𝗟𝗮 𝗺𝗮𝗴𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗶 𝗻𝘂𝗺𝗲𝗿𝗶 𝗮𝗶 𝘁𝗲𝗺𝗽𝗶 𝗱𝗲𝗹 𝗖𝗼𝘃𝗶𝗱 𝟭𝟵

Normalmente noi abbiamo a che fare con certe grandezze, e la nostra immaginazione può spaziare da un migliaio di volte maggiore ad un migliaio di volte minore.
Ricordo di aver letto, tantissimi anni fa, un bellissimo articolo a tal proposito sulla rivista “Le Scienze” in cui vi era scritto che Mille più o meno, sembra poco, ma non lo è. Una persona abituata a pensare a cifre intorno ai 10.000-100.000, si rende conto di quanto siano cento milioni, ma già 10 miliardi significano poco, 1000 miliardi è come se non significassero nulla. La mente umana non riesce proprio a “visualizzare” nè un valore, nè l’altro.
Più o meno è come se fossero la stessa cosa.
La neuroscienza studia questo fenomeno chiamandolo “subitizing”, è un processo di subitizzazione (comprensione immediata) dei numeri che nei bambini deve essere stimolato per far sì che questi man mano ne raggiungano l’immediata comprensione, per gli adulti (a meno di casi del tutto eccezionali) invece, anche attraverso una serie di stimolazioni, si arriva ad un punto oltre il quale non si può andare. Visualizzare, immaginare e comprendere i numeri si può, ma fino a un certo punto.
In Italia per Covid 19, fino a ieri, ci sono stati 𝟐𝟑.𝟔𝟔𝟎 morti. Molti di voi si ricorderanno bene quando arrivammo a quota “mille” o “cinquemila”, ma a parte la grandezza del numero in sé, pochi si ricorderanno di quando è stata raggiunta quota 11.000 o appunto 23.000 e man mano che il numero salirà la nostra comprensione del numero diminuirà. Fino quasi a sparire.
La nostra mente inoltre ha dei tempi ben stabiliti per superare shock e paura, se il fenomeno è lontano (figuriamoci se invisibile), cioè se non ci coinvolge personalmente, i tempi saranno molto più brevi (15-20 giorni al massimo) e la nostra capacità di adattamento farà sì che quel fenomeno ripetendosi, ancora e ancora, diventi sempre più accettabile.
Quindi 𝟏𝟔𝟔.𝟐𝟎𝟓, che sono invece i morti nel mondo per Covid 19, per la nostra mente, per il tempo passato, per il nostro sistema di adattamento, hanno quasi del tutto perso il loro significato.
È triste, lo so, ma i giornali e i telegiornali (a meno di varie strumentalizzazioni di singoli casi) adesso spostano la nostra attenzione su Conte vs Salvini, su Regione vs Regione, su Italia vs Europa, su Stato vs Stato. Sembra che addirittura ci sia una sorta di gara in atto tra chi ha avuto meno morti, meno ricoveri e meno casi positivi.
Sono 𝟑.𝟖𝟖𝟐.𝟎𝟎𝟐 i casi accertati nel mondo. Un numero per noi incomprensibile ed anche inimmaginabile. Per farvi un esempio pratico in un pacco di riso da 1kg ci sono all’incirca 52.600 chicchi e quello che la nostra mente riesce a vedere non sono tutti i chicchi sparsi, ma solo il pacco in sé.
Vero è quindi che la nostra cognizione e, di conseguenza, la nostra paura, sono diminuite, ma almeno per me, la sensibilità rimane costante e tale deve rimanere anche la nostra attenzione e il nostro senso di responsabilità, perché le conseguenze sono chiare a tutti e se mentalmente non riusciamo a vederli, affettivamente non dobbiamo mai dimenticarli.
Ci sono dei casi al mondo in cui lo spirito di adattamento non coincide con lo spirito di sopravvivenza e questo è uno di quelli.

Contatore per sito

Siamo pronti? Il vademecum del buon ritorno al lavoro.

In questo blog, tolgo le vesti da scrittrice e indosso quelle da lavoratrice.
I tempi sono quelli che sono e le mie domande sono diventate più pratiche, se così possiamo dire.
Non vorrei vanificare il mio sacrifico, sono chiusa a casa dal 10 di Marzo, da allora non sono mai uscita neppure per la spesa. Ho fatto una grossa spesa prima del lockdown (qualcosa me la sono fatta portare a domicilio) e vado centellinando giornalmente le mie scorte.
Non vorrei inoltre vanificare il sacrificio di molti, non solo per coloro che sono rimasti a casa come me, ma soprattutto per tutti gli altri che sono dovuti andare a lavoro per mantenere e salvare le nostre vite.
Lavoro in smartworking, più di 8 ore al giorno.
Adesso è venuto il momento di pensare bene, ragionare e preservare al meglio la nostra sicurezza e la sicurezza altrui. Per questo metto tutto nero su bianco, per chiarirmi bene le idee e per capire bene lo stato di sicurezza che mi/vi deve essere garantito.

Elenco le azioni generali che, al momento e forse in un futuro prossimo, un’azienda, piccola o grande che sia, deve mettere in atto per garantire la sicurezza dei suoi dipendenti.

1. Prediligere sempre lo smart working. La task force di Colao sembra stia discutendo questo punto così come segue “Ripartire dallo smart working, una delle novità alle quali ci siamo abituati nell’era del coronavirus. Nei primi mesi di ripartenza il lavoro da casa potrebbe essere reso obbligatorio nelle grandi aziende, al di sopra di un certo numero di dipendenti per sede. Al di sotto di quella soglia, ancora da fissare, resterebbe facoltativo. Ma davanti alla richiesta del singolo dipendente l’azienda non lo potrebbe rifiutare. Naturalmente a patto che le sue mansioni e il suo ruolo siano compatibili con il lavoro a distanza.” (da https://www.corriere.it/politica/20_aprile_13/coronavirus-ingressi-scaglionati-lavoro-smart-idee-task-force-20e5da7a-7db8-11ea-bfaa-e40a2751f63b.shtml?refresh_ce-cp).
2. Test sierologici da usare per la patente d’immunità. Devono essere fatti qualche giorno prima di tornare al lavoro e non so quanto tempo ci voglia per avere i risultati. È ancora poi da chiarire al riguardo se si è veramente immuni al virus. Potremmo riprenderlo? Si, no, boh, non si sa (ci sono virus, come per esempio l’Hiv, in cui la risposta anticorpale c’è, e infatti serve alla diagnosi di avvenuta infezione, ma non neutralizza il virus). Penso che a breve al riguardo ne sapremo qualcosa, ma se così non fosse, a prescindere dal risultato ottenuto dal test, dovremmo prendere sempre le dovute precauzioni e seguire quindi le linee guida di cui sotto.
3. Informativa. L’azienda, attraverso le modalità più idonee ed efficaci, dovrà informare tutti i lavoratori e chiunque entri in azienda circa le disposizioni delle Autorità, consegnando e/o affiggendo all’ingresso e nei luoghi maggiormente visibili dei locali aziendali, appositi depliants informativi.
4. Ingresso con orari differenziati. Non si sa ancora molto al riguardo, cioè non si sa se ci sarà una distinzione (come immagino) tra lavoro in spazi aperti e lavoro in spazi chiusi. Per quest’ultimo caso, si farà un calcolo tra i metri quadrati dello spazio di lavoro e il numero di lavoratori? Su un contratto a tempo pieno, quante ore si dovrà lavorare a turno, per garantire l’operatività?
5. Modalità di ingresso in azienda. Questo punto si snoda su vari aspetti.
– Il personale, prima dell’accesso al luogo di lavoro, potrà essere sottoposto al controllo della temperatura corporea, ogni tre ore. Se tale temperatura risulterà superiore ai 37,5°, non sarà consentito l’accesso ai luoghi di lavoro.
– Occorre dedicare una porta di entrata e una porta di uscita da questi locali e garantire la presenza di detergenti segnalati da apposite indicazioni.
– Il datore di lavoro deve informare preventivamente il personale, e chi intende fare ingresso in azienda, della preclusione dell’accesso a chi, negli ultimi 14 giorni (mi sembrano pochi), abbia avuto contatti con soggetti risultati positivi al COVID-19.
– È costituito in azienda un Comitato per l’applicazione e la verifica delle regole del protocollo di regolamentazione con la partecipazione delle rappresentanze sindacali aziendali e del RLS.
– Aggiungo, ci dovrebbero essere delle schede che il dipendente dovrà firmare ogni tre ore a seguito di ogni verifica, per garantire almeno che questa attività venga sempre realmente svolta, ma non si fa mansione di questo.
6. Modalità di accesso dei fornitori esterni. Al momento la situazione è la seguente:
– Per l’accesso di fornitori esterni individuare procedure di ingresso, transito e uscita, mediante modalità, percorsi e tempistiche predefinite, al fine di ridurre le occasioni di contatto con il personale in forza nei reparti/uffici coinvolti.
– Se possibile, gli autisti dei mezzi di trasporto devono rimanere a bordo dei propri mezzi: non è consentito l’accesso agli uffici per nessun motivo. Per le necessarie attività di approntamento delle attività di carico e scarico, il trasportatore dovrà attenersi alla rigorosa distanza di almeno un metro.
– Per fornitori/trasportatori e/o altro personale esterno individuare/installare servizi igienici dedicati, prevedere il divieto di utilizzo di quelli del personale dipendente e garantire una adeguata pulizia giornaliera.
– Va ridotto, per quanto possibile, l’accesso ai visitatori. Qualora fosse necessario l’ingresso di visitatori esterni (impresa di pulizie, manutenzione…), gli stessi dovranno sottostare a tutte le regole aziendali, ivi comprese quelle per l’accesso ai locali aziendali.
– Ove presente un servizio di trasporto organizzato dall’azienda va garantita e rispettata la sicurezza dei lavoratori lungo ogni spostamento.
7. Pulizia e sanificazione in azienda
– L’azienda assicura la pulizia giornaliera e la sanificazione periodica dei locali, degli ambienti, delle postazioni di lavoro e delle aree comuni e di svago.
– Occorre garantire la pulizia a fine turno e la sanificazione periodica di tastiere, schermi touch, mouse con adeguati detergenti, sia negli uffici, sia nei reparti produttivi.
8. Precauzioni igieniche personali
– È obbligatorio che le persone presenti in azienda adottino tutte le precauzioni igieniche, in particolare per le mani.
– L’azienda mette a disposizione idonei mezzi detergenti per le mani.
– È raccomandata la frequente pulizia delle mani con acqua e sapone.
9. Dispositivi di protezione individuale. L’adozione delle misure di igiene e dei dispositivi di protezione individuale indicati nel Protocollo di Regolamentazione è fondamentale e, vista l’attuale situazione di emergenza, è evidentemente legata alla disponibilità in commercio.
Riguardo a questo ultimo punto, visto che al momento non si trovano in commercio, credo/spero che sia l’azienda a fornirle, altrimenti tutti i punti elencati sopra sono assolutamente privi di significato.
Inoltre:
– Le mascherine dovranno essere utilizzate in conformità a quanto previsto dalle indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità; sostituite quindi almeno ogni 4 ore.
– Data la situazione di emergenza, in caso di difficoltà di approvvigionamento e alla sola finalità di evitare la diffusione del virus, potranno essere utilizzate mascherine la cui tipologia corrisponda alle indicazioni dall’autorità sanitaria.
– E’ favorita la preparazione da parte dell’azienda del liquido detergente secondo le indicazioni dell’OMS.
– Qualora il lavoro imponga di lavorare a distanza interpersonale minore di un metro e non siano possibili altre soluzioni organizzative è comunque necessario oltre all’uso delle mascherine e di altri dispositivi di protezione (guanti, occhiali, tute, cuffie, camici, ecc…) conformi alle disposizioni delle autorità scientifiche e sanitarie.
10. Gestione spazi comuni (mense aziendali, zona fumatori, etc)
– L’accesso agli spazi comuni, comprese le mense aziendali, le aree fumatori e gli spogliatoi, è contingentato, con la previsione di una ventilazione continua dei locali, di un tempo ridotto di sosta all’interno di tali spazi e con il mantenimento della distanza di sicurezza di 1 metro tra le persone che li occupano.
– Occorre provvedere alla organizzazione degli spazi e alla sanificazione degli spogliatoi per lasciare nella disponibilità dei lavoratori luoghi per il deposito degli indumenti da lavoro e garantire loro idonee condizioni igieniche.
– Occorre garantire la sanificazione periodica e la pulizia giornaliera, con appositi detergenti dei locali mensa, ascensori, maniglie, delle tastiere dei distributori di bevande e snack, etc.
11. Area condizionata ed ambienti chiusi:. Se qualcuno di voi lavora in un ambiente chiuso e condizionato, vi invito a leggere questo articolo https://www.corriere.it/salute/malattie_infettive/20_aprile_13/coronavirus-condizionatori-propagano-sars-cov-2-cf1c0ccc-7d63-11ea-bfaa-e40a2751f63b.shtml

A questo punto, le mie domande sono:
Queste sono le normative vigenti al momento, chi sta controllando che effettivamente sia così?
Chi garantirà che tutto questo venga realmente regolamentato dalle aziende?
Ci saranno dei controlli nei luoghi di lavoro?
Se l’azienda non dovesse mettere in pratica tutte le misure di sicurezza dettate dal governo, il singolo lavoratore a chi deve rivolgersi?
Ho pensato a tutto?
Non lo so. Di sicuro no.
Ci saranno infatti ulteriori domande, che ognuno di noi ha al momento, ma la domanda principale rimane: siamo pronti?

Contatore per sito

Fin qui tutto bene

Serge Najjar

***

Potremmo cominciare da lì, da quel momento in cui mi hai chiesto di spogliarmi.
“Per favore”, mi hai detto, “spogliati” e poi mi hai chiesto del tuo amico.
Non si trattava di me, ma dei tuoi tempi passati e della tua voglia di mantenerli vivi.
“Sai, io ho un sogno” eri fermo e immobile. Fissavi assente il mio orologio posto sul comodino la sera prima, “però forse, c’è qualcosa di reale. Qualcosa, che potremmo trovare insieme.”
“Non credi sia tardi?”, azzardai.
Era un rischio che dovevo prendere, altrimenti sarei rimasta chiusa in quella stanza, nuda, per chissà quanto tempo. Difatti si prese il suo tempo e io piano piano mi infilai sotto il lenzuolo e iniziai a sonnecchiare, vagando al di là del paradiso.
Quando mi svegliai la stanza era vuota, dalla finestra non filtrava alcuna luce. Cercai l’orologio sul comodino, ma non lo trovai e ne cercai il senso: in questa tua inchiesta insensata non capivo a cosa ti servisse il mio orologio. Uscii dalla stanza con la “speranza” di trovarti, pensavo fossi a casa e ti chiamai, ma niente, nessuna risposta, ti cercai, ma niente, non ti trovai.
Mi affacciai alla finestra: la pallida luce di un vecchio sole cereo era morta proprio sulla nostra strada, aprendo la via a vecchi lampioni di strada, nulla era più come prima. Traspariva solo una certa tendenza alla delusione. Mi infilai una tua maglietta ed aspettai il tuo rientro.
Il tempo passava così lentamente da riuscire ad animare gli oggetti della stanza. Uno ad uno, tangibili in ogni mossa, seguivano la mia concentrazione; così cercai qualcosa da bere. Pensai di ubriacarmi. Se avessi trovato la tua vodka avrei represso forse le mie voglie ed ogni impulso si sarebbe placato, poi magari anche un po’ di musica mi avrebbe aiutato, grazie a quell’indefinibile splendore che porta sempre con sé.
Con te invece avevo avuto un abbaglio. Capita, mi dissi, era stato come saltare nel vento.
Mi infilai le tue calze e bevvi il primo bicchiere. Potremmo continuare così per anni, pensai: tu sospiri, io sorrido. Tutta quella confusione aveva ingannato anche me e chissà da quanto tempo aveva trasportato te in tutta quella melma di paranoie interiori. Credo che ad un certo punto tu l’abbia capito: non c’è nessuna confusione in una mente semplice come la mia.
Guardai di nuovo fuori dalla finestra, fino a dove giungeva la strada, ma vidi solo una fila di macchine ferme al semaforo ad attendere il verde. Mi girai e mi fissai a guardare nel vuoto per rivederti vivo: qualche sera con gli amici, le passeggiate al mare, le domeniche in bici, ogni sera insieme sotto la doccia e tu che ti butti sul letto ed inizi a toccarmi e baciarmi. Adesso penso che c’era tutta la vita in quei baci. La tua vita, ad esser precisi, che ridevi e godevi fino allo sfinimento.
Esaminai nuovamente la strada, ma di te neppure l’ombra. Bevvi un altro bicchiere della tua vodka. Era la tua preferita e mi ricordai di quando te la regalai. Eri felice come un bambino solo per il fatto che avevo scoperto quale fosse la tua vodka preferita. Eppure dietro la bottiglia non c’era nient’altro, chissà tu cosa cercavi. Fissai nuovamente la tua bottiglia e lì ti vidi riflesso, eri triste e nella tua tristezza si stava consumando la mia vita, i miei giorni passavano tra i tuoi sospiri. Eppure ti ho regalato quel che volevi: un po’ di vodka e un po’ di inganno.
Tutto adesso sapeva di addio e come ogni nostalgia d’amore che si rispetti, non rimaneva che quella insana voglia d’essere voluti, bramati, amati da qualcuno o da qualsivoglia desiderio.
Donai un po’ d’acqua alle due piantine che tenevi sul davanzale in cucina. Visto che di te non riuscivo a prendermi cura, mi prendevo cura della tua casa. Chissà perché tu immaginavi un nesso complesso aggirarsi nei miei pensieri e forse da qui la tua delusione e poi il dolore, un insopportabile dolore che viene e va, e lì ti sei perso, e da allora non ti ho più ritrovato.
Misi i miei jeans, sistemai la mia roba, man mano pensavo e perdevo del tempo. È lì che mi dirigevo, lungo la strada del tempo. Del mio tempo.
Tuttavia, avrei dovuto dirtelo o lasciartelo scritto, che c’è sempre qualcosa che resta e che geme: per me è stato quest’ultimo giorno di attesa tra quelle pareti monotone, per te invece forse sarà stato il mio eterno silenzio al di là di maschere e miti.
Andai via e fin qui tutto bene.

***

Life Support – Daniel Blumberg