Immagina!

Tired of lying in the sunshine
Staying home to watch the rain
And you are young and life is long
And there is time to kill today
And then one day you find
Ten years have got behind you
No one told you when to run
You missed the starting gun
(Roger Waters – Time)

 

Immagina!
Una mattina come altre, forse con qualche nuvola in più, con un po’ di sole in meno e ora che ci penso, con tanto tanto vento. Non è una mattina come le altre. Certo! Non è una mattina come le altre.
Ma perché scusa…come sono le altre?
“Come altre”, suona bene. Romantico, speciale, quasi spassionato.
Insomma…Immagina!
Lei in macchina, lungo lo stradone per andare a lavoro, senza un obiettivo preciso o costante, sennonché ascoltare la sua musica per coprire ogni voce e pensiero.
Ogni respiro.
Sguardo fisso in avanti, lungo la striscia del sole, dritto dinnanzi a sé lo stradone.
E immagina, improvvisamente un muro.
Un muro di macchine ferme e salde. Stabili lì, chissà da quanto. Saldate sull’asfalto da secoli.
Macchine piene di uomini morti, anch’essi lì esamini…defunti stanchi e incazzati.
Immagina…lei frena di botto e sta 5 minuti a pensare: tornare indietro, deviare, cambiare direzione.
E invece no!
Decide di alzare il volume della sua autoradio e volare!
Volare…volare…volare in alto, senza guardare!
Allora…Immagina cazzo! Come si può vedere con la mente, concepire con la fantasia, come si può semplicemente sognare…sognare di volare e dimenticare.

 

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Sistema elettronico anti intrusione

Portishead - The Rip

Portishead – The Rip

Al mio coinquilino, con amore

Ti spiego!

Ecco cosa è accaduto!
L’inverno sembra essere approdato. Vento e pioggia, accompagnati da un fragore di foglie gracchianti, si accaniscono oramai da giorni sulla mia umile dimora (luogo in cui vivo).
Utilizzando quindi un sopravanzo di saggezza e buonsenso, ho ritenuto opportuno posizionare la macchina in un luogo protetto (il garage). Il mio discernimento assennato, per indole, mi ha consigliato!
Umilmente poi, anche amici e parenti di qualsiasi genere e sorta già, nei giorni trascorsi, mi giudicavano in malo modo, considerando le mie gesta trasgressive e folli. Come se il mio essere eversiva riguardasse una crociata senza senno e senza lode!!! Niente di più errato! Ma questa è un’altra storia, bella sì, ma è pur sempre un’altra storia!
Semplicemente, prendendo spunto da un mio eroe prediletto, che mi ha sempre guidato ed accompagnato per mano in tutti i luoghi scolastici da me solitamente frequentati (per intenderci, quello con il mantello rosso, la tutina blu e un bersaglio stampato sul petto “colpitemi qui”), ho aperto le porte del garage con la cura e la delicatezza tipiche di uno scassinatore di caveau.
Eh si!?! Certe volte però il destino, gli dei, la vita stessa osano venirti contro! Ma se ho peccato (giuro) l’ho fatto con umiltà!
Aprendo le porte, uno schioppo improvviso stordii tutte le belve del luogo a me circostante e guadagnò anche la mia attenzione. Cosa poteva essere accaduto? Mi guardai intorno alla ricerca di una risposta alla mia domanda precedente. Per farla breve e non divagare, evitai tutte le altre domande.
In terra vidi un oggetto metallico del colore più brutto del mondo (il grigio). Lo presi in mano. Aveva un certo peso e sembrava fornito di una notevole forza di gravità interiore.
Chissà perché poi, quando non conosciamo la provenienza di un oggetto abbiamo sempre questa tendenza a guardare verso l’alto, come se il cielo e le stelle fossero un grande mercato cinese (o turco) in cui si svolgono pregevoli trattative di natura finanziaria tra commercianti stizziti che ripudiano, lanciandoci contro, oggetti la cui natura risulta a noi insignificante e priva di senso.
Guardai verso l’alto quindi e notai che sulla parte superiore di una delle porte era rimasta una macchia la cui forma (per fortuna) era perfettamente coincidente con l’oggetto che tenevo in mano.
Grazie Dio, perché sei buono, dolce e misericordioso e anche se ho peccato tu sei lì sempre pronto ad aiutarmi e a fornirmi il tuo sostegno. Sei lì! Sei li?
Grazie anche a mamma e papà (ai miei genitori) che, con sudore e pazienza, hanno sempre sostenuto i miei studi e le mie speranze di crescere forte ed intelligente. Più per me che per mia sorella. Grazie!
Grazie a Dio quindi e a mamma e papà, ho percepito che l’oggetto che avevo tra le mani, in una vita passata (non quella con cavalieri o principesse) era sicuramente attaccato alla porta, posizionato sulla macchia. Con intelligenza, ho intuito anche che l’oggetto ferroso doveva avere un qualche rapporto con un filo elettrico che lì vicino sostava.
Ho sempre pensato che Spock (protagonista di una famigerata serie televisiva del movimento cinematografico neo-realistico americano), come fosse un arrotino, si aggirasse per le vie del mondo per fornire soccorso alle menti semplici come la mia. Con vigore ed energia mi infilò quindi tre dita dentro la testa (per il mio bene) e, un’immagine nitida mi apparve subito in mente: il sistema elettronico anti intrusione!
Come un allenatore di pallone (si diceva così fino a pochi anni fa) organizzai uno schema mentale: oggetto ferroso, porta ferrosa, filo elettrico, sistema elettronico. Chissà perché, chissà poi per quale insensato e irragionevole motivo, dopo aver eseguito questo notevole sforzo fisico e mentale, dopo aver radunato lì tutte le più grandi menti e forze della natura, realizzai semplicemente che la cosa non aveva nessuna importanza ed era assolutamente priva di significato.
Uscii dal garage ed andai a dare da mangiare al pesce.

 

Il vento che accarezza l’erba (di Ken Loach)

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È facile sapere contro cosa ti batti, più difficile è sapere per cosa ti batti.

Si rimane stupefatti di fronte a tale bellezza dove la profondità dell’animo umano viene scandita da eventi  cruenti  e immorali dettati da semplici e,  a noi lontani, fatti di guerra.
Parla di guerra Ken Loach nel suo “Il vento che accarezza l’erba”, parla di lotta e descrive con estrema sensibilità la precarietà dei sentimenti umani di fronte ad eventi così nefasti.
Il titolo originale del film è “Il vento che accarezza l’orzo”. Il regista fa riferimento ad un verso della canzone di Robert Dwyer Joyce.¹ 

Arduo era per le parole di dolore prender forma
spezzare i legami che ci vincolano
ah ma ancor più arduo sopportar l’onta
delle catene straniere che ci legano.
E così dissi: la valle nella montagna cercherò
Al mattino presto
Per aggiungermi ai coraggiosi uomini uniti
Mentre dolci venti scuotono l’orzo²

Nella campagna irlandese, su sterminate distese di verdi prati dove i fiori non possiedono il coraggio di crescere, viene girato il film di Ken Loach, il quale da vita alla sua storia con una partita a hurling dove i giocatori non indossano divise, a meno dell’arbitro, che invece richiama i giocatori alla correttezza e al rispetto delle regole. Questo è il filo conduttore attraverso il quale il regista ci conduce in un primo momento violentemente poi, piano piano, dolcemente: il peso e la responsabilità dell’essere uomini sorvolando gli eventi ingiustificabili di fronte a qualsiasi azione ingiusta o violenta che la vita ci impone. Più che una lotta tra fazioni sembra una lotta con se stessi, disegnata in ogni sua sfumatura.
Ken Loach prende spunto dalla guerra di indipendenza irlandese, conosciuta anche come “guerra anglo irlandese” e ci racconta la storia di due fratelli, Damien e Teddy O’Sullivan, il primo, giovane medico, sta per essere assunto in un importante ospedale Londinese, mentre Teddy è il capo di un gruppo di patrioti che si battono per la libertà della loro terra, ancora sotto il dominio Inglese. Il conflitto e lo scontro iniziano sin da subito, quando Damien, nonostante la sua voglia di partire per realizzare il suo sogno, giudicato per questo insensibile dal fratello e dai suoi amici, assistendo alla follia che sgorga in inutili atti violenti della polizia ausiliaria inglese, decide di restare e si affianca al fratello nella lotta armata dell’I.R.A..

Ho studiato anatomia per cinque anni, Dan, e ora sparo a un uomo in testa. Conosco Chris da quando era ragazzino. Spero che l’Irlanda valga questo sacrificio.” (Damien)

È la “causa” adesso che accomuna Damien alla sua gente e di fronte alla difesa tutto comincia ad apparire quasi lecito, ma l’uomo lo sa, conosce il limite innato invalicabile e il regista pone proprio l’accento su quel limite, su quel confine oltre il quale non si torna più indietro. Superato questo si diventa altro. Superato il confine, tutti gli ideali per i quali ci si batte si trasformano in evanescenza pura,  sfumati come vapore fatto di nuvole, come il vento che accarezza l’erba, appunto.
Le differenze quindi tra le due fazioni in guerra, irlandesi e inglesi, diventano sempre più labili, più sottili, si affievoliscono sempre più.  Ecco che mentre durante le scene iniziali del film appare scontato “da che parte stare” esprimendo piena solidarietà agli insorti, adesso, soffrendo e combattendo, diventa difficile, per lo spettatore, capire chi ha torto e chi ha ragione. Anzi, ci si dimentica proprio del torto e delle ragioni e si rimane lì, insicuri e interdetti, quasi in attesa, nella speranza che tutto diventi di nuovo nitido e chiaro, in attesa di concedere ancora la nostra ragione all’uno o all’altro.
Più si combatte invece e più l’uomo scompare. Le ultime tracce di umanità, sentimento e affetto il regista le concede quando i due fratelli vengono presi prigionieri e portati in prigione insieme ai loro compagni. Qui Damien trova scolpiti sul muro i versi di una poesia di William Blake.

[…]
così mi volsi verso il Giardino dell’Amore
che tanti dolci fiori portava;
e vidi che era pieno di tombe,
e pietre tombali dove dovevano essere i fiori;
e Preti in nere vesti andavano attorno,
e circondavano con rovi le mie gioie e i miei piaceri.³

I due fratelli riescono a scappare dalla prigione insieme ad altri, ma sono costretti a lasciare due dei loro compagni che verranno presto fucilati. Da questo momento in poi, anche i sentimenti più forti, come l’amore fraterno e l’amicizia, si perderanno, nascosti tra i rovi delle dure regole del sopravvivere quando non si vuole nient’altro che vivere.

Gesù, Damien, portami via di qui. Non ce la faccio più. Non voglio finire come lei. Io voglio provarci a vivere. (Sinéad, fidanzata di Damien).

Così anche quando si riesce a raggiungere una tregua con il governo inglese, la lotta non si attenua, lo scontro non si esaurisce anzi imperversa sempre più, ampliando quel solco tra la vita e l’essere ancora in vita e i due fratelli diventano sempre più uno lo specchio dell’altro. Più volte adesso viene esposta l’idea che senza socialismo non c’è autonomia e non c’è libertà, che non giova cambiare il colore della bandiera se gli oppressi continuano ad essere oppressi e cambia soltanto il nome dell’oppressore.  La violenza rimane la stessa. Chi tradisce la “causa” viene fucilato senza processo, nemico o fratello che sia.
La “causa”, che prima accomunava ed eguagliava, adesso diviene regina, fredda e spietata, quando ormai tutto il cuore instupidito è sfumato e, tra bruschi passaggi di inquadrature, si spezza violentemente e brutalmente il legame. Il conflitto così assume la sua forma peggiore, divenendo alla fine tristemente fratricida.

Spesso, nei film di guerra è presente un’ipocrisia, laddove si sostiene che essi sono contro la guerra ma poi, gran parte dell’intrattenimento è dato dalle esplosioni e dalla presenza del sangue. Non mi sembra poi così tanto contro la guerra affermare: ”odiamo le uccisioni ma, fintanto che sono sullo schermo, godiamocele. Esiste una lunga tradizione a riguardo che risale al dramma giacobino ma senza la poesia credo che si tratti di un qualcosa di alquanto scadente. (Ken Loach)

NOTE:
¹ The Wind that Shakes the Barley è una ballata ambientata durante la rivolta irlandese del 1798. Narra di un giovane che, avendo preso la difficile decisione di combattere a fianco dei ribelli, è costretto ad abbandonare la sua fidanzata, forse per sempre. Le incertezze e i dubbi che lo attanagliano svaniscono quando gli inglesi uccidono la ragazza: egli, stringendo il corpo morente dell’amata, decide di abbracciare la lotta e di cercare vendetta, senza più dubbi o rimorsi.
² Robert Dwyer Joyce (1830 – 1883) “The Wind that Shakes the Barley”.
³ William Blake (1757 – 1827) “Il giardino dell’amore”.

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