Amico mio

7–7–N – Robert Goodnough

Amico mio,
questi sono giorni tristi e immobili
in questi o forse in altri
le montagne dormono soavi
e neppure una nuvola osa passare
per questo cielo terso
fatto solo di vento.
È una falsa primavera questa
e quel che è vero, invece
è che noi non pensavamo alla morte
il nostro mondo ogni giorno finiva al tramonto
e soli, e sottili come la carta
volavamo invisibili al vento.
Mi tenevi sempre un posto al mattino
accanto a te,
condividevamo la stessa musica:
un auricolare io ed uno tu,
senti qui, ti dicevo
tu ascoltavi e sorridevi
e ad ogni pausa
eravamo desiderosi di caffè, fumo e sorrisi.
Credevamo di conoscere il dolore
ma anche quello era finto,
non credevi alle mie storie
ma ti piacevano tanto
e ogni tanto mi chiamavi Barabba
altre volte Caratterino (mi abbracciavi)
invece adesso, non solo mento
ma neppure una nuvola riesco a spezzare.
Mi hai seguito per tutto questo tempo morto
come un’ape ronza intorno a un fiore
mi hai chiesto di vederti
ma il mio polline è incantato,
non ascoltiamo più la stessa musica.
Perdonami
ho sottovalutato tutto
ho indossato la mia maschera preferita
e in silenzio sono andata avanti.

Amico mio,
tu lo sapevi
– lo sapevi
mi scrivevi, mi chiamavi
e sorridevi ad ogni mia fuga.
Era un’intimità ceduta, mai tradita
così sono fuggita
sulla via del ricordo
e di nuovo, mi chiamavi Barabba
e poi di nuovo Caratterino (non mi abbracci più).
Forse più in là, ti dicevo
fermarsi, voltarsi non ha senso
e invece adesso sei dove non dovresti
e ancora
e ancora ci guardiamo
mentre tento di restare calma
provo a non piangere
tu prendi la mia mano
mi dici che a parole sono brava
e forse un giorno troverò chi mi sa rispondere.
Non c’è nessun inganno di fronte alla morte
solo sincerità, un’amara verità,
come vuoi che non pianga?
Adesso piango per questo ricordo
ed altri
che mi offuscano la mente.
Per ogni mia parola, per ogni mia poesia
scrivevi “è da te”
come se da me ci si dovesse aspettare qualcosa,
niente invece. Niente.
E adesso anche da te,
niente, proprio niente.
Era un mondo diverso quello
in questo mi hai tradito tu
mi hai lasciato tu
e fatico a scrivere
come fatico a parlare
provo a fumare di nuovo con te,
sento solo il silenzio
non vedo il perdono
e di fronte alla tua lapide
questa assenza, sola
non riesco a lasciarla andare.

 

Adam Torres – Green Mountain Road

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Inno alla Gioia [di Seidicente]

Joaquin Torres Garcia – Objet Plastique Planos de color con dos maderas superpuestas (1928)

È bastato
un istante di luce spenta
celato sul lato nascosto di una foglia
sopra la terra verso il cielo
un’ombra morta che insegue la luce del sole.
Così si è svegliata la mia anima, divisa
tra il bene e il male,
tra una voglia e un rifiuto
vagamente ritrovata
nelle vane parole di un tempo.
Eppure era solo per la gioia,
ma forse nulla davvero andava detto
così anche l’occhio è tornato a guardare,
a cercare;
ho respirato di nuovo il profumo di rose
– forse speravo di crescere
di crescere ancora, e invece
ho bloccato l’amore
e sono rimasta qui.

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Canto alla durata [di Peter Handke]

Canto alla durata: quando il mondo si fa poesia.
[Seidicente]


Composition, Piet Mondrian, 1916

“Si era rivolta a me […] e come dall’alto
e mi venne così di descrivere
la sensazione della durata
come il momento in cui ci si mette in ascolto,
il momento in cui ci si raccoglie in se stessi,
in cui ci si sente avvolgere,
il momento in cui ci si sente raggiungere
da cosa? Da un sole in più,
da un vento fresco,
da un delicato accordo senza suono
in cui tutte le dissonanze si compongono e si fondo assieme. […]
Ecco, la durata è la sensazione di vivere. […]
Credo di capire
che essa diventa possibile solo
quando riesco
a restare fedele a ciò che riguarda me stesso,
quando riesco a essere cauto,
attento, lento,
sempre presente a me stesso sino nelle punte delle dita.

E qual è la cosa
a cui devo restare fedele?
Essa ti apparirà nell’affetto
per i vivi
– per uno di loro –
e nella consapevolezza di un legame
(anche soltanto illusorio).
E questo non è una cosa grande
particolare, non è insolita, sovraumana,
non è guerra, non è un allunaggio,
non è una scoperta, un capolavoro del secolo,
la conquista di una vetta, un volo da kamikaze:
io la condivido con altri milioni di persone,
con il mio vicino e allo stesso tempo
con gli abitanti ai margini del mondo,
dove grazie a questo fatto comune
si crea lo stesso centro del mondo
che è qui accanto a me.
Sì, questo fatto dal quale con gli anni scaturisce la durata
è di per sé poco appariscente,
non fa conto parlarne
ma è degno di essere affidato alla scrittura:
perché dovrà essere per me la cosa più importante.
Dovrà essere il mio vero amore.

E io,
affinché da me nascano i momenti della durata
e diano un’espressione al mio volto rigido
e mettano nel mio petto vuoto un cuore,
devo assolutamente esercitare
un anno dopo l’altro
il mio amore.
Restando fedele
a ciò che mi è caro e che è la cosa più importante,
impedendo in tal maniera che si cancelli con gli anni,
sentirò poi forse
del tutto inatteso
il brivido della durata
e ogni volta per gesti di poco conto
nel chiudere con cautela la porta,
nello sbucciare con cura una mela,
nel varcare con attenzione la soglia,
nel chinarmi a raccogliere un filo. […]

Ma anche continuare per anni a essere ben disposto nei tuoi confronti
può darti durata.
Sapermi guardare amichevolmente negli occhi
talvolta mi assolve. […]
Essere indulgente con i miei difetti […]
rabbonirmi, se mi viene fatto un torto,
come mio unico parente,
battermi il petto
in trionfo per una parola felice
al posto giusto
e urlare un «sì» nella foresta della mia stanza
può ringiovanirmi
come una bottiglia di prelibatissimo vino
(con effetto però diverso).

Singolare è il sentimento della durata
anche alla vista di certe piccole cose
quanto meno appariscenti, tanto più toccanti:
un cucchiaio
che mi ha accompagnato in tutti i traslochi
un asciugamano
appeso nelle stanze da bagno più diverse,
la teiera e la sedia di vimini
per anni lasciata in cantina
o accantonata da qualche parte
e ora finalmente di nuovo al suo posto,
un altro, in verità, diverso da quello originario
e tuttavia al suo posto. […]

Anche a casa mi si fa accanto molte volte
quando cammino su e giù per il giardino
nella neve, nella pioggia, al sole, sotto il temporale,
[…] oppure quando mi siedo nella mia stanza
al cosiddetto tavolo da lavoro –
non per attendere alla mia occupazione, al testo,
ma per fare tutti quei soliti gesti secondari:
spostare indietro la sedia,
dare uno sguardo nel cassetto […]
sbirciare dalla finestra in giardino
dove i gatti lasciano le loro tracce
nella neve profonda e tra l’erba alta,
mentre ascolto da diverse direzioni a seconda del vento
il fischio e il trabalzare
dei treni che percorrono la pianura.

O durata, mia quiete!
O durata, mia sosta! […]

La durata è il mio riscatto,
mi lascia andare ed essere. […]
Chi non ha mai provato la durata
non ha vissuto.

La durata non stravolge,
mi rimette al posto giusto”.

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