L’osservatorio dei sogni (tacito comizio)

Il tempo passa senza far rumore.
Gabriel García Márquez

Fire, full moon – Paul Klee

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Da bambina pensavo tristemente, sognando quasi sempre con la malinconia di una vecchia.
Credo fosse il caos originale: avevo, giorno e notte, la sensazione che qualcuno o qualcosa mi stesse rubando la vita, minuto per minuto, ora per ora. Fino a che un giorno mi resi conto di possedere l’essenziale: l’osservatorio dei sogni.
Sono passati anni da quel giorno e poi ancora anni, ma l’osservatorio dei sogni lo possiedo ancora, io lo so, ed è incredibile come si possa essere tanto appagati per così tanto tempo, in mezzo a tanti diverbi, a tanti dolori, senza sapere in realtà se è un sogno o se non lo è.
Solo che adesso c’è troppa notte intorno a me, così tanto buio che non riesco a trovarlo. Se fisso con impegno una candela il mio sguardo va oltre, supera le ombre, diventando sempre più vasto. Così vasto da abbracciare l’universo intero. Così non so più dove trovarlo, dove pormi per guardare, dove cercare, senonché forse nel senso morale, perché io possiedo una di quelle coscienze che va sempre incoraggiata e sono anche abbastanza adulta da sapere che la memoria del cuore elimina i ricordi più brutti e celebra quelli più belli, solo per poter sopravvivere.
La strada quindi sarà lunga, come è lungo il fascino che la vita racchiude in sé, il fascino di ogni illusione: quando il tempo peggiore è il tempo migliore, quando ogni delusione è una speranza, quando solo la follia è saggezza.
Non è quando capirò che nulla può aiutarmi, ma è quando capirò di non aver bisogno di nulla che il buio diventerà luce e i desideri parole. Solo così potrò vederli di nuovo, uno ad uno, i sogni sperati e concessi dal mondo e tra tutti i nulla avrò nuovamente qualcosa da adorare.

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Era lei [di Jimmy Page]

Colore “tobacco sunburst”, marroncino sfumato.
La mia prima elettrica. Straordinaria.
Non riuscivo a crederci quando tornai a casa. Ed eccola lì, in casa mia. Fantastica. Era lei.
Era lei quella che cercavo.
Andai in giro per negozi e trovai il negozio Stuyvesant Guitars. Chitarre dovunque, persone dovunque. Questo strumento stava lì…e mi chiamava. Questa Explorer.
A quel tempo cominciai seriamente a prendere la mia strada.
La mia tecnica cominciò a migliorare. Divenne una vera e propria droga.
Al punto che la portavo perfino a scuola. E facevo pratica durante la ricreazione. Poi addirittura me la confiscarono.
Pensavo che fosse controcultura o qualcosa del genere. Non faceva del male a nessuno.
Non ancora.

Da “It Might Get Loud” di Davis Guggenheim.



Hikikomori

Suzanne Duchamp – Solitude entonnoir

Parlo ad altri che non conosco
con parole che a stento pronuncio
e non è difficile capire
quanto è stupido sperare
perché non vedono al di fuori del sé
non sentono che le loro stesse voci
e il mio profilo non è che un’ombra
sulla loro strada e anch’io
guardo altrove
mai dentro i loro stessi occhi
dal fondo di una vita assente
senza spazi nel cuore
e di ieri che importa e di domani nemmeno
e penso e ripenso, rifletto
sulla nostra forza
forse sulla nostra debolezza
in questo giorno che diventa vecchio
e che avanza come un viaggiatore sconosciuto
a me e a loro.

 


Earl Hooker – Wah Wah Blues 7′