Etna

Joseph Wright – A View of Mount Etna and A Nearby Town (1775)

***

Sulle rovine del sole
in un luogo misterioso
sale dal suolo
il respiro del mondo
è un vapore naturale
che ha il sapore del mare
dagli antri ammuffiti
di un’antica umidità
che non concede riparo
senonché alla deriva del monte
per vedere, capire
e poi sparire.

***

 

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Eclissi

Hiroshige – Wind Blown Grass Across the Moon

Non torno indietro
non ho più il passo sicuro
ho superato il senso compiuto
bisbigliando sciocchezze
al soffio del vento,
vado avanti per galanteria
lasciando spazio all’oblio
e ritirando la mia memoria,
a stento osservo questa luna mozzata
divorata dalla fame ancestrale
dell’universo
che pena mi fa, diversi tra terra e cielo
nel suo giardino segreto
ad un solo un respiro
lontano da me.

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Tutto d’un fiato

Person Throwing a Stone at a Bird – Joan Miro


 
 

Tutto d’un fiato devoto all’infinito
percorre il fiume, da sponda a sponda
non sceglie il suo destino
segue abietto la strada,
va e non sa quanto fosse stella
o chiatta sulla neve rifratta.

 
 

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ESAMI DI MATURITÀ: ANALISI DI UN TESTO (REALE)

Da quando ho fatto gli Esami di Stato, nel lontano 1991, ogni anno, la giornata degli scritti per me è un giorno speciale, anzi forse è meglio dire “era” un giorno speciale, perché fino a qualche anno fa dopo la pubblicazione delle tracce, ne sceglievo una e la svolgevo, così per i fatti miei. Aspettavo con ansia quel giorno, perché a me, sin da bambina, è sempre piaciuto svolgere i temi e anche quando ne sapevo ben poco, scrivevo e scrivevo con l’animo pieno di gioia e con la piena consapevolezza di star volando con la fantasia, uscendo magari fuori tema. Certo nessuno lo avrebbe corretto, ma questo a me interessava ben poco. Il voto ha poca importanza, quel che conta davvero è che era un modo come un altro per farsi ispirare e quindi “scrivere”.
Oggi, forse per mancanza di tempo o forse perché io sono cambiata (non voglio dire cresciuta), non lo faccio più, rimango però pur sempre legata a questo giorno, leggo le tracce e ne scelgo una ed ancora con il cuore pieno di gioia, nella mia mente, svolgo il mio tema. Ecco, io quest’anno avrei scelto questo: Proposta B2: testo tratto da Steven Sloman – Philip Fernbach, L’illusione della conoscenza, (edizione italiana a cura di Paolo Legrenzi) Raffaello Cortina Editor, Milano, 2018.
Per le specifiche ufficiali, vedi nota a margine n.5 nell’immagine a seguire.


che così continua…

Va bene, lo ammetto, ho letto il libro (sapientoni si nasce e secchioni si diventa).
D’altronde nello sviluppo di un tema conoscere il testo ha di certo la sua importanza, ma mai quanto lo spunto di riflessione che lo svolgimento dell’argomento ti impone, non per niente ai ragazzi si chiede proprio “la produzione di un testo argomentativo”. Però il libro lo conosco (giace ancora sul mio comodino) e il titolo detta: L’illusione della conoscenza. Perché non pensiamo mai da soli. Direi che è divertente, non tanto per l’illusione della conoscenza ma per quel “Perché non pensiamo mai da soli”.
Partiamo da qui, il libro è il seguente:

In copertina, come potete vedere, una bici senza pedali, quindi come dire, “se non lo capite così”?
In questo senso il sottotitolo del trattato è emblematico perché non pensiamo mai da soli, così come esplicativa è l’immagine della bicicletta raffigurata in copertina.
Emblematico certo, e invece quel che sembra è che le tracce assegnate ai maturandi siano un po’ guidate, in un certo qual modo infatti, se si presta un po’ di attenzione al testo ufficiale, si nota che non solo tendono ad indicare la via, ma anche quale mezzo usare per poterla navigare. (una bici senza pedali, forse?)
Così come è (im)posta la riflessione (testo quasi del tutto copiato dai siti in cui è possibile l’acquisto on line del libro), sembra quasi che si voglia porre l’accento su una mente scellerata, quella umana cioè che, detta alla carlona, inventa e poi distrugge. Come chiedere quindi ai ragazzi nell’ultimo paragrafo detto “Produzione” (una volta si chiamava “svolgimento”), di sviluppare un “discorso coerente e coeso”, rimane almeno per me un mistero. Il discorso di per sé non ha nulla di coerente, anzi richiede proprio un ragionamento “scomposto” e spero che qualche animo giovane, perspicace e magari gentile lo abbia capito. L’argomento è puramente filosofico/sociologico e quella che gli autori chiamano “intelligenza collettiva”, non è altro che la “conoscenza dispersa” di Friedrich von Hayek (esponente della scuola economica austriaca e Premio Nobel per l’economia “per il lavoro sulla teoria monetaria, sulle fluttuazioni economiche e per le analisi sull’interdipendenza dei fenomeni economici”, che caratterizza il mercato e che segna una differenza fondamentale con la politica, nonché autore de “La via per la schiavitù”, cioè UAU!). Von Hayek, oltre ad essere tutte queste belle cose, si domanda: quali sono le conseguenze politiche dell’ignoranza del singolo? In democrazia le decisioni sono collettive, ma in un senso diametralmente opposto: non disperse, secondo il principio della “divisione del lavoro cognitivo”, bensì centralizzate. Steven Sloman e Philip Fernbach sono due scienziati cognitivi, ed il loro lavoro ci porta proprio alla scoperta dell’ignoranza insuperabile dell’essere umano, senza mai escluderne l’intelligenza, da qui appunto l’illusione della conoscenza.
Per essere più chiara, vi copio paro paro un passo che ho letto qualche giorno fa su un sito (https://www.iyezine.com/steven-sloman-philip-fernbach-lillusione-della-conoscenza), in cui Stefano Spataro scrive: “Nel film Non ci resta che piangere, Saverio e Mario, rispettivamente Roberto Benigni e Massimo Troisi, si ritrovano catapultati alla fine del medioevo. In una scena di circa un minuto e mezzo i due si interrogano su cosa avrebbero potuto inventare in quel passato remoto, utilizzando le loro ovvie conoscenze di uomini provenienti dal futuro. “Tutto si può inventare!” afferma Benigni, ma Troisi, scettico, gli chiede di entrare nello specifico. Così passano dall’ipotesi della lampadina, per la quale Benigni finisce per ammettere la necessità di un elettricista, a quella del gabinetto, sistema all’apparenza più semplice da realizzare, ma che comporta comunque più di qualche problema. Alla fine della scena, i due non riescono a spiegare il funzionamento di due congegni di uso quotidiano della fine del Novecento, e tantomeno a immaginare come realizzarli”.
Aggiungo quindi che entrambi si rendono conto di pensare di conoscere ma in realtà adesso sanno di non sapere.
Il libro di Sloman e Fernbach proprio e solo su questo pone la nostra attenzione, aggiungendo inoltre quanto i social network e questa nostra cultura ormai globale ci porteranno verso l’incauto abbandono del liberalismo, rendendo l’uomo sempre meno umile e quindi sempre meno disposto a conoscere. Il luogo comune vuole che le persone infatti siano generalmente ignoranti, parlano senza informarsi, votano senza afferrare le conseguenze delle proposte politiche, parlano di vaccini, clima e Ogm benché prive delle necessarie nozioni scientifiche. Eppure gli ignoranti sono sempre gli altri. Infatti, se le conoscenze sono oggi altamente specialistiche, sono anche facilmente accessibili; una facilità che crea nell’utente l’illusione di saperne abbastanza da discutere con cognizione di causa.
Adesso quindi rileggete il testo posto ai ragazzi e, ragionando, non vi sembra anche questo un caso di scarsa istruzione? Proveniente proprio da lì dove invece non dovrebbe mai arrivare? E lo spunto di riflessione non è solo mal posto, ma addirittura ingannevole e fuorviante perché indica più un freno che uno stimolo al sapere. Ditemi che ve ne pare: “L’esplosione di una bomba – il contrasto tra conquiste scientifiche sempre più sofisticate e l’uso sconsiderato che se ne può fare […]”. Uso sconsiderato? Quel che illustra la storia e il significato che ne deriva, ecco, io avrei lasciato che fossero i ragazzi a sceglierli. Friedrich von Hayek lo ricordate? Quello UAU di cui sopra? Ha scritto “Verso la schiavitù”, schiavitù che non per forza è sempre solo fisica, anzi spesso si maschera proprio sotto forma di falso paternalismo, statale più di tutto e poi a quanto pare anche scolastico.
Il libro in analisi è un’utile presa di conoscenza dei meccanismi con cui ragioniamo. È una rivisitazione ed un’analisi approfondita del concetto stesso di intelligenza e soprattutto del concetto di conoscenza collettiva che, nel raggiungimento di un obiettivo comune (di per sé meccanismo non del tutto negativo) spesso ci confonde perché non riusciamo a percepire il confine tra il nostro sapere e quello che riceviamo dagli altri, quindi per questo crediamo di conoscere più di quanto conosciamo. È un atto di umiltà quello proposto dai due autori e non credo proprio che il Ministero (=ufficio) dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, lo abbia compreso o ancor peggio semmai lo ha compreso, non lo ha proposto come avrebbe dovuto.
Voglio approfondire, scusate ma ci tengo particolarmente. Il libro pone l’accento anche sulla cosiddetta “echo chamber” e che sarà mai? L’echo chamber è quella condizione in cui le informazioni si rafforzano in quanto ribadite dentro un sistema definito. L’esempio più stupido di echo chamber che mi viene in mente è Facebook: luogo virtuale in cui ti ritrovi a discutere in una cerchia di amici, che in quanto tali, bene o male la pensano come te. Vuoi o non vuoi quindi la globalizzazione e/o la crisi economica (chi più ne ha, più ne metta) creano un’ideologia autorinforzante, che sempre più si discosta dal libero pensiero e da quel potenziale contributo che questo trasporta con sé.
La Brexit (avete presente no? perché altrimenti di che stiamo parlando?) è un chiaro esempio invece di quanto l’intelligenza collettiva sia veramente, ma veramente stupida, perché bisogna avere l’umiltà di capire che non tutti possono prendere delle decisioni su temi spinosi (terminologia spicciola) e difficili, deve farlo e sottolineo deve, chi è competente. Io ad esempio, lo dico e lo scrivo, non lo sono.
Dell’illusione della conoscenza collettiva quindi (e non individuale) bisogna esserne consapevoli altrimenti rischiamo di travisare appunto lo sviluppo raggiunto, provocando così un disastro sul piano collettivo.
Non vorrei citare Platone (“conosci te stesso”, animale limitato e ignorante che non sei altro) e allora citerò mio nonno che diceva sempre: “ognuno col suo mestiere” ed io aggiungo (visto che la verità sta nel mezzo) che ogni volta che prendiamo una decisione, più che mai quando abbiamo una responsabilità della decisione (vedi il l’ufficio di cui sopra) dobbiamo imporci (e non imporre) di pensare e di spiegare il perché e dobbiamo vagliare sempre le nostre possibilità. Siamo caduti nel paradosso del paradosso: l’insieme di tutti gli insiemi (siamo noi tutti) che non appartengono a sé stessi appartiene a sé stesso se e solo se non appartiene a sé stesso (Il paradosso di Russell) e sempre e solo la libertà delle libertà (la scelta di ciò che è bene e di ciò che è male), liberata dal paternalismo e fondata sul sapere, potrà essere la strada verso la più giusta delle conoscenze: il nostro caro e bene amato sapere.

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Anamnesi

La persistenza della memoria – Salvador Dalí

Mai avrei creduto
potesse fermarsi
quando ignobile sparisce
sotto i miei occhi
nel deserto del pensiero
prima, e
della memoria poi.

 


Heart-Shaped Box – Ramin Djawadi


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Fin qui tutto bene

Serge Najjar

***

Potremmo cominciare da lì, da quel momento in cui mi hai chiesto di spogliarmi.
“Per favore”, mi hai detto, “spogliati” e poi mi hai chiesto del tuo amico.
Non si trattava di me, ma dei tuoi tempi passati e della tua voglia di mantenerli vivi.
“Sai, io ho un sogno” eri fermo e immobile. Fissavi assente il mio orologio posto sul comodino la sera prima, “però forse, c’è qualcosa di reale. Qualcosa, che potremmo trovare insieme.”
“Non credi sia tardi?”, azzardai.
Era un rischio che dovevo prendere, altrimenti sarei rimasta chiusa in quella stanza, nuda, per chissà quanto tempo. Difatti si prese il suo tempo e io piano piano mi infilai sotto il lenzuolo e iniziai a sonnecchiare, vagando al di là del paradiso.
Quando mi svegliai la stanza era vuota, dalla finestra non filtrava alcuna luce. Cercai l’orologio sul comodino, ma non lo trovai e ne cercai il senso: in questa tua inchiesta insensata non capivo a cosa ti servisse il mio orologio. Uscii dalla stanza con la “speranza” di trovarti, pensavo fossi a casa e ti chiamai, ma niente, nessuna risposta, ti cercai, ma niente, non ti trovai.
Mi affacciai alla finestra: la pallida luce di un vecchio sole cereo era morta proprio sulla nostra strada, aprendo la via a vecchi lampioni di strada, nulla era più come prima. Traspariva solo una certa tendenza alla delusione. Mi infilai una tua maglietta ed aspettai il tuo rientro.
Il tempo passava così lentamente da riuscire ad animare gli oggetti della stanza. Uno ad uno, tangibili in ogni mossa, seguivano la mia concentrazione; così cercai qualcosa da bere. Pensai di ubriacarmi. Se avessi trovato la tua vodka avrei represso forse le mie voglie ed ogni impulso si sarebbe placato, poi magari anche un po’ di musica mi avrebbe aiutato, grazie a quell’indefinibile splendore che porta sempre con sé.
Con te invece avevo avuto un abbaglio. Capita, mi dissi, era stato come saltare nel vento.
Mi infilai le tue calze e bevvi il primo bicchiere. Potremmo continuare così per anni, pensai: tu sospiri, io sorrido. Tutta quella confusione aveva ingannato anche me e chissà da quanto tempo aveva trasportato te in tutta quella melma di paranoie interiori. Credo che ad un certo punto tu l’abbia capito: non c’è nessuna confusione in una mente semplice come la mia.
Guardai di nuovo fuori dalla finestra, fino a dove giungeva la strada, ma vidi solo una fila di macchine ferme al semaforo ad attendere il verde. Mi girai e mi fissai a guardare nel vuoto per rivederti vivo: qualche sera con gli amici, le passeggiate al mare, le domeniche in bici, ogni sera insieme sotto la doccia e tu che ti butti sul letto ed inizi a toccarmi e baciarmi. Adesso penso che c’era tutta la vita in quei baci. La tua vita, ad esser precisi, che ridevi e godevi fino allo sfinimento.
Esaminai nuovamente la strada, ma di te neppure l’ombra. Bevvi un altro bicchiere della tua vodka. Era la tua preferita e mi ricordai di quando te la regalai. Eri felice come un bambino solo per il fatto che avevo scoperto quale fosse la tua vodka preferita. Eppure dietro la bottiglia non c’era nient’altro, chissà tu cosa cercavi. Fissai nuovamente la tua bottiglia e lì ti vidi riflesso, eri triste e nella tua tristezza si stava consumando la mia vita, i miei giorni passavano tra i tuoi sospiri. Eppure ti ho regalato quel che volevi: un po’ di vodka e un po’ di inganno.
Tutto adesso sapeva di addio e come ogni nostalgia d’amore che si rispetti, non rimaneva che quella insana voglia d’essere voluti, bramati, amati da qualcuno o da qualsivoglia desiderio.
Donai un po’ d’acqua alle due piantine che tenevi sul davanzale in cucina. Visto che di te non riuscivo a prendermi cura, mi prendevo cura della tua casa. Chissà perché tu immaginavi un nesso complesso aggirarsi nei miei pensieri e forse da qui la tua delusione e poi il dolore, un insopportabile dolore che viene e va, e lì ti sei perso, e da allora non ti ho più ritrovato.
Misi i miei jeans, sistemai la mia roba, man mano pensavo e perdevo del tempo. È lì che mi dirigevo, lungo la strada del tempo. Del mio tempo.
Tuttavia, avrei dovuto dirtelo o lasciartelo scritto, che c’è sempre qualcosa che resta e che geme: per me è stato quest’ultimo giorno di attesa tra quelle pareti monotone, per te invece forse sarà stato il mio eterno silenzio al di là di maschere e miti.
Andai via e fin qui tutto bene.

***

Life Support – Daniel Blumberg

Adesso tocca al verde

Error on green – Paul Klee


Adesso tocca al verde far risplendere i fiori
assecondando il respiro della terra
per far flettere gli alti papaveri
e spalancare le porte a luce e splendore
che aspettano stanchi oltremare
lì dove il cielo bacia il mare.

Vedi gli uccelli? Battono anche loro
le ali stanche, cercano rifugio
sostando dove mai avrebbero voluto
e pure loro riflettono questa apatia
ripudiando avventure e sangue
si riparano solitari nel silenzio.

È una primavera pigra
e inoperosa, tanto quanto
o forse più di me che resto nel torpore
per sfiducia o stanchezza, non so,
ma di certo so che non tocca a me,
adesso non più.

Così forse
anche lei ne è consapevole
e teme artifici e stratagemmi
così fa dubitare il tempo
e le voci bugiarde
alla ricerca di giorni
e sogni migliori.

Per questo adesso tocca al verde fare la sua parte
altrimenti il mio animo un giorno
guarderà solitario a questa primavera
che da sola sfiora un sole
che incede con un caldo mormorio
che non riesce a sgelare né corpo, né cuore.


Nick Drake – Place To Be


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Questa notte, in primavera

Café Apostrophe (tumblr)

***
So poco di me
quanto so della notte
dove mai entra
un raggio di sole
o da solo un fiore,
questa notte, in primavera
semmai, solo pioggia
o da sola una piccola stella
che spegne la mente
si adagia sui tetti e
riposa
sulle mie labbra.

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Pietre false e pezzetti di vetro [di Maurice Maeterlinck]

Glass Beach – Fort Bragg (California)

“Noi togliamo stranamente valore alle cose non appena le pronunciamo. Crediamo d’esser scesi sul fondo degli abissi, e quando ne riemergiamo la goccia d’acqua che stilla dalla punta sbiancata delle nostre dita non somiglia più al mare da cui viene. C’illudiamo d’aver scoperto una massa di meravigliosi tesori, e quando torniamo alla luce non abbiamo portato con noi che pietre false e pezzetti di vetro. Eppure, nell’oscurità, il tesoro conserva immutato il suo luccichio.”

Maeterlinck

da I turbamenti del giovane Törless I di Robert Musil