, la copertina era morbida, vi era raffigurato un disegno in pastello che rappresentava due ragazzi esili che indossavano un giaccone gigante, dietro vi erano dipinte delle case tutte colorate e sopra vi era scritto: Italo Calvino – Il sentiero dei nidi di ragno – Einaudi.
Mi sentì come se avessi un tesoro tra le mani. Cominciai a leggerlo e cominciai a crescere.

Ora Pin è solo tra le tane dei ragni e la notte è infinita intorno a lui come il coro delle rane. È solo ma ha la pistola con sé, e ora si mette il cinturone con la fondina sul sedere come il tedesco; solo che il tedesco è grasso e a Pin il cinturone può stare a tracolla, come le bandoliere di quei guerrieri che si vedono nei cinema. Adesso si può estrarre la pistola con un grande gesto come si snudasse una spada, e dire anche: «All’assalto, miei prodi!» come fanno i ragazzi quando giocano ai pirati. Ma non si sa che gusto ci provino quei mocciosi a dire e a fare quelle cose: Pin dopo aver fatto qualche salto per il prato, con la pistola puntata, mirando alle ombre dei ceppi d’olivo, s’è già annoiato e non sa più cosa fare dell’arma. I ragni sotterranei in quel momento rodono vermi o si accoppiano i maschi con le femmine emettendo fili di bava: sono esseri schifosi come gli uomini, e Pin infila la canna della pistola nell’imboccatura della tana con una voglia di ucciderli. Chissà cosa succederebbe se partisse un colpo, le case sono distanti e nessuno capirebbe da dove viene. Poi spesso i tedeschi e quelli della milizia sparano la notte addosso a chi gira nel coprifuoco. Pin ha il dito sul grilletto, con la pistola puntata nella tana di un ragno: resistere alla voglia di schiacciare il grilletto è difficile, ma certo la pistola è in sicurezza e Pin non sa come si toglie. A un tratto lo sparo parte cosi d’improvviso che Pin non se n’è nemmeno accorto d’aver schiacciato: la pistola fa un balzo indietro nella sua mano, fumante e tutta sporca di terra. Il tunnel della tana è crollato, sopra ci scende una piccola frana di terriccio e l’erba intorno è strinata. Pin è preso da spavento prima, e poi da gioia: tutto è stato cosi bello e l’odore della polvere è così buono. Ma la cosa che lo spaventa davvero è che le rane tacciono d’improvviso, e non si sente più niente come se quello sparo avesse ucciso tutta la terra. Poi una rafia, molto distante, ricomincia a cantare, e poi un’altra più vicina, e altre più vicine ancora, finché il coro riprende e a Pin sembra gridino più forte, molto più forte di prima. E dalle case un cane abbaia e una donna si mette a chiamare dalla finestra. Pin non sparerà più perché quei silenzi e quei rumori gli fanno paura. Però un’altra notte tornerà e non ci sarà nulla che potrà spaventarlo e allora sparerà tutti i colpi della pistola anche contro i pipistrelli e i gatti che girano a quell’ora intorno ai pollai.
[da Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino]

Così conobbi Pin e anche gli Altri.
Poi conobbi Calvino, tutto Calvino…e con lui, per naturale conseguenza, tutti gli Altri.
Tornai dai miei amici del centro sociale e oltre che a studiare, ripresi a parlare, gridare, piangere, cantare, ballare e ripresi a sgolarmi ovunque, a scuola, per strada, in piazza.
Ripresi a credere… solo che, mentre prima credevo nell’uomo e ai suoi ideali, adesso credevo nell’uomo, ai suoi ideali e alle sue paure.

Questo non è un esercito, vedi, da dir loro: questo è il dovere. Non puoi parlar di dovere qui, non puoi parlare di ideali: patria, libertà, comunismo. Non ne vogliono sentir parlare di ideali, gli ideali son buoni tutti ad averli, anche dall’altra parte ne hanno di ideali. Vedi cosa succede quando quel cuoco estremista comincia le sue prediche? Gli gridano contro, lo prendono a botte. Non hanno bisogno di ideali, di miti, di evviva da gridare. Qui si combatte e si muore cosi, senza gridare evviva.
[da Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino]


Ritorni

Valentina - Crepax

Valentina – Crepax


Sono io e sei tu,
come le nuvole e la pioggia
siamo noi
in un tempo lontanissimo.
Siamo noi soli
e null’altro intorno.

Quello
esattamente quello
io lo so,
è il tempo
è il luogo
in cui voglio andare
per tornare
e nuovamente guardare
le immagini
i suoni e i silenzi
che conservo immobili
nella mia mente
come onde arginate
in riva al mare.