Immagini insensate

Tra tante ambigue verità
seguo solo la mia ombra
come ogni ultima cosa
la osservo muoversi nel vuoto.

Non so quando
non so dove
ho perso l’amore,
forse tra tante parole
o nel silenzio
di una bara schiusa.
Non cerco un senso
non penso
non oso neppure immaginare
che ci sia un limite
in questa mia
storia di ritorno.

Anche la pioggia ha cambiato colore
e odore,
è il colore dei ricordi:
solo immagini insensate.

Il deserto dei tartari [di Dino Buzzati]

“Si vive la vita troppo spesso aspettando che capiti qualcosa di speciale che le dia un senso, gli anni della giovinezza fuggono così nella speranza di dare concretezza ai sogni. Il deserto diventa metafora del futuro, la fortezza il luogo del nostro essere soli, in una terra di mezzo, tra il nostro passato emotivo e sentimentale, che ci lega indissolubilmente alle nostre radici, ai luoghi cari, agli affetti, e il futuro sconosciuto che ci ammalia e ci spaventa, in attesa di un evento decisivo che il più delle volte non arriva mai. E in questa attesa non ci accorgiamo che la vita sta scorrendo, prigioniera di gesti sempre uguali, priva di slanci e di emozioni, in una sequenza di giorni identici, ma è tale l’abitudine, tale la sua schiavitù che nonostante la possibilità di fuggire restiamo inchiodati alle nostre vituperate abitudini ma senza le quali non riusciamo più a immaginare il nostro esistere. E non sappiamo invertire la rotta perché provandoci ci ritroviamo soli, perché nessuno ha aspettato i nostri comodi, gli altri nel frattempo hanno fatto altre scelte, più concrete, forse più semplici, meno eroiche, ma hanno raggiunto la meta senza grosse aspettative, “sanza infamia e sanza lode”. Così la nostra prigione, sebbene sia una prigione, diventa il solo luogo dove riusciamo a stare bene a sentirci al sicuro, perché nulla dobbiamo rischiare, non dobbiamo metterci in gioco, non dobbiamo mutare nulla, solo sperare. Alla fine arriva il momento in cui realizziamo, dall’oggi al domani, che siamo diventati vecchi; e succede che ce ne accorgiamo per un motivo banale, come ad esempio il non voler salire più le scale due per volta, come abbiamo sempre fatto, e che pur avendone ancora la forza e il vigore non lo facciamo più semplicemente perché non ne abbiamo più la voglia, perché il cuore di colpo ha allentato il suo timbro ritmico. Ecco, quel giorno esatto e quel momento preciso sono i punti di non ritorno. E allora verrà la nera signora e ci siedera’ accanto, dovremo mettere le carte in tavola e conferire con lei, che ci chiederà contezza del nostro tempo, di come l’abbiamo speso, e con lei non ci basteranno parole, lei non potrà aspettare le nostre scuse, i nostri tempi lenti. Andrà subito al sodo, e sarà la fine.”

Liberi di scegliere?



Quando effettuiamo una ricerca su Google (o qualsiasi altro motore di ricerca), la condizione dell’anonimato (anche se solo apparente) ci porta ad essere sinceri e a trattare quel dato motore quasi come se fosse un confidente: possiamo fare domande scomode, confessare i nostri dubbi, renderci vulnerabili.
Ricorda un po’ la psicoanalisi. Google ha infatti, così come lo psicoanalista, la necessità di capire quale sia il reale intento che si nasconde dietro alle parole chiave che gli utenti inseriscono nella sua Toolbar di ricerca. Se da un lato deve essere in grado di conoscere profondamente le persone e capire come cercano le risposte ai propri dubbi e necessità, dall’altro deve saper interpretare ed archiviare con precisione quegli stessi contenuti che dovrebbero fornire tali risposte. Questo implica che l’algoritmo viene “calibrato” con molti dati: ad esempio più una persona usa un social network più la piattaforma calibrerà le visualizzazioni personalizzandole sempre di più. L’algoritmo di Google, attingendo dai nostri dati (che volontariamente abbiamo rilasciato), così facendo, ci priva di un confronto con il diverso, proponendoci contenuti che vanno a rafforzare e confermare le nostre idee (confirmation bias) o che ci indirizzano verso determinati target, che si stia parlando di moda, cucina, politica o qualsiasi altra cosa.
Fino a qui la cosa, diciamolo, ci sconvolge si, ma solo un po’.
Incredibile è invece come sia possibile passare dalla sicurezza delle ricerche in rete, allo spietato mondo dei social network, dove al contrario la prima cosa da fare è quella di esporsi al massimo, rendendosi appetibili al popolo, pronto a giudicare positivamente o meno.
Gli algoritmi sono progettati per premiare contenuti che portano a mantenere il più a lungo possibile le persone nel social, allo scopo di estrarre il maggior numero di dati da rivendere. Non vorrei farlo, ma lo faccio (perché io sono condizionata), per citare un famoso documentario “The social dilemma”, se non stai pagando per il prodotto, allora il prodotto sei tu.
L’obiettivo è quello di definire profili ad personam, che possono essere utilizzati da pubblicitari o politici per spostare l’attenzione dello user verso specifici contenuti, alimentando un circolo vizioso da cui il cliente fa fatica ad uscire, trovandosi a circoscrivere tra l’altro la propria gamma di interessi a poche tematiche o personaggi. Tali pericolose implicazioni diventano chiare ai nostri occhi (sempre del loro focus stiamo parlando) osservando contingenze specifiche come quelle delle elezioni presidenziali e amministrative di importanti nazioni, in cui i principali protagonisti della sfera politica potrebbero potenzialmente utilizzare le strutture ad algoritmi con il fine di creare per ogni fruitore dei social una sorta di bolla, un mondo in cui si costruisce una propria verità e proprie motivazioni. Per non parlare poi delle implicazioni ancora più pericolose che i social media hanno sulle giovani menti in formazione.
C’è un nuovo acronimo da attenzionare al riguardo, FOMO: fear of missing out; letteralmente, “paura di essere tagliati fuori”, una forma di ansia sociale caratterizzata dal desiderio di rimanere continuamente in contatto con le attività che fanno le altre persone e dalla paura di essere esclusi da eventi, esperienze, o contesti sociali gratificanti o, ancor peggio, la paura che le altre persone possano fare esperienze gratificanti quando non si è presenti o direttamente coinvolti. Vi è un collegamento importante, difatti, tra FOMO e dipendenza da smartphone: a livello teorico il concetto di FOMO si sviluppa online ed è considerato un segnale predittivo dell’insorgenza di dipendenza da smartphone e sofferenza emotiva.
La teoria dell’autodeterminazione (la propensione naturale basata sul personale mix di conoscenze, competenze e convinzioni, propria di tutti gli esseri umani di trovare una motivazione intrinseca per determinare in modo libero e autonomo il futuro) afferma che il sentimento di parentela o di connessione con gli altri è un bisogno psicologico legittimo che influenza la salute psicologica delle persone. In questo quadro teorico, la FOMO può essere intesa come uno stato autoregolativo derivante dalla percezione situazionale che, a lungo termine, i propri bisogni non siano soddisfatti. Infatti la FOMO comporta il desiderio, che può diventare ossessivo, di monitorare continuamente ciò che viene pubblicato dai nostri amici sui social network per poter rimanere sempre aggiornati. Una dipendenza psicologica dall’essere on line potrebbe provocare ansia quando ci si sente scollegati, portando così alla paura di essere tagliati fuori o persino all’utilizzo patologico di internet. Di conseguenza, si ritiene che la FOMO abbia influenze negative sulla salute e il benessere psicologico delle persone, in quanto potrebbe contribuire a fenomeni depressivi.
Il Web, nato come fantastico strumento di accesso alla conoscenza (Web 1.0) e grande opportunità di costruzione di comunità (Web 2.0), rischia così di trasformarsi in una sommatoria di solitudini molto condizionabili.
I giovani (gli adulti questo lo capiscono?) di solito si sentono a disagio quando percepiscono il rischio di “perdersi” ciò che stanno facendo i loro pari. L’adolescenza è un periodo critico per lo sviluppo, segnato da un aumento significativo dell’importanza che viene data al gruppo dei pari. In questo periodo dello sviluppo, gli adolescenti si relazionano sempre di più con i loro pari e meno con i loro genitori. I legami con i pari aumentano di intensità e le relazioni con loro diventano sempre più intime. Cresce così il bisogno di associarsi con loro e di appartenere a un gruppo. I pari perciò diventano la prima fonte di supporto sociale. Partendo quindi dal presupposto che gli adolescenti e le persone in generale, cercano di soddisfare il loro bisogno di sentirsi socialmente connessi con gli altri; i social network possono essere strumenti eccellenti per gratificare il proprio bisogno di appartenenza e popolarità. Questo perché i media assolvono la funzione di collegare gli adolescenti ai loro coetanei e contribuiscono così alla loro socializzazione. Vien da sé che un maggiore uso di Facebook (ad esempio) è associato al forte bisogno di senso di appartenenza e di popolarità dei ragazzi, sempre più influenzati e condizionati dalle relazioni sociali e dal confronto con gli altri. Gli adolescenti, più sono connessi e sintonizzati con gli altri, tramite l’utilizzo delle nuove tecnologie e degli social media, più percepiscono lo stress e la paura di essere esclusi e respinti dalla propria rete sociale; questo grave stato d’ansia sociale non permette più di valutare di cosa realmente hanno bisogno per essere soddisfatti, ma al contrario, li convince che la loro felicità è legata a qualcosa che gli altri hanno e che loro non possono possedere, ma soltanto desiderare. Ne consegue che per rimanere sempre “al passo con gli altri” gli adolescenti, e non solo, esibiscano nelle varie piattaforme sociali in cui sono iscritti, una vita che non è reale ma “costruita e corretta”; sfruttando qualsiasi occasione quotidiana per apparire agli altri, auto-promuoversi e valorizzare sempre più la propria immagine, a volte anche attraverso forme patologiche e preoccupanti di Narcisismo.
A questo punto arriva la domanda, quella che non avrei voluto fare, ma che si pone da sé: i nostri (vostri) figli, sarebbero cresciuti diversamente, con altri desideri ed aspirazioni, con diverse paure e dipendenze, se non ci fossero stati i social media a formarli? Magari i social media non sono intervenuti del tutto, ma la risposta, per tutti, è “si”. Sarebbero stati dei ragazzi diversi e sarebbero diventate persone diverse. Fino a qui, se vi eravate già posti la domanda, non c’è niente di drammatico, ma è così che avreste voluto che si formassero? O forse lo avete dimenticato anche voi, perché condizionati dall’algoritmo di cui sopra?
Quando arriva un like, il nostro cervello lo interpreta come una ricompensa e rilascia una scarica di dopamina dando forza a quello che viene definito “dopamine-driven feedback loop”. Questo circolo vizioso si caratterizza sostanzialmente con l’interazione con il social di turno che, forte del suo algoritmo, ci spinge continuamente a condividere nuovi contenuti. Successivamente avviene un’azione effettiva (il post, il retweet, il commento, o anche solo il “rallentare davanti ad un’immagine”). Più lunga sarà l’attesa, maggiore sarà la soddisfazione nel momento in cui si riceve una reazione (un like, un follow, un commento) che viene interpretata dal cervello come una ricompensa e che genera quella piccola scarica di dopamina sufficiente ad innescare nuovamente il circolo vizioso, che si protrae nel tempo e che può portare inconsapevolmente ad una vera e propria dipendenza.
Cosa possiamo fare allora? Ormai siamo condizionati, ormai sono condizionati (atteggiamento remissivo). Siamo ancora in tempo? Che importa? Dico io, se qualcosa possiamo fare, allora la dobbiamo fare.
Ridurre drasticamente il tempo passato al cellulare (dando anche il buon esempio), evitando di creare profili social a ragazzi troppo giovani, disattivando le notifiche, seguendo più personaggi politici possibile e ampliando gli interessi seguiti attraverso queste piattaforme. Tutto questo con il fine ultimo di ‘spiazzare’ gli algoritmi ed evitare che ci condizionino oltre misura.
Ci vuole, con una certa urgenza, un’educazione digitale per genitori e figli: va spiegato cosa c’è dietro Facebook (ad esempio), va spiegato come utilizzare i motori d ricerca, va spiegato fin dove arriva la consapevolezza dei pericoli che possono nascere in Rete e soprattutto va spiegato che ci sono alternative così che possano essere liberi di scegliere.

Se volete approfondire l’argomento e volete conoscere le risposte date dai ragazzi, vi rimando a questa indagine e ricerca presentata il 5 febbraio 2019 a Milano durante l’evento “Have your say” nel corso del quale è stato firmato un protocollo d’intesa tra il MIUR e Telefono Azzurro per promuovere l’educazione digitale.

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Apocalisse

The Scream – Edvard Munch



Nella mia mente, tra mille fiori
ho trovato tanti clamori:
sono tutte le voci
rimaste fedeli al mio cuore.
Un po’ me ne vergogno,
ma non più di tanto.
Sento che sono viva e forse
il meglio deve ancora venire,
ad esempio, so che devo vestire la mia anima.
Sono in cerca di nuovi colori
che abbiano almeno un lieve profumo di rosa;
so che manca poco: una fogliolina forse
o quel berretto rosso che tanto ho cercato.
Ho navigato in un mare di miele aspro
cercando l’Itaca perduta.
Non c’è mai stata indifferenza
per niente e per nessuno, mai.
Un lungo viaggio mi ha portata qui,
in questa via tortuosa sotto il vulcano
con un rosso lava che brucia solo gli occhi.
Così il mio cuore è pieno di boati,
botti, rimbombi e tuoni
in questo spazio un po’ guercio e po’ beffardo
che è la mia casa.
Chissà se era così che doveva andare,
chissà se troveranno scritto
da qualche parte il mio cuore
o le vesti briganti del mio amore.
Questo è ciò che lascio:
un urlo altissimo
nella terra arida della gioia avvenire.
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Giovinezza

Head of a man – Picasso (1908)




Ricordo sempre quel sorriso
incastrato tra il sonno e il risveglio
parlava e splendeva lucente
lungo la strada della giovinezza.

Come siepe fresca
all’ombra
eri giovane e non lo sapevi,
eri ignaro di ogni sventura.

Non è malinconia,
eri buono e delicato
seduto in cucina, appoggiavi un gomito
e segnavi il solco di una sola lacrima.

C’era troppo miele nel tuo bicchiere
e il tormento di tutto l’universo
si è portato via tutto
seppellendo il tuo cuore in mille dettagli.

Contavi i giorni in anni
marciando verso quel che restava
di una nuova età
in un destino immaginario.

Ti guardi adesso
e lo specchio è vuoto,
piano piano ti allontani
e cerchi un senso, solo, tra le nuvole.

Io, spero di rivederlo un giorno
quel tuo sorriso
fiorente come l’alba di un nuovo mondo
preso in prestito dalla gioia.



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Rain, In Your Black Eyes [di Ezio Bosso]


Il tempo è un pozzo nero. E la magia che abbiamo in mano noi musicisti è quella di stare nel tempo, di dilatare il tempo, di rubare il tempo. E la musica, tra le tante cose belle che offre, ha la caratteristica di essere non un prodotto commerciale, ma tempo condiviso. E quindi in questo senso il tempo come noi lo intendiamo non esiste più.

Ciao Ezio.


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Immobile

Abbott Handerson Thayer 69 / 92 Copperhead Snake on Dead Leaves (1915)

Immobile
sosto nel mio essere
isolata in un cerchio stretto
tra un carico di briscola
e un lungo arrocco
guardo le rondini
volare da lì a qui, da qui a lì.
Non ho pianto per questi morti
ma la mia voce non riesce a tacere
la ferita è più d’una
per individui distinti
colpiti
con l’inganno nel vento
da un invisibile vuoto.
Forse è arrivato il momento
di non vedere
dopo il silenzio è tornato l’affanno
per altri forse, ma non per me
che se vedo, guardo
e non c’è conforto alla tristezza
con solo il cielo negli occhi
rimango ferma nel giorno.
Non c’è altro tempo
che possa passare
nulla potrà riprendere quei passi
perché sono morti,
incredibilmente morti.

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𝗟𝗮 𝗺𝗮𝗴𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗶 𝗻𝘂𝗺𝗲𝗿𝗶 𝗮𝗶 𝘁𝗲𝗺𝗽𝗶 𝗱𝗲𝗹 𝗖𝗼𝘃𝗶𝗱 𝟭𝟵

Normalmente noi abbiamo a che fare con certe grandezze, e la nostra immaginazione può spaziare da un migliaio di volte maggiore ad un migliaio di volte minore.
Ricordo di aver letto, tantissimi anni fa, un bellissimo articolo a tal proposito sulla rivista “Le Scienze” in cui vi era scritto che Mille più o meno, sembra poco, ma non lo è. Una persona abituata a pensare a cifre intorno ai 10.000-100.000, si rende conto di quanto siano cento milioni, ma già 10 miliardi significano poco, 1000 miliardi è come se non significassero nulla. La mente umana non riesce proprio a “visualizzare” nè un valore, nè l’altro.
Più o meno è come se fossero la stessa cosa.
La neuroscienza studia questo fenomeno chiamandolo “subitizing”, è un processo di subitizzazione (comprensione immediata) dei numeri che nei bambini deve essere stimolato per far sì che questi man mano ne raggiungano l’immediata comprensione, per gli adulti (a meno di casi del tutto eccezionali) invece, anche attraverso una serie di stimolazioni, si arriva ad un punto oltre il quale non si può andare. Visualizzare, immaginare e comprendere i numeri si può, ma fino a un certo punto.
In Italia per Covid 19, fino a ieri, ci sono stati 𝟐𝟑.𝟔𝟔𝟎 morti. Molti di voi si ricorderanno bene quando arrivammo a quota “mille” o “cinquemila”, ma a parte la grandezza del numero in sé, pochi si ricorderanno di quando è stata raggiunta quota 11.000 o appunto 23.000 e man mano che il numero salirà la nostra comprensione del numero diminuirà. Fino quasi a sparire.
La nostra mente inoltre ha dei tempi ben stabiliti per superare shock e paura, se il fenomeno è lontano (figuriamoci se invisibile), cioè se non ci coinvolge personalmente, i tempi saranno molto più brevi (15-20 giorni al massimo) e la nostra capacità di adattamento farà sì che quel fenomeno ripetendosi, ancora e ancora, diventi sempre più accettabile.
Quindi 𝟏𝟔𝟔.𝟐𝟎𝟓, che sono invece i morti nel mondo per Covid 19, per la nostra mente, per il tempo passato, per il nostro sistema di adattamento, hanno quasi del tutto perso il loro significato.
È triste, lo so, ma i giornali e i telegiornali (a meno di varie strumentalizzazioni di singoli casi) adesso spostano la nostra attenzione su Conte vs Salvini, su Regione vs Regione, su Italia vs Europa, su Stato vs Stato. Sembra che addirittura ci sia una sorta di gara in atto tra chi ha avuto meno morti, meno ricoveri e meno casi positivi.
Sono 𝟑.𝟖𝟖𝟐.𝟎𝟎𝟐 i casi accertati nel mondo. Un numero per noi incomprensibile ed anche inimmaginabile. Per farvi un esempio pratico in un pacco di riso da 1kg ci sono all’incirca 52.600 chicchi e quello che la nostra mente riesce a vedere non sono tutti i chicchi sparsi, ma solo il pacco in sé.
Vero è quindi che la nostra cognizione e, di conseguenza, la nostra paura, sono diminuite, ma almeno per me, la sensibilità rimane costante e tale deve rimanere anche la nostra attenzione e il nostro senso di responsabilità, perché le conseguenze sono chiare a tutti e se mentalmente non riusciamo a vederli, affettivamente non dobbiamo mai dimenticarli.
Ci sono dei casi al mondo in cui lo spirito di adattamento non coincide con lo spirito di sopravvivenza e questo è uno di quelli.

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Così, tra pietra e pietra [di Luis Sepulveda]

“Così, tra pietra e pietra
seppi che sommare è unire
e che sottrarre ci lascia
soli e vuoti.

Che i colori riflettono
l’ingenua volontà dell’occhio.

Che i solfeggi e i sol
implorano la fame dell’udito.

Che le strade e la polvere
sono la ragione dei passi.

Che la strada più breve
fra due punti
è il cerchio che li unisce
in un abbraccio sorpreso.

Che due più due
può essere un brano di Vivaldi.

Che i geni amabili
abitano le bottiglie del buon vino.

Con tutto questo già appreso
tornai a disfare l’eco del tuo addio
e al suo posto palpitante a scrivere
La Più Bella Storia d’Amore
ma, come dice l’adagio
non si finisce mai
di imparare e di dubitare.

E così, ancora una volta
tanto facilmente come nasce una rosa
o si morde la coda una stella fugace,
seppi che la mia opera era stata scritta
perché La Più Bella Storia d’Amore
è possibile solo nella serena
e inquietante calligrafia dei tuoi occhi.”

Luis Sepulveda

Inno all’amore (e alla solidarietà) – di Emily Dickinson

Vincent van Gogh – Backyards of Old Houses in Antwerp in the Snow (1885)

Se io potrò impedire
ad un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano.
Se allevierò il dolore di una vita
o allevierò una pena
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano!
L’oggi è lontano dall’infanzia
ma su e giù per le colline
tengo più stretta la sua mano
che accorcia tutte le distanze!
I piedi di chi cammina verso casa
vanno con sandali più leggeri!

#iorestoacasa

Passione d’inverno

Hana Sasaki – book cover
http://yukoart.com

Avresti potuto colpirmi
da entrambi i lati
con quel sorriso che sa di libertà
ero il tuo bersaglio
con occhi e mani tremanti
ma quanta pena per una sola idea
quanto peso per un solo sogno
è l’angoscia che divora
in ordine
prima il cuore, poi l’anima
impotente allora
ingoia le tue forze
affronta il tuo silenzio
congela il tuo sangue
e torna da dove sei venuto.

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Amico mio

7–7–N – Robert Goodnough

Amico mio,
questi sono giorni tristi e immobili
in questi o forse in altri
le montagne dormono soavi
e neppure una nuvola osa passare
per questo cielo terso
fatto solo di vento.
È una falsa primavera questa
e quel che è vero, invece
è che noi non pensavamo alla morte
il nostro mondo ogni giorno finiva al tramonto
e soli, e sottili come la carta
volavamo invisibili al vento.
Mi tenevi sempre un posto al mattino
accanto a te,
condividevamo la stessa musica:
un auricolare io ed uno tu,
senti qui, ti dicevo
tu ascoltavi e sorridevi
e ad ogni pausa
eravamo desiderosi di caffè, fumo e sorrisi.
Credevamo di conoscere il dolore
ma anche quello era finto,
non credevi alle mie storie
ma ti piacevano tanto
e ogni tanto mi chiamavi Barabba
altre volte Caratterino (mi abbracciavi)
invece adesso, non solo mento
ma neppure una nuvola riesco a spezzare.
Mi hai seguito per tutto questo tempo morto
come un’ape ronza intorno a un fiore
mi hai chiesto di vederti
ma il mio polline è incantato,
non ascoltiamo più la stessa musica.
Perdonami
ho sottovalutato tutto
ho indossato la mia maschera preferita
e in silenzio sono andata avanti.

Amico mio,
tu lo sapevi
– lo sapevi
mi scrivevi, mi chiamavi
e sorridevi ad ogni mia fuga.
Era un’intimità ceduta, mai tradita
così sono fuggita
sulla via del ricordo
e di nuovo, mi chiamavi Barabba
e poi di nuovo Caratterino (non mi abbracci più).
Forse più in là, ti dicevo
fermarsi, voltarsi non ha senso
e invece adesso sei dove non dovresti
e ancora
e ancora ci guardiamo
mentre tento di restare calma
provo a non piangere
tu prendi la mia mano
mi dici che a parole sono brava
e forse un giorno troverò chi mi sa rispondere.
Non c’è nessun inganno di fronte alla morte
solo sincerità, un’amara verità,
come vuoi che non pianga?
Adesso piango per questo ricordo
ed altri
che mi offuscano la mente.
Per ogni mia parola, per ogni mia poesia
scrivevi “è da te”
come se da me ci si dovesse aspettare qualcosa,
niente invece. Niente.
E adesso anche da te,
niente, proprio niente.
Era un mondo diverso quello
in questo mi hai tradito tu
mi hai lasciato tu
e fatico a scrivere
come fatico a parlare
provo a fumare di nuovo con te,
sento solo il silenzio
non vedo il perdono
e di fronte alla tua lapide
questa assenza, sola
non riesco a lasciarla andare.

 

Adam Torres – Green Mountain Road

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Inno alla Gioia [di Seidicente]

Joaquin Torres Garcia – Objet Plastique Planos de color con dos maderas superpuestas (1928)

È bastato
un istante di luce spenta
celato sul lato nascosto di una foglia
sopra la terra verso il cielo
un’ombra morta che insegue la luce del sole.
Così si è svegliata la mia anima, divisa
tra il bene e il male,
tra una voglia e un rifiuto
vagamente ritrovata
nelle vane parole di un tempo.
Eppure era solo per la gioia,
ma forse nulla davvero andava detto
così anche l’occhio è tornato a guardare,
a cercare;
ho respirato di nuovo il profumo di rose
– forse speravo di crescere
di crescere ancora, e invece
ho bloccato l’amore
e sono rimasta qui.

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Aiutami a non chiedere aiuto

Kandinsdingsda – Sigmar Polke

Ti guardo
mentre lentamente sfogli il tuo libro
è un testo di misura, in lingua inglese,
cerco di guardarti dentro
scavo in fondo al tuo silenzio
e sento il vuoto del mio corpo
come lo sentivo da bambina.

Ti sfiori il viso con una mano,
è un gesto
che di sicuro merita un perdono
mentre il mio cuore batte
e combatte,
spera e non trova pace
affamato va a caccia di vecchi fantasmi.

Sei solo un’illusione
– pura allucinazione della mia memoria
precipitata questa notte
nel grande buco selvaggio.
Ho il corpo inchiodato alla sedia
mentre soffoco
nel limpido cielo dei tuoi occhi.

È il piacere che uccide
che mi ha fatto rinascere all’improvviso
non importa che non ti veda
o che non ti abbia
sono una fiamma inquieta
e sembra sempre
che tutto accada per la prima volta.

La prima volta
tra le lenzuola umide
di una casa abbandonata
con la voce del vento tra gli alberi
a tenerci compagnia
in quell’oscuro profumo
carico di solo peccato.

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Où es Tu?

E quelli che leggono ciò che scrive,
nel dolore letto ben sentono,
non i due che egli ha avuto,
ma solo quello che loro non hanno.
[da Il mondo che non vedo di Fernando Pessoa]

Joan Miro – Drawing-Collage with a Hat

So che non inseguo mai ciò che voglio
intorno a me, nell’oscuro silenzio,
inutilmente ricompongo
quel che mai sarà.

Où es Tu?

Non so, ti ho perso
nel mondo reale che oggi
reale non è,
disperso nello spazio immaginario
nel tempo immutato
con gli occhi rossi
colmi di lacrime al vento.

Ancora cerco la mia vita
lì, nei sogni che sognai
penso alla fine
che inutilmente amai.

Où es Tu?

È finito il tempo della pallida neve.
Si è concluso il tuo viaggio?
Sei approdato all’oltre-mondo?
Dove il mare è più profondo
lì, ti vedo
nell’etereo della mia anima che spera
di trovare quello che mai ha inseguito.

Prima ancora che inizi

Friedensreich Hundertwasser – 626 The Way to You

***

Prima ancora che inizi
siamo prossimi alla fine
alla ricerca di miserabili piaceri
in un tempo colmo di nebbia
affoghiamo in un calice di tristezza
senza sapere quando
se non a maggio forse a settembre.

No grazie, prediligo il vuoto
in somma solitudine
scelgo di non cibarmi
e chiudere gli occhi
magari forse per sempre.

Curvi al vento
accompagniamo la direzione delle canne
rincorriamo la luna sui canali
e sul mio viso scorgo
nuovi solchi chiari verso un fuoco
che senza un senso
arde contro deliranti scintille.

Non hai capito,
questo pane non si spezza
e per favore non tornare
sotto la terra non c’è più fuoco
ma solo sangue dentro al sale.


Neil Young – Out on the Weekend

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Etna

Joseph Wright – A View of Mount Etna and A Nearby Town (1775)

***

Sulle rovine del sole
in un luogo misterioso
sale dal suolo
il respiro del mondo
è un vapore naturale
che ha il sapore del mare
dagli antri ammuffiti
di un’antica umidità
che non concede riparo
senonché alla deriva del monte
per vedere, capire
e poi sparire.

***

 

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Eclissi

Hiroshige – Wind Blown Grass Across the Moon

Non torno indietro
non ho più il passo sicuro
ho superato il senso compiuto
bisbigliando sciocchezze
al soffio del vento,
vado avanti per galanteria
lasciando spazio all’oblio
e ritirando la mia memoria,
a stento osservo questa luna mozzata
divorata dalla fame ancestrale
dell’universo
che pena mi fa, diversi tra terra e cielo
nel suo giardino segreto
ad un solo respiro
lontano da me.

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Fin qui tutto bene

Serge Najjar

***

Potremmo cominciare da lì, da quel momento in cui mi hai chiesto di spogliarmi.
“Per favore”, mi hai detto, “spogliati” e poi mi hai chiesto del tuo amico.
Non si trattava di me, ma dei tuoi tempi passati e della tua voglia di mantenerli vivi.
“Sai, io ho un sogno” eri fermo e immobile. Fissavi assente il mio orologio posto sul comodino la sera prima, “però forse, c’è qualcosa di reale. Qualcosa, che potremmo trovare insieme.”
“Non credi sia tardi?”, azzardai.
Era un rischio che dovevo prendere, altrimenti sarei rimasta chiusa in quella stanza, nuda, per chissà quanto tempo. Difatti si prese il suo tempo e io piano piano mi infilai sotto il lenzuolo e iniziai a sonnecchiare, vagando al di là del paradiso.
Quando mi svegliai la stanza era vuota, dalla finestra non filtrava alcuna luce. Cercai l’orologio sul comodino, ma non lo trovai e ne cercai il senso: in questa tua inchiesta insensata non capivo a cosa ti servisse il mio orologio. Uscii dalla stanza con la “speranza” di trovarti, pensavo fossi a casa e ti chiamai, ma niente, nessuna risposta, ti cercai, ma niente, non ti trovai.
Mi affacciai alla finestra: la pallida luce di un vecchio sole cereo era morta proprio sulla nostra strada, aprendo la via a vecchi lampioni di strada, nulla era più come prima. Traspariva solo una certa tendenza alla delusione. Mi infilai una tua maglietta ed aspettai il tuo rientro.
Il tempo passava così lentamente da riuscire ad animare gli oggetti della stanza. Uno ad uno, tangibili in ogni mossa, seguivano la mia concentrazione; così cercai qualcosa da bere. Pensai di ubriacarmi. Se avessi trovato la tua vodka avrei represso forse le mie voglie ed ogni impulso si sarebbe placato, poi magari anche un po’ di musica mi avrebbe aiutato, grazie a quell’indefinibile splendore che porta sempre con sé.
Con te invece avevo avuto un abbaglio. Capita, mi dissi, era stato come saltare nel vento.
Mi infilai le tue calze e bevvi il primo bicchiere. Potremmo continuare così per anni, pensai: tu sospiri, io sorrido. Tutta quella confusione aveva ingannato anche me e chissà da quanto tempo aveva trasportato te in tutta quella melma di paranoie interiori. Credo che ad un certo punto tu l’abbia capito: non c’è nessuna confusione in una mente semplice come la mia.
Guardai di nuovo fuori dalla finestra, fino a dove giungeva la strada, ma vidi solo una fila di macchine ferme al semaforo ad attendere il verde. Mi girai e mi fissai a guardare nel vuoto per rivederti vivo: qualche sera con gli amici, le passeggiate al mare, le domeniche in bici, ogni sera insieme sotto la doccia e tu che ti butti sul letto ed inizi a toccarmi e baciarmi. Adesso penso che c’era tutta la vita in quei baci. La tua vita, ad esser precisi, che ridevi e godevi fino allo sfinimento.
Esaminai nuovamente la strada, ma di te neppure l’ombra. Bevvi un altro bicchiere della tua vodka. Era la tua preferita e mi ricordai di quando te la regalai. Eri felice come un bambino solo per il fatto che avevo scoperto quale fosse la tua vodka preferita. Eppure dietro la bottiglia non c’era nient’altro, chissà tu cosa cercavi. Fissai nuovamente la tua bottiglia e lì ti vidi riflesso, eri triste e nella tua tristezza si stava consumando la mia vita, i miei giorni passavano tra i tuoi sospiri. Eppure ti ho regalato quel che volevi: un po’ di vodka e un po’ di inganno.
Tutto adesso sapeva di addio e come ogni nostalgia d’amore che si rispetti, non rimaneva che quella insana voglia d’essere voluti, bramati, amati da qualcuno o da qualsivoglia desiderio.
Donai un po’ d’acqua alle due piantine che tenevi sul davanzale in cucina. Visto che di te non riuscivo a prendermi cura, mi prendevo cura della tua casa. Chissà perché tu immaginavi un nesso complesso aggirarsi nei miei pensieri e forse da qui la tua delusione e poi il dolore, un insopportabile dolore che viene e va, e lì ti sei perso, e da allora non ti ho più ritrovato.
Misi i miei jeans, sistemai la mia roba, man mano pensavo e perdevo del tempo. È lì che mi dirigevo, lungo la strada del tempo. Del mio tempo.
Tuttavia, avrei dovuto dirtelo o lasciartelo scritto, che c’è sempre qualcosa che resta e che geme: per me è stato quest’ultimo giorno di attesa tra quelle pareti monotone, per te invece forse sarà stato il mio eterno silenzio al di là di maschere e miti.
Andai via e fin qui tutto bene.

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Life Support – Daniel Blumberg