Questo è un addio!

A moment's reflection
Ho scoperto che quest’anno il bilancio preventivo dell’esercito degli Stati Uniti è di 633 miliardi di dollari, mentre quello delle forze di pace dell’Onu è solo di 7,8 miliardi. Mi piacerebbe che fosse il contrario, ma la mia opinione non ha nessun peso…credo…
Il barbone, qui sotto, era scomparso da un pò. Non che non ci dormissi la notte, ma un pò preoccupata lo ero. Così ieri ho cominciato a chiedere in giro. Al salumiere, al panettiere e poi al tabaccaio, ma non ne sapevano nulla…”si sarà trasferito”, mi hanno detto.
Qualcosa certo deve essere successo. Potrei anche farmi i cazzi miei, ma non riesco a non pensarci. Una persona che ti saluta e ti sorride ogni giorno (sottolineo “ogni giorno”) credo che meriti un pensiero o anche un pò di preoccupazione…credo…
Così oggi, dopo mangiato, decido di partire in missione di pace e di andare alla ricerca del barbone. Almeno un giro in zona, mi dico.
Cammino, digerisco e cerco.
Gira e rigira lo becco all’uscita del supermercato in via Milano…mhhh…è salito di livello, mi dico.
Mi avvicino, lo saluto e sorrido. Lui sorride, come sempre, ma questa volta sembra più un sorriso d’intesa privo di sofferenza. Lo stesso sorriso che si farebbe ad un vecchio compagno d’armi, per intenderci.
Vedo che possiede anche una seggiola e una copertina. Sembra stare meglio o, per lo meno, più comodo.
Mi fermo, a questo punto.
Gli chiedo. “Ti sei trasferito?”
Lui acconsente.
“Qui va meglio?” Cerco una conferma, almeno.
“Qui non sorride nessuno, però mi danno più soldi”, mi dice ridendo.
Sento il peso delle due euro che ho in tasca.
E’ un addio, questo.
Sorrido e vado via.
Certo che è proprio vero, penso, viviamo sempre dall’altra parte del mondo.

 

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Un buco nel cielo

Arthur Dove - Radiant Sun

Niente di chè

ho solo visto un buco nel cielo.

Ho provato a raggiungerlo

per imparare a volare

ladra della notte

e sfiorarti nemmeno

sussurrarti a un orecchio

risate da bambina.

Stai in ascolto

tra un grido e un coro

e parli e parli

suadente e leggero.

 

Quattro moschettieri dentro una scatola

Che cos’altro al mondo, quale romanzo avrebbe mai l’epico respiro di un album di fotografie?
Günter Grass, Il tamburo di latta, 1959

molto forte incredibilmente vicino

Non sono qui per esporre massimi principi. Non sono un avvocato, né un medico o un filosofo del cazzo. Non voglio avere quella famigerata presunzione di gridare a tutti, in faccia, massime verità.
Eppure, pur ascoltando continuamente i solenni canti dei quattro moschettieri, i pensieri gli rombavano in testa, oramai chissà da quanto, come fossero quasi inviolabili realtà. Roba, insomma, da insegnare ai figli o ai nipoti, pensando così di farli vivere meglio donando loro il sacro dono della felicità.
Sconsacrare le libertà altrui non era poi così faticoso, santificare le proprie però era tutta un’altra storia. Così, nella sua mente, tutti questi pensieri risuonavano e l’eco delle parole sbatteva sui pilastri del vero con enorme portento. Poteva metterci tutta la forza, poteva sborsare solennemente tutti i suoi sentimenti, le sue emozioni, il muro di gomma rimaneva fisso lì e l’intenzione di spaccarlo non lo scalfiva nemmeno.
Adesso, aveva trovato quella scatola. Giaceva sopra un vecchio armadio.
Era una semplice scatola da scarpe, ma una danza di colori sfumati la ricopriva ballando come iride dentro una goccia d’olio.
Prese la scatola con fatica e la tenne in mano per un po’. Non pesava.
Non pesava come pesava tutto il resto. L’elenco era lungo, perso nell’orizzonte delle illusioni brutalmente troncate. Sbriciò dentro e apparì lei.
Lei era andata via, da tanto ormai, e lui non aveva sfiorato nulla da allora. Tutto era rimasto lì, fermo, incontaminato, da quell’agosto cocente e lontano.
Da quell’estate dove il caldo aveva lasciato il posto al gelo di istanti confusi, sciolto su dolci lacrime di vetro spianato. Neppure la notte taceva allora e le stelle ribelli erano tutte esplose tra le sue mani trascinando cristalli spenti sull’asfalto rovente del mattino.
Si sedeva, a volte, sul suo divano con un bicchiere di vino in mano. Ascoltava la sua stessa musica e rivedeva quel film come se non l’avesse mai visto prima.
Erano passati giorni, forse mesi, la scatola gli stava dinnanzi, impassibile e immobile. Conteneva un tesoro meraviglioso. Lui la guardava fisso, come se potesse sfuggire via, volare lontano verso mondi irreali e fantastici. Lei si trovava lì dentro, parte di lei era rimasta lì e lui l’aveva riscoperta.
Paura ed angoscia giacevano silenti sul portico, pronti a varcare la soglia. Doveva armarsi di coraggio e un intero esercito di cavalieri si presentò alla porta. Lui aprì leggermente l’uscio e due raggi di sole penetrarono dentro. Un brivido intenso, ma chissà, forse bastava.
L’aprì allora, con calma, e lentamente scaricò il contenuto sul tappeto.
Eccola dappertutto, quasi a sentirne il profumo, il respiro. Rideva, ballava, saltava, pensava, lavorava e sorrideva, giocava, dormiva, nuotava, suonava e…viveva.
Spesso si era domandato come sarebbe stato se mai lei fosse tornata o se mai lui l’avesse cercata.
Il solco invece era rimasto su sentieri mai tracciati e foglie morte avevano ricoperto le sue strade annebbiate. Gli stendardi del tempo, trascinati dal vento, issavano urla di rancore e non una parola era stata detta. I condottieri combattevano tra loro in cerca di una nave fantasma su cui salpare. Neppure un sogno era stato offerto loro e tra questi appariva lui, triste e impavido, pronto a morire sul campo di battaglia.
Ogni foto ha una sua storia
, si diceva.
Si odiava adesso per aver aperto quella scatola. Conteneva solo dolci ricordi di un mondo infame…trascorso.
Morte allo spirito libero, morte e sepoltura!
Lei le aveva lasciato questo, la scatola, spezzando così la scelta in due parti.
A lui era rimasta la sua parte.
Prese tutte le foto e le mise dentro un’altra scatola. Riportava solo una marca di scarpe quasi anonima. Riprese il vecchio vinile dei quattro moschettieri, lo avrebbe ascoltato per l’ultima volta.
Per l’ultima volta avrebbe ascoltato il loro canto, col solito gusto profano, come fosse miele per le api. Finì il vino e guardò la scatola dei ricordi. Si alzò con sforzo e vi pose dentro tutto, anche i quattro moschettieri. Li pose lì, al sicuro dentro la scatola.
Al sicuro e lontano da un passato trascorso,
al sicuro e lontano da un futuro inventato.
Così si ricordò di sé, di sé che suonava, che rideva, che viveva e pensò…nuovamente.
Nessuno può essere me! Nessuno, neppure io posso…