Liberi di scegliere?



Quando effettuiamo una ricerca su Google (o qualsiasi altro motore di ricerca), la condizione dell’anonimato (anche se solo apparente) ci porta ad essere sinceri e a trattare quel dato motore quasi come se fosse un confidente: possiamo fare domande scomode, confessare i nostri dubbi, renderci vulnerabili.
Ricorda un po’ la psicoanalisi. Google ha infatti, così come lo psicoanalista, la necessità di capire quale sia il reale intento che si nasconde dietro alle parole chiave che gli utenti inseriscono nella sua Toolbar di ricerca. Se da un lato deve essere in grado di conoscere profondamente le persone e capire come cercano le risposte ai propri dubbi e necessità, dall’altro deve saper interpretare ed archiviare con precisione quegli stessi contenuti che dovrebbero fornire tali risposte. Questo implica che l’algoritmo viene “calibrato” con molti dati: ad esempio più una persona usa un social network più la piattaforma calibrerà le visualizzazioni personalizzandole sempre di più. L’algoritmo di Google, attingendo dai nostri dati (che volontariamente abbiamo rilasciato), così facendo, ci priva di un confronto con il diverso, proponendoci contenuti che vanno a rafforzare e confermare le nostre idee (confirmation bias) o che ci indirizzano verso determinati target, che si stia parlando di moda, cucina, politica o qualsiasi altra cosa.
Fino a qui la cosa, diciamolo, ci sconvolge si, ma solo un po’.
Incredibile è invece come sia possibile passare dalla sicurezza delle ricerche in rete, allo spietato mondo dei social network, dove al contrario la prima cosa da fare è quella di esporsi al massimo, rendendosi appetibili al popolo, pronto a giudicare positivamente o meno.
Gli algoritmi sono progettati per premiare contenuti che portano a mantenere il più a lungo possibile le persone nel social, allo scopo di estrarre il maggior numero di dati da rivendere. Non vorrei farlo, ma lo faccio (perché io sono condizionata), per citare un famoso documentario “The social dilemma”, se non stai pagando per il prodotto, allora il prodotto sei tu.
L’obiettivo è quello di definire profili ad personam, che possono essere utilizzati da pubblicitari o politici per spostare l’attenzione dello user verso specifici contenuti, alimentando un circolo vizioso da cui il cliente fa fatica ad uscire, trovandosi a circoscrivere tra l’altro la propria gamma di interessi a poche tematiche o personaggi. Tali pericolose implicazioni diventano chiare ai nostri occhi (sempre del loro focus stiamo parlando) osservando contingenze specifiche come quelle delle elezioni presidenziali e amministrative di importanti nazioni, in cui i principali protagonisti della sfera politica potrebbero potenzialmente utilizzare le strutture ad algoritmi con il fine di creare per ogni fruitore dei social una sorta di bolla, un mondo in cui si costruisce una propria verità e proprie motivazioni. Per non parlare poi delle implicazioni ancora più pericolose che i social media hanno sulle giovani menti in formazione.
C’è un nuovo acronimo da attenzionare al riguardo, FOMO: fear of missing out; letteralmente, “paura di essere tagliati fuori”, una forma di ansia sociale caratterizzata dal desiderio di rimanere continuamente in contatto con le attività che fanno le altre persone e dalla paura di essere esclusi da eventi, esperienze, o contesti sociali gratificanti o, ancor peggio, la paura che le altre persone possano fare esperienze gratificanti quando non si è presenti o direttamente coinvolti. Vi è un collegamento importante, difatti, tra FOMO e dipendenza da smartphone: a livello teorico il concetto di FOMO si sviluppa online ed è considerato un segnale predittivo dell’insorgenza di dipendenza da smartphone e sofferenza emotiva.
La teoria dell’autodeterminazione (la propensione naturale basata sul personale mix di conoscenze, competenze e convinzioni, propria di tutti gli esseri umani di trovare una motivazione intrinseca per determinare in modo libero e autonomo il futuro) afferma che il sentimento di parentela o di connessione con gli altri è un bisogno psicologico legittimo che influenza la salute psicologica delle persone. In questo quadro teorico, la FOMO può essere intesa come uno stato autoregolativo derivante dalla percezione situazionale che, a lungo termine, i propri bisogni non siano soddisfatti. Infatti la FOMO comporta il desiderio, che può diventare ossessivo, di monitorare continuamente ciò che viene pubblicato dai nostri amici sui social network per poter rimanere sempre aggiornati. Una dipendenza psicologica dall’essere on line potrebbe provocare ansia quando ci si sente scollegati, portando così alla paura di essere tagliati fuori o persino all’utilizzo patologico di internet. Di conseguenza, si ritiene che la FOMO abbia influenze negative sulla salute e il benessere psicologico delle persone, in quanto potrebbe contribuire a fenomeni depressivi.
Il Web, nato come fantastico strumento di accesso alla conoscenza (Web 1.0) e grande opportunità di costruzione di comunità (Web 2.0), rischia così di trasformarsi in una sommatoria di solitudini molto condizionabili.
I giovani (gli adulti questo lo capiscono?) di solito si sentono a disagio quando percepiscono il rischio di “perdersi” ciò che stanno facendo i loro pari. L’adolescenza è un periodo critico per lo sviluppo, segnato da un aumento significativo dell’importanza che viene data al gruppo dei pari. In questo periodo dello sviluppo, gli adolescenti si relazionano sempre di più con i loro pari e meno con i loro genitori. I legami con i pari aumentano di intensità e le relazioni con loro diventano sempre più intime. Cresce così il bisogno di associarsi con loro e di appartenere a un gruppo. I pari perciò diventano la prima fonte di supporto sociale. Partendo quindi dal presupposto che gli adolescenti e le persone in generale, cercano di soddisfare il loro bisogno di sentirsi socialmente connessi con gli altri; i social network possono essere strumenti eccellenti per gratificare il proprio bisogno di appartenenza e popolarità. Questo perché i media assolvono la funzione di collegare gli adolescenti ai loro coetanei e contribuiscono così alla loro socializzazione. Vien da sé che un maggiore uso di Facebook (ad esempio) è associato al forte bisogno di senso di appartenenza e di popolarità dei ragazzi, sempre più influenzati e condizionati dalle relazioni sociali e dal confronto con gli altri. Gli adolescenti, più sono connessi e sintonizzati con gli altri, tramite l’utilizzo delle nuove tecnologie e degli social media, più percepiscono lo stress e la paura di essere esclusi e respinti dalla propria rete sociale; questo grave stato d’ansia sociale non permette più di valutare di cosa realmente hanno bisogno per essere soddisfatti, ma al contrario, li convince che la loro felicità è legata a qualcosa che gli altri hanno e che loro non possono possedere, ma soltanto desiderare. Ne consegue che per rimanere sempre “al passo con gli altri” gli adolescenti, e non solo, esibiscano nelle varie piattaforme sociali in cui sono iscritti, una vita che non è reale ma “costruita e corretta”; sfruttando qualsiasi occasione quotidiana per apparire agli altri, auto-promuoversi e valorizzare sempre più la propria immagine, a volte anche attraverso forme patologiche e preoccupanti di Narcisismo.
A questo punto arriva la domanda, quella che non avrei voluto fare, ma che si pone da sé: i nostri (vostri) figli, sarebbero cresciuti diversamente, con altri desideri ed aspirazioni, con diverse paure e dipendenze, se non ci fossero stati i social media a formarli? Magari i social media non sono intervenuti del tutto, ma la risposta, per tutti, è “si”. Sarebbero stati dei ragazzi diversi e sarebbero diventate persone diverse. Fino a qui, se vi eravate già posti la domanda, non c’è niente di drammatico, ma è così che avreste voluto che si formassero? O forse lo avete dimenticato anche voi, perché condizionati dall’algoritmo di cui sopra?
Quando arriva un like, il nostro cervello lo interpreta come una ricompensa e rilascia una scarica di dopamina dando forza a quello che viene definito “dopamine-driven feedback loop”. Questo circolo vizioso si caratterizza sostanzialmente con l’interazione con il social di turno che, forte del suo algoritmo, ci spinge continuamente a condividere nuovi contenuti. Successivamente avviene un’azione effettiva (il post, il retweet, il commento, o anche solo il “rallentare davanti ad un’immagine”). Più lunga sarà l’attesa, maggiore sarà la soddisfazione nel momento in cui si riceve una reazione (un like, un follow, un commento) che viene interpretata dal cervello come una ricompensa e che genera quella piccola scarica di dopamina sufficiente ad innescare nuovamente il circolo vizioso, che si protrae nel tempo e che può portare inconsapevolmente ad una vera e propria dipendenza.
Cosa possiamo fare allora? Ormai siamo condizionati, ormai sono condizionati (atteggiamento remissivo). Siamo ancora in tempo? Che importa? Dico io, se qualcosa possiamo fare, allora la dobbiamo fare.
Ridurre drasticamente il tempo passato al cellulare (dando anche il buon esempio), evitando di creare profili social a ragazzi troppo giovani, disattivando le notifiche, seguendo più personaggi politici possibile e ampliando gli interessi seguiti attraverso queste piattaforme. Tutto questo con il fine ultimo di ‘spiazzare’ gli algoritmi ed evitare che ci condizionino oltre misura.
Ci vuole, con una certa urgenza, un’educazione digitale per genitori e figli: va spiegato cosa c’è dietro Facebook (ad esempio), va spiegato come utilizzare i motori d ricerca, va spiegato fin dove arriva la consapevolezza dei pericoli che possono nascere in Rete e soprattutto va spiegato che ci sono alternative così che possano essere liberi di scegliere.

Se volete approfondire l’argomento e volete conoscere le risposte date dai ragazzi, vi rimando a questa indagine e ricerca presentata il 5 febbraio 2019 a Milano durante l’evento “Have your say” nel corso del quale è stato firmato un protocollo d’intesa tra il MIUR e Telefono Azzurro per promuovere l’educazione digitale.

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ESAMI DI MATURITÀ: ANALISI DI UN TESTO (REALE)

Da quando ho fatto gli Esami di Stato, nel lontano 1991, ogni anno, la giornata degli scritti per me è un giorno speciale, anzi forse è meglio dire “era” un giorno speciale, perché fino a qualche anno fa dopo la pubblicazione delle tracce, ne sceglievo una e la svolgevo, così per i fatti miei. Aspettavo con ansia quel giorno, perché a me, sin da bambina, è sempre piaciuto svolgere i temi e anche quando ne sapevo ben poco, scrivevo e scrivevo con l’animo pieno di gioia e con la piena consapevolezza di star volando con la fantasia, uscendo magari fuori tema. Certo nessuno lo avrebbe corretto, ma questo a me interessava ben poco. Il voto ha poca importanza, quel che conta davvero è che era un modo come un altro per farsi ispirare e quindi “scrivere”.
Oggi, forse per mancanza di tempo o forse perché io sono cambiata (non voglio dire cresciuta), non lo faccio più, rimango però pur sempre legata a questo giorno, leggo le tracce e ne scelgo una ed ancora con il cuore pieno di gioia, nella mia mente, svolgo il mio tema. Ecco, io quest’anno avrei scelto questo: Proposta B2: testo tratto da Steven Sloman – Philip Fernbach, L’illusione della conoscenza, (edizione italiana a cura di Paolo Legrenzi) Raffaello Cortina Editor, Milano, 2018.
Per le specifiche ufficiali, vedi nota a margine n.5 nell’immagine a seguire.


che così continua…

Va bene, lo ammetto, ho letto il libro (sapientoni si nasce e secchioni si diventa).
D’altronde nello sviluppo di un tema conoscere il testo ha di certo la sua importanza, ma mai quanto lo spunto di riflessione che lo svolgimento dell’argomento ti impone, non per niente ai ragazzi si chiede proprio “la produzione di un testo argomentativo”. Però il libro lo conosco (giace ancora sul mio comodino) e il titolo detta: L’illusione della conoscenza. Perché non pensiamo mai da soli. Direi che è divertente, non tanto per l’illusione della conoscenza ma per quel “Perché non pensiamo mai da soli”.
Partiamo da qui, il libro è il seguente:

In copertina, come potete vedere, una bici senza pedali, quindi come dire, “se non lo capite così”?
In questo senso il sottotitolo del trattato è emblematico perché non pensiamo mai da soli, così come esplicativa è l’immagine della bicicletta raffigurata in copertina.
Emblematico certo, e invece quel che sembra è che le tracce assegnate ai maturandi siano un po’ guidate, in un certo qual modo infatti, se si presta un po’ di attenzione al testo ufficiale, si nota che non solo tendono ad indicare la via, ma anche quale mezzo usare per poterla navigare. (una bici senza pedali, forse?)
Così come è (im)posta la riflessione (testo quasi del tutto copiato dai siti in cui è possibile l’acquisto on line del libro), sembra quasi che si voglia porre l’accento su una mente scellerata, quella umana cioè che, detta alla carlona, inventa e poi distrugge. Come chiedere quindi ai ragazzi nell’ultimo paragrafo detto “Produzione” (una volta si chiamava “svolgimento”), di sviluppare un “discorso coerente e coeso”, rimane almeno per me un mistero. Il discorso di per sé non ha nulla di coerente, anzi richiede proprio un ragionamento “scomposto” e spero che qualche animo giovane, perspicace e magari gentile lo abbia capito. L’argomento è puramente filosofico/sociologico e quella che gli autori chiamano “intelligenza collettiva”, non è altro che la “conoscenza dispersa” di Friedrich von Hayek (esponente della scuola economica austriaca e Premio Nobel per l’economia “per il lavoro sulla teoria monetaria, sulle fluttuazioni economiche e per le analisi sull’interdipendenza dei fenomeni economici”, che caratterizza il mercato e che segna una differenza fondamentale con la politica, nonché autore de “La via per la schiavitù”, cioè UAU!). Von Hayek, oltre ad essere tutte queste belle cose, si domanda: quali sono le conseguenze politiche dell’ignoranza del singolo? In democrazia le decisioni sono collettive, ma in un senso diametralmente opposto: non disperse, secondo il principio della “divisione del lavoro cognitivo”, bensì centralizzate. Steven Sloman e Philip Fernbach sono due scienziati cognitivi, ed il loro lavoro ci porta proprio alla scoperta dell’ignoranza insuperabile dell’essere umano, senza mai escluderne l’intelligenza, da qui appunto l’illusione della conoscenza.
Per essere più chiara, vi copio paro paro un passo che ho letto qualche giorno fa su un sito (https://www.iyezine.com/steven-sloman-philip-fernbach-lillusione-della-conoscenza), in cui Stefano Spataro scrive: “Nel film Non ci resta che piangere, Saverio e Mario, rispettivamente Roberto Benigni e Massimo Troisi, si ritrovano catapultati alla fine del medioevo. In una scena di circa un minuto e mezzo i due si interrogano su cosa avrebbero potuto inventare in quel passato remoto, utilizzando le loro ovvie conoscenze di uomini provenienti dal futuro. “Tutto si può inventare!” afferma Benigni, ma Troisi, scettico, gli chiede di entrare nello specifico. Così passano dall’ipotesi della lampadina, per la quale Benigni finisce per ammettere la necessità di un elettricista, a quella del gabinetto, sistema all’apparenza più semplice da realizzare, ma che comporta comunque più di qualche problema. Alla fine della scena, i due non riescono a spiegare il funzionamento di due congegni di uso quotidiano della fine del Novecento, e tantomeno a immaginare come realizzarli”.
Aggiungo quindi che entrambi si rendono conto di pensare di conoscere ma in realtà adesso sanno di non sapere.
Il libro di Sloman e Fernbach proprio e solo su questo pone la nostra attenzione, aggiungendo inoltre quanto i social network e questa nostra cultura ormai globale ci porteranno verso l’incauto abbandono del liberalismo, rendendo l’uomo sempre meno umile e quindi sempre meno disposto a conoscere. Il luogo comune vuole che le persone infatti siano generalmente ignoranti, parlano senza informarsi, votano senza afferrare le conseguenze delle proposte politiche, parlano di vaccini, clima e Ogm benché prive delle necessarie nozioni scientifiche. Eppure gli ignoranti sono sempre gli altri. Infatti, se le conoscenze sono oggi altamente specialistiche, sono anche facilmente accessibili; una facilità che crea nell’utente l’illusione di saperne abbastanza da discutere con cognizione di causa.
Adesso quindi rileggete il testo posto ai ragazzi e, ragionando, non vi sembra anche questo un caso di scarsa istruzione? Proveniente proprio da lì dove invece non dovrebbe mai arrivare? E lo spunto di riflessione non è solo mal posto, ma addirittura ingannevole e fuorviante perché indica più un freno che uno stimolo al sapere. Ditemi che ve ne pare: “L’esplosione di una bomba – il contrasto tra conquiste scientifiche sempre più sofisticate e l’uso sconsiderato che se ne può fare […]”. Uso sconsiderato? Quel che illustra la storia e il significato che ne deriva, ecco, io avrei lasciato che fossero i ragazzi a sceglierli. Friedrich von Hayek lo ricordate? Quello UAU di cui sopra? Ha scritto “Verso la schiavitù”, schiavitù che non per forza è sempre solo fisica, anzi spesso si maschera proprio sotto forma di falso paternalismo, statale più di tutto e poi a quanto pare anche scolastico.
Il libro in analisi è un’utile presa di conoscenza dei meccanismi con cui ragioniamo. È una rivisitazione ed un’analisi approfondita del concetto stesso di intelligenza e soprattutto del concetto di conoscenza collettiva che, nel raggiungimento di un obiettivo comune (di per sé meccanismo non del tutto negativo) spesso ci confonde perché non riusciamo a percepire il confine tra il nostro sapere e quello che riceviamo dagli altri, quindi per questo crediamo di conoscere più di quanto conosciamo. È un atto di umiltà quello proposto dai due autori e non credo proprio che il Ministero (=ufficio) dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, lo abbia compreso o ancor peggio semmai lo ha compreso, non lo ha proposto come avrebbe dovuto.
Voglio approfondire, scusate ma ci tengo particolarmente. Il libro pone l’accento anche sulla cosiddetta “echo chamber” e che sarà mai? L’echo chamber è quella condizione in cui le informazioni si rafforzano in quanto ribadite dentro un sistema definito. L’esempio più stupido di echo chamber che mi viene in mente è Facebook: luogo virtuale in cui ti ritrovi a discutere in una cerchia di amici, che in quanto tali, bene o male la pensano come te. Vuoi o non vuoi quindi la globalizzazione e/o la crisi economica (chi più ne ha, più ne metta) creano un’ideologia autorinforzante, che sempre più si discosta dal libero pensiero e da quel potenziale contributo che questo trasporta con sé.
La Brexit (avete presente no? perché altrimenti di che stiamo parlando?) è un chiaro esempio invece di quanto l’intelligenza collettiva sia veramente, ma veramente stupida, perché bisogna avere l’umiltà di capire che non tutti possono prendere delle decisioni su temi spinosi (terminologia spicciola) e difficili, deve farlo e sottolineo deve, chi è competente. Io ad esempio, lo dico e lo scrivo, non lo sono.
Dell’illusione della conoscenza collettiva quindi (e non individuale) bisogna esserne consapevoli altrimenti rischiamo di travisare appunto lo sviluppo raggiunto, provocando così un disastro sul piano collettivo.
Non vorrei citare Platone (“conosci te stesso”, animale limitato e ignorante che non sei altro) e allora citerò mio nonno che diceva sempre: “ognuno col suo mestiere” ed io aggiungo (visto che la verità sta nel mezzo) che ogni volta che prendiamo una decisione, più che mai quando abbiamo una responsabilità della decisione (vedi il l’ufficio di cui sopra) dobbiamo imporci (e non imporre) di pensare e di spiegare il perché e dobbiamo vagliare sempre le nostre possibilità. Siamo caduti nel paradosso del paradosso: l’insieme di tutti gli insiemi (siamo noi tutti) che non appartengono a sé stessi appartiene a sé stesso se e solo se non appartiene a sé stesso (Il paradosso di Russell) e sempre e solo la libertà delle libertà (la scelta di ciò che è bene e di ciò che è male), liberata dal paternalismo e fondata sul sapere, potrà essere la strada verso la più giusta delle conoscenze: il nostro caro e bene amato sapere.

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Game Girl

Pac Woman

 

Io ho sempre voluto, oddio più che altro ho sempre pensato, che sarebbe bello ed in parte anche educativo scrivere un film o, ancor meglio, una semplice storia su una ragazzina degli anni ’80/’90 (che sarei io, ma non fateci caso) che per la prima volta entra in una sala giochi e che per sempre rimane e rimarrà affascinata dal mondo videoludico. Il film (il mio film) in realtà non dovrebbe tanto trattare di questo amore coltivato per anni, ma delle incomprensioni e discriminazioni (non scherzo) subite durante la mia crescita.
La sala giochi era un luogo per solo uomini (ragazzini in crescita, più che altro) e dovevo marinare la scuola per poterci andare, perché per i miei genitori era un luogo bandito.
“Assolutamente no! È un posto sporco, c’è solo fumo ed è per gente malata!!! Non hai visto poi che non c’è neppure una femminuccia li dentro? Perché ci vuoi andare?” Come se di per sé il motivo non fosse abbastanza chiaro. E allora giù con le lezioni di tennis (che palle), pallacanestro (perché dovevo fare avanti e indietro in continuazione? Bah!), perché la bambina deve sfogare! Cosa? Non si sa. Io non ero arrabbiata, certo cominciai ad esserlo perché volevo solo giocare ai videogames. Così crescendo racimolai tutte le paghette e, senza dire niente a nessuno, mi comprai il Commodore 64. Lo portai a casa dicendo che era un computer (in fondo lo era) e che volevo studiare programmazione (in tasca, nascoste, avevo tante cassette di giochi tra cui il mitico “Turrican II”). Mi furono concesse due ore alla settimana, come fosse un incontro di psicoanalisi. Chiaramente per me due ore erano del tutto insufficienti, per cui quando tutti dormivano in casa, io mi svegliavo e giocavo. Con il volume abbassato chiaramente, infatti di molti giochi ancora oggi non conosco neppure il sonoro. Non era un problema, suoni e musiche erano nella mia testa e a me stava bene così.
Io crescevo e il mondo intorno a me cambiava, in giro si cominciava a vedere qualche Game Boy (sottolineo “boy” il cui significato era fortunatamente sconosciuto ai miei genitori), una console portatile della Nintendo, che però purtroppo era sempre in mano ad un maschietto (vedi mio cugino che mi sbeffeggiava alla grande), per cui l’opinione dei miei genitori era destinata a rimanere immutata. Paradossalmente i miei nonni invece erano un po’ più comprensivi e un natale (uno di quelli speciali) mi regalarono un Gamate. Cosa è? È un surrogato del Game Boy e per me era favoloso. Così almeno la notte potevo giocare sotto le coperte, senza la paura costante di essere scoperta.
Imparai così l’arte del commercio, racimolavo oggetti anche sconosciuti e li vendevo per potermi comprare le cartucce del Gamete. Quando i miei lo scoprirono (prima o poi doveva accadere), mi sequestrarono tutto.
Dovevo vergognarmi! Perché? Non stavo mica rubando. Di certo li avevo ingannati, ma altro non si poteva fare. A me sarebbe piaciuto giocare con mio padre, ma a lui non piaceva. Il problema poi era ampliato soprattutto dalla presenza di una sorella più grande (lo so, ancora non ne avevo fatto cenno, perdonami sorellina) a cui invece piaceva molto giocare con le amiche e le loro bamboline.
La mia frustrazione e solitudine erano destinate ad aumentare, così senza Commodore e senza Gamete mi chiusi nella lettura. Mi chiusi letteralmente: compravo e leggevo libri su libri, divoravo storie una dopo l’altra, perché io avevo bisogno di questo: storie su storie, non volevo altro.
I miei genitori erano contenti?
No.
“Sei sempre sola, non socializzi, non hai amiche, esci ogni tanto, vai in discoteca”.
In discoteca? Ma vero?
Andai in discoteca e mi innamorai subito (ai miei tempi c’era il “pomeriggio giovani” o per lo meno, così si chiamava). Non mi innamorai della discoteca, ma di un ragazzino. Appena entrai cercai subito l’angolo più remoto della stanza, più che altro per potermi nascondere il più possibile e fuggire da tutta quella confusione. Mi girava la testa, non sentivo nulla e ci vedevo ancor meno. Ancora adesso penso che i miei giochi fossero notevolmente più sani di quel posto buio, fumoso e rumoroso.
Mia sorella (ebbene si, ero proprio insieme a lei) mi tirò e trascinò verso il centro della stanza. Mi veniva da piangere, era un inferno! Io però riuscì a svincolare ed andai verso l’angolo adocchiato prima. Lì c’era questo ragazzino. All’inizio non capì cosa stava facendo, intravedevo una forma ricurva su se stessa, ma man mano che mi avvicinavo capì che stava giocando con un game boy. Fantastico! “Come ti chiami?” “Posso giocare con te?” “Perché no?” E mi innamorai così per la prima volta.
I miei genitori erano contentissimi, mai visti così felici. In realtà lui mi passava a prendere con il suo motorino, io dicevo loro che andavamo in piazza a prendere un gelato, ma invece andavamo a casa sua a giocare! Vabbè, magari non solo, sperimentai altro a quei tempi, ma questa è un’altra storia.
Dopo qualche anno (ebbene sì, non durò mica poco) la nostra relazione finì (chissà perché), soffrivo talmente tanto che i miei genitori vedendomi in quello stato mi regalarono un Personal Computer!
Ebbene sì, è così che andarono le cose e non credo che avessero piena coscienza di ciò che stavano facendo. Mi si aprì un mondo, fatto di internet e videogiochi, con un modem che gridava ogni volta che mi collegavo, tanto da coprire la voce di mia madre che mi rimproverava che stavo sempre davanti al PC. Andava tutto bene, a meraviglia direi: io sbattevo le porte, gridavo, piangevo, loro strillavano e sbattevano, ma ormai ero un’adolescente e ci stava tutto, era tutto perfettamente comprensibile.
Studiavo, giocavo, leggevo e ogni tanto uscivo per andare al cinema, nient’altro. Per me la vita era bellissima. Frequentavo spesso dei ragazzi perché così potevo condividere le mie passioni con qualcuno. Ero distante mille miglia invece dal genere femminile della mia generazione e si, le snobbavo alla grande.
Cominciai a giocare on line, a conoscere gente di tutta Italia, partivo per i Lan Party, lasciando dietro di me una scia di sbigottiti.
Sola, per tutto quel tempo sono stata sola e no, non ve lo perdono, mi dispiace. E non sto parlando dei miei genitori, ma di quel mondo intorno a me che peccava di non curanza e mancanza di curiosità. Quel mondo che si permetteva e ancora oggi si permette di giudicare una passione restringendola al sesso ed ad una ben determinata fascia d’età e che inoltre la vincolava a quell’unica parola: gioco.
Io mi sono divertita un sacco e mi diverto ancora oggi, con l’unica differenza che quando ero una ragazzina avevano da ridire sul fatto che non ero un maschietto mentre adesso hanno da ridire sul fatto che non ho più l’età per giocare.
Vabbè, io mi diverto e godo sempre di più di questo mondo che cresce in regia, scrittura, fotografia, scenografia, musica, scienza e sviluppo e che mi da sempre più la certezza di non aver sbagliato.

 


 


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