Immagini insensate

Tra tante ambigue verità
seguo solo la mia ombra
come ogni ultima cosa
la osservo muoversi nel vuoto.

Non so quando
non so dove
ho perso l’amore,
forse tra tante parole
o nel silenzio
di una bara schiusa.
Non cerco un senso
non penso
non oso neppure immaginare
che ci sia un limite
in questa mia
storia di ritorno.

Anche la pioggia ha cambiato colore
e odore,
è il colore dei ricordi:
solo immagini insensate.

Il deserto dei tartari [di Dino Buzzati]

“Si vive la vita troppo spesso aspettando che capiti qualcosa di speciale che le dia un senso, gli anni della giovinezza fuggono così nella speranza di dare concretezza ai sogni. Il deserto diventa metafora del futuro, la fortezza il luogo del nostro essere soli, in una terra di mezzo, tra il nostro passato emotivo e sentimentale, che ci lega indissolubilmente alle nostre radici, ai luoghi cari, agli affetti, e il futuro sconosciuto che ci ammalia e ci spaventa, in attesa di un evento decisivo che il più delle volte non arriva mai. E in questa attesa non ci accorgiamo che la vita sta scorrendo, prigioniera di gesti sempre uguali, priva di slanci e di emozioni, in una sequenza di giorni identici, ma è tale l’abitudine, tale la sua schiavitù che nonostante la possibilità di fuggire restiamo inchiodati alle nostre vituperate abitudini ma senza le quali non riusciamo più a immaginare il nostro esistere. E non sappiamo invertire la rotta perché provandoci ci ritroviamo soli, perché nessuno ha aspettato i nostri comodi, gli altri nel frattempo hanno fatto altre scelte, più concrete, forse più semplici, meno eroiche, ma hanno raggiunto la meta senza grosse aspettative, “sanza infamia e sanza lode”. Così la nostra prigione, sebbene sia una prigione, diventa il solo luogo dove riusciamo a stare bene a sentirci al sicuro, perché nulla dobbiamo rischiare, non dobbiamo metterci in gioco, non dobbiamo mutare nulla, solo sperare. Alla fine arriva il momento in cui realizziamo, dall’oggi al domani, che siamo diventati vecchi; e succede che ce ne accorgiamo per un motivo banale, come ad esempio il non voler salire più le scale due per volta, come abbiamo sempre fatto, e che pur avendone ancora la forza e il vigore non lo facciamo più semplicemente perché non ne abbiamo più la voglia, perché il cuore di colpo ha allentato il suo timbro ritmico. Ecco, quel giorno esatto e quel momento preciso sono i punti di non ritorno. E allora verrà la nera signora e ci siedera’ accanto, dovremo mettere le carte in tavola e conferire con lei, che ci chiederà contezza del nostro tempo, di come l’abbiamo speso, e con lei non ci basteranno parole, lei non potrà aspettare le nostre scuse, i nostri tempi lenti. Andrà subito al sodo, e sarà la fine.”

Liberi di scegliere?



Quando effettuiamo una ricerca su Google (o qualsiasi altro motore di ricerca), la condizione dell’anonimato (anche se solo apparente) ci porta ad essere sinceri e a trattare quel dato motore quasi come se fosse un confidente: possiamo fare domande scomode, confessare i nostri dubbi, renderci vulnerabili.
Ricorda un po’ la psicoanalisi. Google ha infatti, così come lo psicoanalista, la necessità di capire quale sia il reale intento che si nasconde dietro alle parole chiave che gli utenti inseriscono nella sua Toolbar di ricerca. Se da un lato deve essere in grado di conoscere profondamente le persone e capire come cercano le risposte ai propri dubbi e necessità, dall’altro deve saper interpretare ed archiviare con precisione quegli stessi contenuti che dovrebbero fornire tali risposte. Questo implica che l’algoritmo viene “calibrato” con molti dati: ad esempio più una persona usa un social network più la piattaforma calibrerà le visualizzazioni personalizzandole sempre di più. L’algoritmo di Google, attingendo dai nostri dati (che volontariamente abbiamo rilasciato), così facendo, ci priva di un confronto con il diverso, proponendoci contenuti che vanno a rafforzare e confermare le nostre idee (confirmation bias) o che ci indirizzano verso determinati target, che si stia parlando di moda, cucina, politica o qualsiasi altra cosa.
Fino a qui la cosa, diciamolo, ci sconvolge si, ma solo un po’.
Incredibile è invece come sia possibile passare dalla sicurezza delle ricerche in rete, allo spietato mondo dei social network, dove al contrario la prima cosa da fare è quella di esporsi al massimo, rendendosi appetibili al popolo, pronto a giudicare positivamente o meno.
Gli algoritmi sono progettati per premiare contenuti che portano a mantenere il più a lungo possibile le persone nel social, allo scopo di estrarre il maggior numero di dati da rivendere. Non vorrei farlo, ma lo faccio (perché io sono condizionata), per citare un famoso documentario “The social dilemma”, se non stai pagando per il prodotto, allora il prodotto sei tu.
L’obiettivo è quello di definire profili ad personam, che possono essere utilizzati da pubblicitari o politici per spostare l’attenzione dello user verso specifici contenuti, alimentando un circolo vizioso da cui il cliente fa fatica ad uscire, trovandosi a circoscrivere tra l’altro la propria gamma di interessi a poche tematiche o personaggi. Tali pericolose implicazioni diventano chiare ai nostri occhi (sempre del loro focus stiamo parlando) osservando contingenze specifiche come quelle delle elezioni presidenziali e amministrative di importanti nazioni, in cui i principali protagonisti della sfera politica potrebbero potenzialmente utilizzare le strutture ad algoritmi con il fine di creare per ogni fruitore dei social una sorta di bolla, un mondo in cui si costruisce una propria verità e proprie motivazioni. Per non parlare poi delle implicazioni ancora più pericolose che i social media hanno sulle giovani menti in formazione.
C’è un nuovo acronimo da attenzionare al riguardo, FOMO: fear of missing out; letteralmente, “paura di essere tagliati fuori”, una forma di ansia sociale caratterizzata dal desiderio di rimanere continuamente in contatto con le attività che fanno le altre persone e dalla paura di essere esclusi da eventi, esperienze, o contesti sociali gratificanti o, ancor peggio, la paura che le altre persone possano fare esperienze gratificanti quando non si è presenti o direttamente coinvolti. Vi è un collegamento importante, difatti, tra FOMO e dipendenza da smartphone: a livello teorico il concetto di FOMO si sviluppa online ed è considerato un segnale predittivo dell’insorgenza di dipendenza da smartphone e sofferenza emotiva.
La teoria dell’autodeterminazione (la propensione naturale basata sul personale mix di conoscenze, competenze e convinzioni, propria di tutti gli esseri umani di trovare una motivazione intrinseca per determinare in modo libero e autonomo il futuro) afferma che il sentimento di parentela o di connessione con gli altri è un bisogno psicologico legittimo che influenza la salute psicologica delle persone. In questo quadro teorico, la FOMO può essere intesa come uno stato autoregolativo derivante dalla percezione situazionale che, a lungo termine, i propri bisogni non siano soddisfatti. Infatti la FOMO comporta il desiderio, che può diventare ossessivo, di monitorare continuamente ciò che viene pubblicato dai nostri amici sui social network per poter rimanere sempre aggiornati. Una dipendenza psicologica dall’essere on line potrebbe provocare ansia quando ci si sente scollegati, portando così alla paura di essere tagliati fuori o persino all’utilizzo patologico di internet. Di conseguenza, si ritiene che la FOMO abbia influenze negative sulla salute e il benessere psicologico delle persone, in quanto potrebbe contribuire a fenomeni depressivi.
Il Web, nato come fantastico strumento di accesso alla conoscenza (Web 1.0) e grande opportunità di costruzione di comunità (Web 2.0), rischia così di trasformarsi in una sommatoria di solitudini molto condizionabili.
I giovani (gli adulti questo lo capiscono?) di solito si sentono a disagio quando percepiscono il rischio di “perdersi” ciò che stanno facendo i loro pari. L’adolescenza è un periodo critico per lo sviluppo, segnato da un aumento significativo dell’importanza che viene data al gruppo dei pari. In questo periodo dello sviluppo, gli adolescenti si relazionano sempre di più con i loro pari e meno con i loro genitori. I legami con i pari aumentano di intensità e le relazioni con loro diventano sempre più intime. Cresce così il bisogno di associarsi con loro e di appartenere a un gruppo. I pari perciò diventano la prima fonte di supporto sociale. Partendo quindi dal presupposto che gli adolescenti e le persone in generale, cercano di soddisfare il loro bisogno di sentirsi socialmente connessi con gli altri; i social network possono essere strumenti eccellenti per gratificare il proprio bisogno di appartenenza e popolarità. Questo perché i media assolvono la funzione di collegare gli adolescenti ai loro coetanei e contribuiscono così alla loro socializzazione. Vien da sé che un maggiore uso di Facebook (ad esempio) è associato al forte bisogno di senso di appartenenza e di popolarità dei ragazzi, sempre più influenzati e condizionati dalle relazioni sociali e dal confronto con gli altri. Gli adolescenti, più sono connessi e sintonizzati con gli altri, tramite l’utilizzo delle nuove tecnologie e degli social media, più percepiscono lo stress e la paura di essere esclusi e respinti dalla propria rete sociale; questo grave stato d’ansia sociale non permette più di valutare di cosa realmente hanno bisogno per essere soddisfatti, ma al contrario, li convince che la loro felicità è legata a qualcosa che gli altri hanno e che loro non possono possedere, ma soltanto desiderare. Ne consegue che per rimanere sempre “al passo con gli altri” gli adolescenti, e non solo, esibiscano nelle varie piattaforme sociali in cui sono iscritti, una vita che non è reale ma “costruita e corretta”; sfruttando qualsiasi occasione quotidiana per apparire agli altri, auto-promuoversi e valorizzare sempre più la propria immagine, a volte anche attraverso forme patologiche e preoccupanti di Narcisismo.
A questo punto arriva la domanda, quella che non avrei voluto fare, ma che si pone da sé: i nostri (vostri) figli, sarebbero cresciuti diversamente, con altri desideri ed aspirazioni, con diverse paure e dipendenze, se non ci fossero stati i social media a formarli? Magari i social media non sono intervenuti del tutto, ma la risposta, per tutti, è “si”. Sarebbero stati dei ragazzi diversi e sarebbero diventate persone diverse. Fino a qui, se vi eravate già posti la domanda, non c’è niente di drammatico, ma è così che avreste voluto che si formassero? O forse lo avete dimenticato anche voi, perché condizionati dall’algoritmo di cui sopra?
Quando arriva un like, il nostro cervello lo interpreta come una ricompensa e rilascia una scarica di dopamina dando forza a quello che viene definito “dopamine-driven feedback loop”. Questo circolo vizioso si caratterizza sostanzialmente con l’interazione con il social di turno che, forte del suo algoritmo, ci spinge continuamente a condividere nuovi contenuti. Successivamente avviene un’azione effettiva (il post, il retweet, il commento, o anche solo il “rallentare davanti ad un’immagine”). Più lunga sarà l’attesa, maggiore sarà la soddisfazione nel momento in cui si riceve una reazione (un like, un follow, un commento) che viene interpretata dal cervello come una ricompensa e che genera quella piccola scarica di dopamina sufficiente ad innescare nuovamente il circolo vizioso, che si protrae nel tempo e che può portare inconsapevolmente ad una vera e propria dipendenza.
Cosa possiamo fare allora? Ormai siamo condizionati, ormai sono condizionati (atteggiamento remissivo). Siamo ancora in tempo? Che importa? Dico io, se qualcosa possiamo fare, allora la dobbiamo fare.
Ridurre drasticamente il tempo passato al cellulare (dando anche il buon esempio), evitando di creare profili social a ragazzi troppo giovani, disattivando le notifiche, seguendo più personaggi politici possibile e ampliando gli interessi seguiti attraverso queste piattaforme. Tutto questo con il fine ultimo di ‘spiazzare’ gli algoritmi ed evitare che ci condizionino oltre misura.
Ci vuole, con una certa urgenza, un’educazione digitale per genitori e figli: va spiegato cosa c’è dietro Facebook (ad esempio), va spiegato come utilizzare i motori d ricerca, va spiegato fin dove arriva la consapevolezza dei pericoli che possono nascere in Rete e soprattutto va spiegato che ci sono alternative così che possano essere liberi di scegliere.

Se volete approfondire l’argomento e volete conoscere le risposte date dai ragazzi, vi rimando a questa indagine e ricerca presentata il 5 febbraio 2019 a Milano durante l’evento “Have your say” nel corso del quale è stato firmato un protocollo d’intesa tra il MIUR e Telefono Azzurro per promuovere l’educazione digitale.

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