Fin qui tutto bene

Serge Najjar

***

Potremmo cominciare da lì, da quel momento in cui mi hai chiesto di spogliarmi.
“Per favore”, mi hai detto, “spogliati” e poi mi hai chiesto del tuo amico.
Non si trattava di me, ma dei tuoi tempi passati e della tua voglia di mantenerli vivi.
“Sai, io ho un sogno” eri fermo e immobile. Fissavi assente il mio orologio posto sul comodino la sera prima, “però forse, c’è qualcosa di reale. Qualcosa, che potremmo trovare insieme.”
“Non credi sia tardi?”, azzardai.
Era un rischio che dovevo prendere, altrimenti sarei rimasta chiusa in quella stanza, nuda, per chissà quanto tempo. Difatti si prese il suo tempo e io piano piano mi infilai sotto il lenzuolo e iniziai a sonnecchiare, vagando al di là del paradiso.
Quando mi svegliai la stanza era vuota, dalla finestra non filtrava alcuna luce. Cercai l’orologio sul comodino, ma non lo trovai e ne cercai il senso: in questa tua inchiesta insensata non capivo a cosa ti servisse il mio orologio. Uscii dalla stanza con la “speranza” di trovarti, pensavo fossi a casa e ti chiamai, ma niente, nessuna risposta, ti cercai, ma niente, non ti trovai.
Mi affacciai alla finestra: la pallida luce di un vecchio sole cereo era morta proprio sulla nostra strada, aprendo la via a vecchi lampioni di strada, nulla era più come prima. Traspariva solo una certa tendenza alla delusione. Mi infilai una tua maglietta ed aspettai il tuo rientro.
Il tempo passava così lentamente da riuscire ad animare gli oggetti della stanza. Uno ad uno, tangibili in ogni mossa, seguivano la mia concentrazione; così cercai qualcosa da bere. Pensai di ubriacarmi. Se avessi trovato la tua vodka avrei represso forse le mie voglie ed ogni impulso si sarebbe placato, poi magari anche un po’ di musica mi avrebbe aiutato, grazie a quell’indefinibile splendore che porta sempre con sé.
Con te invece avevo avuto un abbaglio. Capita, mi dissi, era stato come saltare nel vento.
Mi infilai le tue calze e bevvi il primo bicchiere. Potremmo continuare così per anni, pensai: tu sospiri, io sorrido. Tutta quella confusione aveva ingannato anche me e chissà da quanto tempo aveva trasportato te in tutta quella melma di paranoie interiori. Credo che ad un certo punto tu l’abbia capito: non c’è nessuna confusione in una mente semplice come la mia.
Guardai di nuovo fuori dalla finestra, fino a dove giungeva la strada, ma vidi solo una fila di macchine ferme al semaforo ad attendere il verde. Mi girai e mi fissai a guardare nel vuoto per rivederti vivo: qualche sera con gli amici, le passeggiate al mare, le domeniche in bici, ogni sera insieme sotto la doccia e tu che ti butti sul letto ed inizi a toccarmi e baciarmi. Adesso penso che c’era tutta la vita in quei baci. La tua vita, ad esser precisi, che ridevi e godevi fino allo sfinimento.
Esaminai nuovamente la strada, ma di te neppure l’ombra. Bevvi un altro bicchiere della tua vodka. Era la tua preferita e mi ricordai di quando te la regalai. Eri felice come un bambino solo per il fatto che avevo scoperto quale fosse la tua vodka preferita. Eppure dietro la bottiglia non c’era nient’altro, chissà tu cosa cercavi. Fissai nuovamente la tua bottiglia e lì ti vidi riflesso, eri triste e nella tua tristezza si stava consumando la mia vita, i miei giorni passavano tra i tuoi sospiri. Eppure ti ho regalato quel che volevi: un po’ di vodka e un po’ di inganno.
Tutto adesso sapeva di addio e come ogni nostalgia d’amore che si rispetti, non rimaneva che quella insana voglia d’essere voluti, bramati, amati da qualcuno o da qualsivoglia desiderio.
Donai un po’ d’acqua alle due piantine che tenevi sul davanzale in cucina. Visto che di te non riuscivo a prendermi cura, mi prendevo cura della tua casa. Chissà perché tu immaginavi un nesso complesso aggirarsi nei miei pensieri e forse da qui la tua delusione e poi il dolore, un insopportabile dolore che viene e va, e lì ti sei perso, e da allora non ti ho più ritrovato.
Misi i miei jeans, sistemai la mia roba, man mano pensavo e perdevo del tempo. È lì che mi dirigevo, lungo la strada del tempo. Del mio tempo.
Tuttavia, avrei dovuto dirtelo o lasciartelo scritto, che c’è sempre qualcosa che resta e che geme: per me è stato quest’ultimo giorno di attesa tra quelle pareti monotone, per te invece forse sarà stato il mio eterno silenzio al di là di maschere e miti.
Andai via e fin qui tutto bene.

***

Life Support – Daniel Blumberg

Magic Moments

 

In quel momento è stato un istinto che ha vincolato desideri impotenti e folli illusioni.
Sciolgo la catena, può essere stato di tutto: il sorriso di mia madre, la mano di mio padre, un pezzo di Sinatra, il vapore sui vetri in cucina, i tuoi occhi che cercano un fiore, il suo calore nel mio letto, il sole al confine del mondo, il rossetto sulle labbra o semplicemente può essere stata un’anomalia, una sorta di regola a cui ho creduto per sostenere acerbe fantasie ed incredibili certezze.
Tutti conosciamo le parole, ma nessuno sa quanto sia contemplata la luna o quanta bellezza possano fissare le siepi di marzo sui nostri occhi. Nessuno osa pensare ad un gesto d’amore, d’altruismo o bontà. Oggi è un fuori luogo, è come fuggire nel tempo per poi rimanere smarriti.
Il silenzio ha invaso la stanza, il giardino, le strade e poi le città una ad una, fino alla fine del cielo. Saldo nuovamente la catena. Una insospettabile verità piano piano diviene sopportabile all’età ed è un paradiso questo che merita tutto il nostro perdono, perché pur non sapendo che luna cercare, almeno possiamo apprezzare con stupida innocenza un piccolo lampo di magia in un giorno che ancora spera in una possibilità. Più di così non possiamo fare, più di così forse non sappiamo fare.


Perry Como – Magic Moments


Contatore per sito

Game Girl

Pac Woman

 

Io ho sempre voluto, oddio più che altro ho sempre pensato, che sarebbe bello ed in parte anche educativo scrivere un film o, ancor meglio, una semplice storia su una ragazzina degli anni ’80/’90 (che sarei io, ma non fateci caso) che per la prima volta entra in una sala giochi e che per sempre rimane e rimarrà affascinata dal mondo videoludico. Il film (il mio film) in realtà non dovrebbe tanto trattare di questo amore coltivato per anni, ma delle incomprensioni e discriminazioni (non scherzo) subite durante la mia crescita.
La sala giochi era un luogo per solo uomini (ragazzini in crescita, più che altro) e dovevo marinare la scuola per poterci andare, perché per i miei genitori era un luogo bandito.
“Assolutamente no! È un posto sporco, c’è solo fumo ed è per gente malata!!! Non hai visto poi che non c’è neppure una femminuccia li dentro? Perché ci vuoi andare?” Come se di per sé il motivo non fosse abbastanza chiaro. E allora giù con le lezioni di tennis (che palle), pallacanestro (perché dovevo fare avanti e indietro in continuazione? Bah!), perché la bambina deve sfogare! Cosa? Non si sa. Io non ero arrabbiata, certo cominciai ad esserlo perché volevo solo giocare ai videogames. Così crescendo racimolai tutte le paghette e, senza dire niente a nessuno, mi comprai il Commodore 64. Lo portai a casa dicendo che era un computer (in fondo lo era) e che volevo studiare programmazione (in tasca, nascoste, avevo tante cassette di giochi tra cui il mitico “Turrican II”). Mi furono concesse due ore alla settimana, come fosse un incontro di psicoanalisi. Chiaramente per me due ore erano del tutto insufficienti, per cui quando tutti dormivano in casa, io mi svegliavo e giocavo. Con il volume abbassato chiaramente, infatti di molti giochi ancora oggi non conosco neppure il sonoro. Non era un problema, suoni e musiche erano nella mia testa e a me stava bene così.
Io crescevo e il mondo intorno a me cambiava, in giro si cominciava a vedere qualche Game Boy (sottolineo “boy” il cui significato era fortunatamente sconosciuto ai miei genitori), una console portatile della Nintendo, che però purtroppo era sempre in mano ad un maschietto (vedi mio cugino che mi sbeffeggiava alla grande), per cui l’opinione dei miei genitori era destinata a rimanere immutata. Paradossalmente i miei nonni invece erano un po’ più comprensivi e un natale (uno di quelli speciali) mi regalarono un Gamate. Cosa è? È un surrogato del Game Boy e per me era favoloso. Così almeno la notte potevo giocare sotto le coperte, senza la paura costante di essere scoperta.
Imparai così l’arte del commercio, racimolavo oggetti anche sconosciuti e li vendevo per potermi comprare le cartucce del Gamete. Quando i miei lo scoprirono (prima o poi doveva accadere), mi sequestrarono tutto.
Dovevo vergognarmi! Perché? Non stavo mica rubando. Di certo li avevo ingannati, ma altro non si poteva fare. A me sarebbe piaciuto giocare con mio padre, ma a lui non piaceva. Il problema poi era ampliato soprattutto dalla presenza di una sorella più grande (lo so, ancora non ne avevo fatto cenno, perdonami sorellina) a cui invece piaceva molto giocare con le amiche e le loro bamboline.
La mia frustrazione e solitudine erano destinate ad aumentare, così senza Commodore e senza Gamete mi chiusi nella lettura. Mi chiusi letteralmente: compravo e leggevo libri su libri, divoravo storie una dopo l’altra, perché io avevo bisogno di questo: storie su storie, non volevo altro.
I miei genitori erano contenti?
No.
“Sei sempre sola, non socializzi, non hai amiche, esci ogni tanto, vai in discoteca”.
In discoteca? Ma vero?
Andai in discoteca e mi innamorai subito (ai miei tempi c’era il “pomeriggio giovani” o per lo meno, così si chiamava). Non mi innamorai della discoteca, ma di un ragazzino. Appena entrai cercai subito l’angolo più remoto della stanza, più che altro per potermi nascondere il più possibile e fuggire da tutta quella confusione. Mi girava la testa, non sentivo nulla e ci vedevo ancor meno. Ancora adesso penso che i miei giochi fossero notevolmente più sani di quel posto buio, fumoso e rumoroso.
Mia sorella (ebbene si, ero proprio insieme a lei) mi tirò e trascinò verso il centro della stanza. Mi veniva da piangere, era un inferno! Io però riuscì a svincolare ed andai verso l’angolo adocchiato prima. Lì c’era questo ragazzino. All’inizio non capì cosa stava facendo, intravedevo una forma ricurva su se stessa, ma man mano che mi avvicinavo capì che stava giocando con un game boy. Fantastico! “Come ti chiami?” “Posso giocare con te?” “Perché no?” E mi innamorai così per la prima volta.
I miei genitori erano contentissimi, mai visti così felici. In realtà lui mi passava a prendere con il suo motorino, io dicevo loro che andavamo in piazza a prendere un gelato, ma invece andavamo a casa sua a giocare! Vabbè, magari non solo, sperimentai altro a quei tempi, ma questa è un’altra storia.
Dopo qualche anno (ebbene sì, non durò mica poco) la nostra relazione finì (chissà perché), soffrivo talmente tanto che i miei genitori vedendomi in quello stato mi regalarono un Personal Computer!
Ebbene sì, è così che andarono le cose e non credo che avessero piena coscienza di ciò che stavano facendo. Mi si aprì un mondo, fatto di internet e videogiochi, con un modem che gridava ogni volta che mi collegavo, tanto da coprire la voce di mia madre che mi rimproverava che stavo sempre davanti al PC. Andava tutto bene, a meraviglia direi: io sbattevo le porte, gridavo, piangevo, loro strillavano e sbattevano, ma ormai ero un’adolescente e ci stava tutto, era tutto perfettamente comprensibile.
Studiavo, giocavo, leggevo e ogni tanto uscivo per andare al cinema, nient’altro. Per me la vita era bellissima. Frequentavo spesso dei ragazzi perché così potevo condividere le mie passioni con qualcuno. Ero distante mille miglia invece dal genere femminile della mia generazione e si, le snobbavo alla grande.
Cominciai a giocare on line, a conoscere gente di tutta Italia, partivo per i Lan Party, lasciando dietro di me una scia di sbigottiti.
Sola, per tutto quel tempo sono stata sola e no, non ve lo perdono, mi dispiace. E non sto parlando dei miei genitori, ma di quel mondo intorno a me che peccava di non curanza e mancanza di curiosità. Quel mondo che si permetteva e ancora oggi si permette di giudicare una passione restringendola al sesso ed ad una ben determinata fascia d’età e che inoltre la vincolava a quell’unica parola: gioco.
Io mi sono divertita un sacco e mi diverto ancora oggi, con l’unica differenza che quando ero una ragazzina avevano da ridire sul fatto che non ero un maschietto mentre adesso hanno da ridire sul fatto che non ho più l’età per giocare.
Vabbè, io mi diverto e godo sempre di più di questo mondo che cresce in regia, scrittura, fotografia, scenografia, musica, scienza e sviluppo e che mi da sempre più la certezza di non aver sbagliato.

 


 


Contatore per sito