Una fotografia

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Io invece sono inventata,
incredibilmente inventata
un ideale apparente
a cui piace la sua ombra
che segue in ogni dove
che non ama il reale
le speranze, la sofferenza,
le parole.

Sono fatta così
altrimenti vivrei la tua vita
che non voglio
userei il tuo linguaggio
che non conosco.

Io seguo le tracce
come un corrimano
a cui aggrapparsi e scrivo
perché non sono del tutto sicura
del mio essere vera
e non voglio affatto
che tu comprenda
il mio assoluto silenzio.

Non sono fatta
per pensare da lontano
a tutto ciò che è adesso
o per meditare in ogni istante
su tutto ciò che arriverà.

Io ho già una lettera
bagnata con le mie lacrime
che ancora si deve asciugare
ma da lì è iniziato il mio cielo,
il mio sole e non devi aver paura,
io sono solo una fotografia
che fissa vivo
ciò che già è morto.

 


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Per così poco

Veronica by Flickr

Veronica by Flickr

I miei occhi riflettono
questo strano silenzio
le mie mani
si nascondono in tasca
senza voglia
di cercare altrove.
Si inizia sempre soli
per poi farsi singolari
ma c’è quel punto
oltre il quale
non si può andare
quel punto in cui
nulla è respirare
gioire o errare
e ogni immagine di me
diventa un ricordo ad un senso
che per così poco
si perde
nel sogno di un domani.

 


 

The Who – Love Reign O’er Me – Quadrophenia, 1973


L’onesta Poesia [di Platone]

Vasilij Kandinskij - Cerchi in cerchi

Vasilij Kandinskij – Cerchi in cerchi

 

«Se tieni conto che i poeti soddisfano e compiacciono proprio quello sfogo del sentimento che nelle disgrazie personali viene trattenuto a forza e che ha fame di lacrime e gemiti a volontà fino a saziarsene, dato che la sua natura lo porta a nutrire questi desideri; al contrario la parte per natura migliore di noi, non essendo adeguatamente educata dalla ragione e dall’abitudine, allenta la sorveglianza su questo elemento piagnucoloso, poiché contempla sofferenze altrui e non considera affatto vergognoso lodare e compiangere un uomo che afferma di essere buono e piange inopportunamente, anzi crede di ricavarne come guadagno il godimento estetico e non accetterebbe di esserne privata disprezzando l’intero componimento. A pochi, penso, è dato di arguire che inevitabilmente le esperienze altrui influenzano le proprie, perché non è facile trattenere la compassione nelle sofferenze personali dopo averla rinvigorita in quelle degli estranei».
«Verissimo», disse.
«E lo stesso non vale anche per il ridicolo? Se in una rappresentazione comica o in privato provi un grande piacere ad ascoltare una buffonata che ti vergogneresti di fare tu stesso e non la disprezzi come cosa disonesta, non assumi lo stesso atteggiamento che hai di fronte alle azioni compassionevoli? In questi casi infatti dai libero corso e infondi coraggio a quell’impulso che frenavi in te stesso con la ragione malgrado volesse suscitare il riso, poiché temevi la nomea dì buffone, e spesso nelle conversazioni private ti lasci trascinare senza avvedertene a fare il commediante».
«E come!», esclamò.
«L’imitazione poetica produce questo effetto anche nei confronti dei piaceri amorosi, dell’ira e di tutte le passioni dolorose e piacevoli dell’anima, che secondo noi accompagnano ogni nostra azione: irriga e fa crescere questi sentimenti, mentre dovrebbe disseccarli, e li mette a capo della nostra persona, mentre dovremmo essere noi a dominarli per diventare migliori e più felici anziché peggiori e più infelici».
«Non posso darti torto», disse.
«Pertanto, Glaucone», ripresi, «quando ti imbatti in qualche ammiratore di Omero, il quale sostiene che questo poeta ha educato la Grecia e che per il governo e l’educazione dell’umanità vale la pena di riprenderlo in mano, di studiarlo e di organizzare tutta la vita secondo i suoi precetti, devi salutare e baciare queste persone come le migliori del mondo e concedere che Omero sia il poeta sommo e il primo dei poeti tragici, ma d’altro canto devi sapere che in fatto di poesia bisogna accogliere in città soltanto inni agli dèi ed encomi di uomini virtuosi; se invece accoglierai la Musa corrotta della poesia lirica o epica, nella tua città regneranno piacere e dolore invece che la legge e quel principio che di volta in volta l’opinione comune riconosce come il migliore».
«Verissimo», disse.
«Ora che abbiamo fatto di nuovo menzione della poesia», proseguii, «questi argomenti valgano a nostra difesa per averla allora ragionevolmente bandita dalla città, date le sue caratteristiche: la ragione ci obbligava a farlo. Inoltre, perché non ci accusi di una certa durezza e rozzezza, dobbiamo aggiungere che esiste un antico dissidio tra filosofia e poesia: “la cagna latrante che abbaia contro il padrone”, “l’uomo grande nelle ciarle degli stolti”, “la folla delle teste onniscienti”, “i ragionatori sottili” in quanto “affamati” e infinite altre sono le prove della loro antica opposizione. Diciamo comunque che se l’imitazione poetica volta al diletto potesse indicare una ragione per la quale dev’essere presente in una città ben governata, la accetteremmo volentieri, perché noi stessi siamo consci di subire il suo fascino; ma non è lecito abbandonare ciò che ci sembra vero. D’altronde, caro amico, non ne sei affascinato anche tu, soprattutto quando la contempli nei versi di Omero?»
«E anche molto!».
«Quindi è giusto lasciarla entrare, a condizione che sappia difendersi in un canto lirico o in qualche altro metro?»
«Certamente».
«E possiamo concedere anche ai suoi sostenitori, quanti non sono poeti, ma amanti della poesia, di perorare in prosa la sua causa, sostenendo che essa non è soltanto piacevole, ma anche utile agli Stati e alla vita umana; noi li ascolteremo con benevolenza. Forse ne trarremo un guadagno, se la poesia risulta non solo piacevole, ma anche utile».
«E come potremo non guadagnarci?», disse.
«Altrimenti, caro amico, come gli innamorati, se ritengono che l’amore non frutti alcuna utilità, se ne ritraggono, sia pure a forza, così anche noi, in virtù dell’amore istillatoci dall’educazione che abbiamo ricevuto sotto i nostri buoni governi, saremo lieti di riconoscere che questo genere di poesia risulta il migliore e il più veritiero, ma finché non sarà in grado di difendersi lo ascolteremo ripetendoci il nostro ragionamento a mo’ di incantesimo, stando attenti a non ricadere nell’amore tipico dei fanciulli e del volgo. In ogni caso ci rendiamo conto  che questo genere di poesia non va preso sul serio, come se cogliesse la verità e fosse importante, ma chi l’ascolta deve stare in guardia, temendo per la sua costituzione interiore, e credere a ciò che abbiamo detto sul suo conto».
«Sono pienamente d’accordo!», esclamò.
«Grande», dissi, «caro Glaucone, più grande di quanto sembri è la lotta attraverso la quale si diventa buoni o malvagi, tanto che non c’è onore, ricchezza, carica o poesia per cui valga la pena di inorgoglirci e di trascurare la giustizia e ogni altra virtù».
«In base alla nostra esposizione sono d’accordo con te», rispose, «come credo lo sia chiunque altro».
«Eppure», ripresi, «non abbiamo ancora trattato delle massime ricompense e dei massimi premi riservati alla virtù».
«Le tue parole», disse, «fanno pensare a una grandezza straordinaria, se esistono altri premi maggiori di quelli già elencati!».
«Ma che cosa può esserci di grande in un periodo di tempo breve?», ribattei. «Tutto questo tempo che intercorre l’infanzia e la vecchiaia è ben poca cosa in confronto all’eternità».

Da “La Repubblica” di Platone, Libro IX.