Grazie!

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

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Ecco un estratto:

Un “cable car” di San Francisco contiene 60 passeggeri. Questo blog è stato visto circa 1.800 volte nel 2014. Se fosse un cable car, ci vorrebbero circa 30 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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Il cielo dove tu guardi

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Questo e non altro ricordo:
una danza di polline al vento
sopra un bianco cielo mite.
Al di là di ogni nostra parola
giace un silenzio quieto
che con dolore calmo avanza
oltre il fiato nel fiato,
sotto le palpebre – al buio.
Tu ricordi – senz’altro
il mio silenzio,
come fosse una preghiera
mentre il tempo ci rapiva
e noi, immobili sotto lo stesso cielo,
soli e ombre
che non intendevano amare.
Per quanto adagio io cammini,
mi muovo – adesso
tra il tuo ritrarti e il tuo cercare.
La tua dolcezza è il tuo sorriso,
è un lampo acceso sul destino
in cui ogni giorno ti prendo e ti ritrovo,
al di là di oggi,
di questa fredda mattina d’inverno
con il gelo
che si scioglie tra le tue braccia.
Tu sei l’artefice dei suoni,
il creatore dei sogni,
tu sei la melodia che si fa musica
in quest’ora che raccoglie tutte le ore
e che raccatta tutte le meraviglie
di cui una sola io ne concedo
per essere il cielo dove tu guardi.

Accordi e disaccordi (di Woody Allen)

Certo che cosa sia un uomo realmente vivo si sa oggi meno che mai.
Sedicente

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«Succedono cose terribili alla gente innamorata, io lo so.» (Emmet)

Riporto Emmet, protagonista del film, perché lo conosco bene. Almeno così penso!
Personalmente ritengo che alcuni personaggi hanno bisogno di qualcuno che ne racconti le gesta, quando magari sono diventati semplici nomi da dare a un sandwich.
Così riprendo Emmet Ray che è uno di questi personaggi, cioè è uno di quelli che vive ai margini della fabbrica dei sogni, dotato di un talento immenso ma di una personalità insufficiente a sfruttarne tutte le sue potenzialità.
Nonostante io pensi questa volta che mi verrà veramente difficile raccontarvi di Accordi e Disaccordi lo farò con tutto l’impegno possibile, semplicemente perché è un film superbo, carico di intelligenza e sagacia che riflette profondamente sull’essere intimo di un uomo che combatte visibilmente una battaglia con il suo essere artista. È un film geniale che mette in scena una guerra, un conflitto costante tra sentimenti e passioni, tra cuore e anima.

Emmet Ray (interpretato magistralmente da Sean Penn) è un chitarrista jazz, la cui figura e vita sono ispirate a quelle di Django Reinhardt e nonostante sia un ottimo musicista, Emmet è ossessionato dall’essere il secondo chitarrista jazz più bravo al mondo, giudizio che, sebbene condiviso dallo stesso protagonista, per la venerazione che questi nutre nei confronti dello stesso Reinhardt, non manca di disturbarlo ed inquietarlo quotidianamente.
La dualità Emmet-Django richiama fortemente quella arte-vita, che rappresenta il tema e lo scontro tra narrazione e regia: così Ray Emmet piange ogni volta che ascolta un disco di Django.
Utilizzando sfacciatamente la mia onestà intellettuale ammetto che, per quanto mi riguarda, non è tanto l’artista ad aver attirato la mia attenzione in questo film, quanto invece l’emergere di un contrasto netto tra ciò che egli vorrebbe essere e ciò che realmente è: Accordi e Disaccordi è una storia d’amore intensa, che raffigura il contrasto tra la superficialità del voler essere artisti e la profondità dell’essere umani.
Emmet rientra tra quelle figure a cui Woody Allen (mi viene in mente Zelig), regala una vita grazie alla tattica tipica dei racconti orali delle tradizioni popolari che dilatano, spianano e armonizzano; ed anche in questo film, i narratori, tra cui lo stesso Allen, raccontano di un uomo e di una vita creando un ritratto e un’opera d’arte e regalandoci al contempo, l’alimento essenziale per il nostro immaginario: un mito, da amare, ma prima di tutto un uomo da comprendere. È una scelta certamente felice “la narrazione”, che ci permette di avvicinarci maggiormente ad un personaggio che, almeno per certe caratteristiche, si dovrebbe più inventare che vivere.
Sottolineo (ci tengo): Allen ci racconta la vita di Emmet Ray e al contempo crudelmente ci pone di fronte a Django Reinhardt.
Con presunzione al riguardo vi dico inoltre che sia io che il regista sicuramente la pensiamo allo stesso modo, tanto è vero che Woody Allen rievoca Emmet quasi con ironia e indulgenza, tra sarcasmo e ammirazione.
Le mani di Ray Emmet scorrono velocemente sulle corde della sua chitarra ma il suo rapporto con gli esseri umani non risulta altrettanto agevole. Anche i suoi hobbies non sono propriamente ordinari: nel tempo libero il chitarrista jazz appena può corre a sparare ai topi nelle discariche con la sua fidata calibro 45 e nutre una passione ante litteram per il “trainspotting”. Allen lo segue fedelmente nei momenti clou delle sue giornate: al bar, al tavolo da biliardo ed ovviamente in scena, tra gli applausi autentici che cospargono una gavetta infinita.

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Emmet Ray vive la propria condizione di artista attraverso questa ambivalenza e tensione verso i fasti di un’arte alta e l’irrimediabile bassezza a cui è costretto l’essere umano. Una scena particolarmente simbolica in tal senso si svolge non a caso sul palcoscenico dove Emmet si dovrà esibire: desideroso di studiare per i suoi spettacoli un ingresso in scena degno dei grandi teatri di Broadway, Emmet si fa costruire una gigantesca luna gialla, con tanto di seggiolina incorporata, che dovrebbe calarlo in scena dall’alto. Pur essendo stato avvisato del possibile pericolo, Emmet cadrà invece fragorosamente sul palcoscenico all’inizio dello spettacolo, generando risate e ilarità tra il pubblico e questi, tristemente, si ritroverà a bruciare la luna in un bidone della spazzatura, in un vicolo buio.
Il ritratto è quello di un sentimento agrodolce, di un uomo sottomesso a se stesso e ai propri sogni.

«Prima o poi tutti i sogni vanno in fumo» (Emmet)

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Apro una nota e chiedo venia adesso per non avervi descritto prima l’ambiente cinematografico e il periodo in cui è vissuto Emmet, ma nutro comunque nei confronti dei pochi veri lettori una notevole fiducia nelle loro capacità, tale da credere che nessuno di voi possa aver immaginato Emmet tra i palazzi della citta di Nabat di Star Wars. Se ci tenete poi particolarmente, potete ricominciare dall’inizio e rileggere tutto immaginando Emmet nei locali tipici dello swing, durante gli anni della grande depressione, dove Ray entra in contatto con un ambiente molto vario popolato non solo da musicisti ma anche da loschi individui e focose amanti.
Credo che Woody Allen, con l’ausilio di una splendida scenografia, volesse realizzare una fiaba sull’era del jazz e su un artista capace di catturarne lo spirito malinconico; il suo è un omaggio affettuoso, tenero e nello stesso tempo pungente, agli artisti dimenticati.
Da qui rientra perfettamente anche la descrizione della vita sentimentale di Emmet, assolutamente disinteressato ai legami impegnativi, perché lui è un artista: appare legato alle donne da un rapporto di bisogno nevrotico ed insofferenza maniacale ed endemica.

«Io con le donne ci sto bene, le amo, solo che non mi servono… credo che succeda così quando uno è un vero artista.» (Emmet)

Eppure nonostante si opponga alla vacuità dei sentimenti, più per curiosità che per vero interesse, comincerà una storia con una ragazza muta, la fedele lavandaia Ettie (una Giulietta Masina teneramente interpretata da Samantha Morton), che lo amerà profondamente e che subito gli si affeziona, attratta dalla sua fantasiosa personalità. Essendo muta ma intensamente espressiva, Hattie procede quasi da contrasto visivo, perché lo sguardo è chiamato a posarsi quasi esclusivamente su di lei: guida la nostra attenzione e la muove su Emmet di cui modula qualsiasi parola o movimento e suggerisce il ritmo dell’azione quando la scena li vede entrambi coinvolti. Ma la ragazza è anche l’oggetto passivo del gretto pavoneggiarsi di Emmet: è divertente sentirlo farneticare, assistere alla sua grossolana vanità e osservarne il riflesso nell’espressione innocente di lei, la cui dolcezza assimila e altera ogni volgare scherno di Emmet, riducendolo quasi ad un ridicolo furfante.

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Hattie quindi diventa così un soggetto attivo nel decidere i presupposti per un cambiamento nella vita di Emmet e conseguentemente nella sua arte. La sua presenza prima e il suo abbandono poi determineranno inevitabilmente dei mutamenti. Sarà lei a muovere Emmet verso la sofferenza e con la sua dolcezza e il suo affetto trasformerà l’artista talentuoso in artista umano, nelle cui note scorrerà il fluido emozionale della vita.
In un focoso scontro intimo Emmet però ingenuamente sceglie di non piegarsi ai sentimenti (almeno apparentemente) e così quasi sfrontatamente andrà con altre donne. Nonostante ciò Hattie rimane con lui e lo segue fino ad Hollywood, dove lei ottiene una piccola parte in un film d’avventura. Invidioso Emmet, per reazione quasi, si avvierà verso una relazione con Blanche, donna sofisticata ed egocentrica che, più che amarlo, è interessata alla sua figura di virtuosista della chitarra.
Blanche (ora mi viene da dire che non poteva essere altri che Uma Thurman), eternamente funestata dalle velleità artistiche, non potrà mai comprendere la contrastata natura umana di Emmet e l’evidenza di ciò sboccia in uno dei dialoghi più divertenti del film.

Blanche – Vorrei fare la puttana per un anno, uno soltanto.
Lui – Bhè semmai ti servisse un manager. Ah guarda che bellezza…
Blanche – Ma cos’è questa fascinazione per i treni?
Lui – Come sarebbe?
Blanche – Cioè senti uno stimolo a partire? A lanciarti verso destinazioni ignote?
Lui – Ma per fare che?
Blanche – Cerchi forse di ricatturare le sensazioni evanescenti della tua fanciullezza, come quando sognavi favolose città che restavano inafferrabili?
Lui – Non voglio ricatturare nessuna fanciullezza…faceva schifo!
Blanche – Bhè allora deve essere per forza la potenza della locomotiva. La sola poderosa energia sessuale che suscita la tua mascolinità…le ruote…la caldaia infuocata e i pistoni che pompano.
Lui – Sembra che tu voglia andare a letto col treno.

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Emmett tornerà da Hattie (inevitabilmente), da cui si sente amato e compreso, ma la vita non sempre aspetta e amaramente, confuso e indeciso, distruggerà istericamente l’oggetto pregiato della sua arte, la sua chitarra. Così alla fine della corsa, superato il suo tormento, lo troviamo solo e…angosciato.

«Che fine ha fatto? Credo sia sparito, come svanito», conclude Woody Allen nei panni di se medesimo.

Ed a noi spettatori resta la consapevolezza che la magia – quella d’un cinema inconfondibile, leggero e pensoso, colto ed elegante, fine e raffinato – si sia una volta di più ripetuta.