Un dolce profumo di gelsomino

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Tutto è cambiato, diverso,
il pesco è divenuto un ciliegio
e le pareti candide appaiono
nitide, or ora color prugna.
Ogni tratto di ragazza è sfumato
per far posto a dolci semi che non mi appartengono.
Uno spiraglio avanza con dolcezza,
un dolce profumo di gelsomino
giunge da quel tempo lontano.
Una lacrima traccia il mio viso
e il ricordo di te che invadi le mie mura.
Respiro forte e inghiotto
tutto l’amore che ho provato lì per te,
per anni più lunghi di una guerra,
più lunghi di una vita,
ti ho amato lì dentro.
Il nuovo non cancella,
è talmente forte
ancora talmente vivo,
da poter essere respirato,
oggi tra queste mie mura,
quelle che un tempo erano la mia stanza.

 

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Il suo migliore amico

A volte vorrei dirti quanto ti sei perso.
Altre vorrei solo ricordarti così.
La pioggia cade lenta sul mio tetto
e penso a te, ai nostri anni
e tutta la tristezza scivola via da me
Lo sapevi!

La prima volta che andai a trovarlo era notte e mi fece entrare dalla finestra.
La stanza era piena, colma, con un assortimento di oggetti che sembravano racimolati da tutto il mondo o trovati chissà dove. Pensai che forse viaggiava parecchio e invece si muoveva pochissimo. I suoi amici mi raccontarono di lui: è troppo pigro per uscire ma, lo vedrai, è talmente organizzato che non lo noterai neanche. La sua stanza in effetti aveva quasi preso le sembianze di un bunker o rifugio antiatomico (insomma, quella roba che si vede solo nei film catastrofisti americani) dove puoi trovare un insieme di cianfrusaie, utili però solo in caso di un attacco nucleare improvviso. Vi era tutto il necessario per vivere decentemente comunque, almeno per mesi. Cibo, alcol, libri, erba, dvd e astronavi. Un sacco di astronavi. O almeno io lo ricordo così: astronavi piazzate con geometrie incomparabili.
Non ricordo se mi disse “ciao…piacere” o roba simile, mi ricordo che mi fece fumare, decantando subito le qualità dell’affare che teneva in mano (chissà da quando, pensai).
“Poi devi assaggiare questo e poi bere questo”.
Devi, con dolcezza!
“Ho del buonissimo amaro, stasera. O forse è qui chissà da quanto”.
“Stavamo vedendo Star Trek, The next generation, ti piace vero?”
“Non puoi dire di no”.
Non puoi dire di no!
Era gradevole.
“Cosa ti piace?” – “Mi fa proprio piacere conoscerti, lo volevo da tempo”.
Sorride portando con se lo sguardo del mondo.
Non avrebbe mai perso quella luce negli occhi.
“Sai, io sono il suo migliore amico, ci conosciamo da una vita, gli voglio bene. È qui accanto, forse mi sente, ma tu non dirglielo.”
“Sarà il nostro segreto.” Dico, sorrido adesso, tantissimo.
Mi piacque subito. Per sé e per quello che mi diede, subito, quella sera, forse.
Guardavo fisso il sole splendente.
Poi un vuoto. Gli amici stupiti, tutti sbalorditi.
Ricordo una canzone, sai?

Now life devalues day by day
As friends and neighbours turn away
And there’s a change that, even with regret,
cannot be undone
Now frontiers shift like desert sands.

Sei andato via, per non tornare.
Non hai mai perso quella luce negli occhi.
Ti rivedo adesso, avventato e sicuro. Ti vengo a trovare, dopo anni, dopo tanto tempo.

Tanto, tanto tempo.
Ho passato tanto tempo, sai?
Adesso il mio cuore batte a stento, sai?
A mala pena vivo
ma guardo ancora attraverso le nubi
e conto ancora le onde del mare.

“Devi assaggiare questo e poi bere questo”. Mi hai detto, di nuovo.
Sorrido, di nuovo, come allora.
È bellissimo rivederti.
Bellissimo.

 

Cattiva

PetitMayaud

La storia è semplice.
Giocavamo a pallone in cortile con il sole sul naso e il sudore alle spalle, sempre, tutti i pomeriggi, tutti i santi pomeriggi. Di fondo, tra una pallonata e un’altra una musica in testa. Una musica da ragazzine. Roba che oggi direi: “se ascolti questa merda potrai solo diventare pazza”.
Non è un ricordo vero, almeno credo di averlo falsificato per anni. Forse…non è neppure un ricordo.
Se lo fosse, vero, sarei la persona più cattiva della terra!
L’odore, quello si è reale. L’odore di “marsiglia” dei suoi abiti appena lavati. Sua madre che si avvicina e mi accarezza. Oggi mi commuoverei sicuramente di fronte a tanta tenerezza e amore. Qui nessuno è morto, invece, fortunatamente. Non ci siamo neppure perse, come avrei voluto. Ogni tanto, anzi ci siamo anche incontrate, viste e sentite. Bla…bla…bla!
Ho odiato tutto questo, per tanto tanto tempo. Le cose che più mi hanno fatto male. Tra le cose che più mi hanno fatto soffrire.
Cinzia, la mia “amichetta del cuore” delle elementari, la mia compagna di studi, di giochi, di avventure, che improvvisamente (sottolineo “improvvisamente”) vuole passare il suo tempo con una certa Gabriella. Chi cazzo è questa?
Bhè, occhioni azzurri, esile e tanta dolcezza. Meglio restare da soli, mi dico. Perché le bimbe della mia età non dovrebbero mai subire un simile shock. Non dovrebbero neppure capirlo, dovrebbero solo giocare, insieme.
Sembrano già cresciute, quasi, con il seno a spicchio, appena spuntato e quel fare da grandi donne. Trasportano in giro una borsetta rosa, con spallette tese e sguardo da zie inglesi. A me fa veramente schifo, mi viene quasi da vomitare a guardarle.
Ricordi? Siamo state anni a giocare insieme, ci siamo divertite come le pazze a saltare sugli alberi, a rubare i conigli del vicino, a rompere i vasi di Suor Ausilia. Tu mi hai insegnato l’inglese, io a montare la bici.
Ora stai lì a passeggiare con la borsetta, a braccetto con la tua nuova amichetta. Vecchie! Sembrate due vecchie, due vecchie in salamoia. Ecco cosa sembrate, due vecchiacce senza cuore. Streghe da due soldi. Streghe maledette!
Io prendo il mio pallone e vado via, non esiste amico più fedele al mondo.
Vieni da me e chiedi: “sei arrabbiata?”.
– No sai, sto una meraviglia! Mai stata meglio, brutta stronza!
Vorrei solo non vederle tutti i santi giorni, abbracciate, concentrate a ridacchiare di inutili frivolezze da bimbe immature e superficiali, con le loro bamboline ipocrite.
Levati anche quel pasticcio dalla faccia, mentre stai qui dinanzi a me, per favore, sembri un arlecchino in vacanza.
Qui, per caso, in tasca, mi ritrovo la tua raccolta di figurine, sai, quella che mi hai regalato per mio ultimo compleanno, quello in cui sono riuscita per la prima volta in vita mia a spegnere tutte le candeline da sola. Senza il tuo aiuto. Ricordi? Ecco, brava! Te la puoi tenere, non la voglio. Mi fa schifo! Puzza! Grazie comunque per il pensiero. Tieni.
Oh guarda, la tua nuova amichetta se ne sta lì tutta sola, perché non torni da lei? Mi sta quasi facendo pena. Credo che anche tu stia soffrendo a starle così lontano per questi 30 secondi, quasi neanche riesci a respirare. Vai a giocare a Marilyn Monroe, vai va!
Io ho i miei giochi, i miei burattini, i miei fiammiferini e i miei cugini con cui giocare. Vai, vai pure, torna pure dalla tua nuova amichetta, io resto qui a tirare il mio pallone sul muro. Sempre meno imbranato di te.
Vai via, lontano. Addio, per sempre…
Così arrivò l’autunno, poi l’inverno, la primavera e le medie, il diploma e infine la laurea.
Il muro divenne incavo…
Non sono mai riuscita a capire “perché”.
Bla…bla…bla! Mi hai chiamata, un paio di volte, credo…
Ora sei nella lista delle cose da discutere con il mio analista.
Contenta?