Impronte sul cielo

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Perché tu possa ascoltarmi,
le mie parole
si fanno sottili, a volte,
come impronte di gabbiani sulla spiaggia.

In amicizia ti dico che ciò che più amo è l’intelligenza, perché l’audacia e l’onestà di una persona a volte non giovano al dialogo.
Oramai sono cresciuta.
Sono cresciuta quel giorno che ho appreso quel che gli antichi greci ignoravano: l’incertezza!
Saper discernere è un’esclusiva tutta giovanile. Solo l’innocenza può permettersi di credere che sia possibile agire sempre in accordo con princìpi inamovibili.
Adesso magari mi fermo a guardare due uomini al bar e rimango lì indecisa su chi devo osservare: quello che paga o quello che beve. Al chiarore incerto che il globo diffonde, l’espressione dei loro visi sembra uguale. Perfettamente.

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè giocano in silenzio a scacchi.
Un artigiano che pensa ad un colore e ad una forma.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra sia esistito Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone stanno salvando il mondo.

Il gabbiano attraversa in volo la lunga linea della scogliera.
Il cielo è grigio anche se è ancora estate.
È il mattino presto che adora la foschia e così rende impreciso il limite delle cose.
“Non si può sparare alla luna” mi dico, “neppure fiondandosi nel cielo…libero”.
I miei pensieri col passare delle ore prendono forma e io penso che siano la realtà.
Quella stessa che viaggia sempre con un sospiro.
Così ci sono sogni che uccidono il sonno e viaggiano sempre con le menzogne.
Quelle stesse che accompagnano sempre un sorriso.

Si sa, la parola è un’ala del silenzio.
Sembra che gli occhi ti sian volati via
e che un bacio ti abbia chiuso la bocca.

Non immagini neanche quanto sia facile iniziare una guerra e quanto invece sia difficile finirla.

 

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Il vento…visto da lontano

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Quando tramonta il sole e le chitarre muoiono sull’imbiancarsi del corso del tempo, quando la stagione più calda svanisce dietro le nuvole, vengo qui.
Un attimo, un istante nel ripercorrere delle ore.
Adesso so che non si è mai così felici come quando si è scoperto il modo di perdersi, così viaggio nel tempo abbandonandomi qui e cercando quella fantastica sensazione di essere fuori dal tempo, fuori dalle sue leggi, di non percepire la monotona successione dei giorni, ma assaporare soltanto alcuni attimi di felicità intensa, quasi disperata.
Cerco allora quella porzione di cielo, quando il mare si fa grigio e l’aria fine diventa fitta come la nebbia e inseguo ancora quella breve stagione depositata in fondo al cuore che trascina con sé il rimpianto di un’ora, di un sorriso, di un fuggevole istante in cui la vitalità è sbocciata…come una gemma.
Il nostro percorso è organizzato in modo che si abbia sempre meno paura possibile.
Sotterranea l’angoscia avanza con il suo lavoro di trincea. La sua voce non si può completamente imbavagliare e può darsi che non esista davvero, ma ti poni in quell’attimo e ti rifugi in quella caverna dove non fa né caldo né freddo, dove non c’è né bello né brutto, dove il senso sospende l’amore e il pensiero: esiste solo un rumore di fondo, che è una cosa orribile.
E poi, come al risveglio, i ricordi ricollocano il corpo, in un lampo, restituendogli quanto gli fa da anima.
Ti senti allora rassicurata e delusa allo stesso tempo: dunque sei questo, dunque sei solo questo.
Io non dimentico e tornerò, tornerò nuovamente quando tutte le foglie saranno cadute…e il mio sguardo spiegherà qualcosa e fisserà nuovamente da lontano il vento che vola.

 

Questo è un addio!

A moment's reflection
Ho scoperto che quest’anno il bilancio preventivo dell’esercito degli Stati Uniti è di 633 miliardi di dollari, mentre quello delle forze di pace dell’Onu è solo di 7,8 miliardi. Mi piacerebbe che fosse il contrario, ma la mia opinione non ha nessun peso…credo…
Il barbone, qui sotto, era scomparso da un pò. Non che non ci dormissi la notte, ma un pò preoccupata lo ero. Così ieri ho cominciato a chiedere in giro. Al salumiere, al panettiere e poi al tabaccaio, ma non ne sapevano nulla…”si sarà trasferito”, mi hanno detto.
Qualcosa certo deve essere successo. Potrei anche farmi i cazzi miei, ma non riesco a non pensarci. Una persona che ti saluta e ti sorride ogni giorno (sottolineo “ogni giorno”) credo che meriti un pensiero o anche un pò di preoccupazione…credo…
Così oggi, dopo mangiato, decido di partire in missione di pace e di andare alla ricerca del barbone. Almeno un giro in zona, mi dico.
Cammino, digerisco e cerco.
Gira e rigira lo becco all’uscita del supermercato in via Milano…mhhh…è salito di livello, mi dico.
Mi avvicino, lo saluto e sorrido. Lui sorride, come sempre, ma questa volta sembra più un sorriso d’intesa privo di sofferenza. Lo stesso sorriso che si farebbe ad un vecchio compagno d’armi, per intenderci.
Vedo che possiede anche una seggiola e una copertina. Sembra stare meglio o, per lo meno, più comodo.
Mi fermo, a questo punto.
Gli chiedo. “Ti sei trasferito?”
Lui acconsente.
“Qui va meglio?” Cerco una conferma, almeno.
“Qui non sorride nessuno, però mi danno più soldi”, mi dice ridendo.
Sento il peso delle due euro che ho in tasca.
E’ un addio, questo.
Sorrido e vado via.
Certo che è proprio vero, penso, viviamo sempre dall’altra parte del mondo.