La porta è aperta

Luna

La porta è aperta.
Dono uno sguardo all’orizzonte,
allo splendore del mare che immobile
giace
passivo sull’aurora della Luna soave.
Non siamo vicini
affatto io e lei – amanti nel tempo
subiamo la stessa luce,
sopportiamo la stessa angoscia.
È una Dea dagli occhi dolci
ansimante passeggera
fugace al mio destino.

Oh vecchia Luna,
ti prego, urla per le onde di questo mare
scendi e rischiara questo cielo
quando giungerà il giorno te ne potrai andare.
Dolcemente saziami della tua luce immonda
guidami per queste desolate strade,
spegni tutte le false stelle
donami il tuo tempo – ancora una volta
per l’ultima volta, esci la tua lama.
Senti come tutto tace, di sicuro
ci sarà pace intorno a noi
e tu finalmente mi potrai toccare.

Fino alla nausea
ci ameremo, vedrai
ne varrà la pena
ci guarderemo – sordi alle voci intorno,
come animali vivremo questo sogno.
Fumando sulle scale
mi sfiorerai, sentirai il mio profumo
e tutti ci guarderanno stupiti,
non capiranno il dono aspro,
la passione, la pena, il tormento,
quella voglia maledetta
penetrata fino al cuore.

E poi mai più
giuro, ti lascerò entrare
e profanare il mio mistero.
Tra terra e sale ti potrai sfamare
e mai più potrai bere dalle mie labbra.
Per l’ultima volta, con l’ultima speranza
avanza con forza, irrompi fino alla fine
fino al buio più buio.
Domani chiuderò la porta
e per nulla al mondo ti lascerò passare
e tu – ferita, sudata e stanca
tornerai al tuo duplice cielo.


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Limite fatale [di Anna Andreevna Achmatova]

da La grande bellezza di Paolo Sorrentino

da La grande bellezza di Paolo Sorrentino

C’è nel contatto umano un limite fatale

C’è nel contatto umano un limite fatale,
non lo varca né amore né passione,
pur se in muto spavento si fondono le labbra
e il cuore si dilacera d’amore.

Perfino l’amicizia vi è impotente,
e anni d’alta, fiammeggiante gioia,
quando libera è l’anima ed estranea
allo struggersi lento del piacere.

Chi cerca di raggiungerlo è folle,
se lo tocca soffre una sorda pena…
ora hai compreso perché il mio cuore
non batte sotto la tua mano.

Anna Andreevna Achmatova

 


Sono a 100: questo fino a ieri era il mio segreto.
Sedicente


Tanti piccoli fogliettini

E arriva la notte, che è solo l’altra forma del giorno.
Che è solo l’altra forma della notte.
(M.C. Escher)

Stanley Donwood's Haunting Holloways

Stanley Donwood’s Haunting Holloways

Scrivevo quasi ogni giorno delle piccole lettere in tanti piccoli fogliettini e vivevo in quelle parole. Tutto il resto, tutte le mie occupazioni giornaliere non erano che fatti futili e banali come fermate di uno squallido autobus programmate sul calendario del Comune. Tutto ciò che osservavo, vedevo, sentivo sembrava avere un’aria apatica e fiacca, quasi che tutto fosse uscito da un teatro di marionette.
Quando scrivevo sentivo in me qualcosa di esclusivo, il mio era un mondo privato che mi distingueva da quel nulla comune che scorgevo ovunque. Vivevo così, come in un’isola segreta piena di colori splendidi e meravigliosi e dalle mie parole emergeva il torpore del giorno che mi opprimeva.
Mi tornava spesso in mente il pesante ferro da stiro di mia nonna, che a fatica spingeva sul tavolo della cucina. Su quel tavolo riponeva un telo e sopra il telo un altro telo, e un altro ancora. Sospirava, mi guardava con occhi tristi, arrossati dal pianto, e sorrideva, quasi per scusarsi. Inutile a dirsi che ero lontana anni luce da lei e da quel tempo infantile, così come ero lontana dal valore quotidiano di ogni cosa.
Quando vivi da sola (non per forza da sola) trovi quei rimedi che ti aiutano ad oltrepassare il tempo, sorvolando sulla luce del sole. Poi viene la sera, gradualmente ti si pone dinnanzi il tuo mondo, il tuo magnifico e fantastico mondo.
Dici di essere stanca, è solo che il corpo è tornato da te, lì dove deve stare, e comincia a riflettere e tu avverti il pensiero di ogni tuo piccolo muscolo. Tutto in te prende vita e senti che ciò che ti porti dietro ha una valore, un sentimento, un pensiero, una parola.
Il pensiero del mio corpo divenne per me uno di quei stratagemmi che ti devi inventare per eccitare quell’egoistica sofferenza che ti chiude sempre più nella sacra cripta del tuo stupido orgoglio.
Scrivevo quindi ogni suo pensiero e lo scrivevo in tanti piccoli fogliettini, ma nella notte, piano piano, il sentimento nostalgico diventava sempre meno cosciente e a poco a poco scompariva per lasciare il posto a quell’unico spazio veramente segreto, che solo io potevo conoscere: l’animo oscuro.
Chiudevo le porte e le finestre, mi incamminavo verso la tastiera di un computer e lì la vita spariva lasciando il posto ad un vuoto impegnato.
Digitavo parole su parole descrivendo così i segni appassionati del risveglio della mia anima. Scrivevo in terza persona perché la prima si era smarrita sulla luce del giorno. Il mio corpo brancolava nel buio e inutilmente cercava qualcosa di nuovo, qualcosa su cui appoggiarsi. Il muro delle mie preoccupazioni quotidiane si frantumava e le ore della mia esistenza si disperdevano, prive d’intima unione.
La mia mente invece era in uno stato di idillio e scrivevo un breve racconto o un poema epico romantico o una serie di poesie. Di certo mi sentivo più sola che mai, ma in quel cruccio c’era un sottile piacere, la fierezza di fare qualcosa di non comune, di servire quasi una divinità ignorata. Leggevo ciò che scrivevo e allora, finalmente, eccola l’emozione; l’inadeguatezza del giorno lasciava il posto a me che provavo le stesse pene d’amore dei miei eroi, arrossivo rileggendo le loro parole, il mio cuore accelerava i suoi battiti per ogni loro gesto e i miei occhi brillavano così… a vederli vivi, i miei eroi.
Provavo, per qualche impulso interno, delle sensazioni che si slegavano dal solito stato d’indifferenza del quotidiano vivere. Non erano solo reazioni encefaliche, era ciò che chiamiamo carattere, anima, tutto il contrario insomma del casuale, del fortuito o dell’involontario.
Io lo sapevo che un giorno gli eroi mi avrebbero rapito, mi avrebbero portato nel loro mondo senza che mi venisse mai concessa una scelta, perché il senso della stessa scelta stava nella loro semplice e spontanea esistenza. Alcuni erano ricordi, altre fervide fantasie, ma ciò che importava veramente era il loro vivere che invadeva lo spazio intorno, mutando del tutto la realtà.
Le parole, tutto questo, non riuscivano a narrarlo, vi era qualcosa nella loro presenza di assolutamente muto, come un groppo alla gola, come un’idea appena percettibile e, se proprio si volesse a tutti i costi esprimerlo, era come guardare attraverso una lente d’ingrandimento da cui non solo tutto appare più evidente ma si scorgono anche cose che nella realtà, così come la vediamo, non esistono affatto.
In questi momenti oscuri anche le serrature di tutte le porte di casa attraverso cui passavo si chiudevano automaticamente e, solo in lontananza, oltre i muri, le ombre dell’oscurità montavano di guardia impedendo il passaggio dell’umano sentire. Dal giardino fuori, di fronte alla finestra, volteggiava una foglia, il buio sembrava scansarsi ed arretrare per portarsi avanti sfacciato e subito dopo interrarsi, stabile e fisso come un muro. Era un mondo a sé, quel muro; era atterrato sulla terra cancellando ogni traccia dell’umano vivere.
Ogni tanto, conquistata dal terrore, chiedevo al mio corpo di muoversi, di alzarsi, di dirigersi fuori, respirando cercavo un contatto umano che potesse testimoniare in qualche modo la mia presenza terrena, ma la foglia era sempre lì e la luna, sempre lì, la stessa, che giaceva immobile. Per un po’ i miei pensieri tacevano dando spazio ad altri sensi: un motorino lontano, una risata di donna e l’odore dell’erba bagnata. Tutto questo accade o era già accaduto o ancora dovrà accadere da qualche parte? In quel mondo in cui tutto sarebbe dovuto mutare, nulla mai cambiava veramente; la vita era troppo impegnata a cogliere ogni singolo giorno, lasciando a me la notte e i suoi pensieri.
Impossibile dire che cosa accadeva; era come l’ombra che il tormento proietta dinnanzi a sé. Un’ombra organica, una gestazione concentrata su un unico punto, lancinante… E d’altra parte è un niente, una sensazione cupa e indefinita, una spossatezza, una paura spezzata in tanti piccoli fogliettini.