Curiosità da Oscar

Charlie Chaplin, Orson Welles e Sylvester Stallone sono stati i primi tre nella storia degli Oscar ad aver ricevuto le nomination per miglior attore protagonista e per la miglior sceneggiatura originale nello stesso anno e per lo stesso film. Rispettivamente per Il grande dittatore, Quarto Potere e Rocky. Dopo di loro solo pochi altri ce l’hanno fatta: Woody Allen con Io e Annie, Matt Damon con Will Hunting – Genio ribelle e Roberto Benigni con La vita è bella.

Il grande dittatore

Il grande dittatore

Helen Hayes dovette attendere ben trentotto anni tra la sua prima statuetta vinta nel 1932 e la seconda vinta nel 1971 per il film Airport.

Sylvester Stallone, Bing Crosby, Paul Newman, Ray Milland, Maximilian Schell, Peter O’Toole, Al Pacino e Cate Blanchett sono gli unici attori ad aver ricevuto (Bing Crosby e Paul Newman anche vinto) due nomination per aver interpretato lo stesso personaggio a distanza di anni, mentre Stallone detiene il record della distanza tra le due pellicole, 39 anni tra Rocky (1976) e Creed – Nato per combattere (2015).

Il colore dei soldi

Il colore dei soldi

Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re è l’unico film fantasy a essere stato premiato con l’Oscar per il miglior film (sebbene alcuni considerino anche Forrest Gump un fantasy, come i Saturn Awards). Inoltre, riesce ad ottenere undici premi Oscar su undici nomination ai quali era candidato eguagliando il record di Titanic e di Ben-Hur. 

Nel 1961 Russell Metty vinse l’Oscar per la migliore fotografia per Spartacus. La fotografia era in realtà di Kubrick che lo esautorò (pur lasciandogli il credito) in quanto totalmente in disaccordo con le sue scelte. 

Geraldine Page dovette aspettare di essere candidata ben 7 volte prima di essere premiata, nel 1986, con l’Oscar alla miglior attrice per In viaggio verso Bountiful.

In viaggio verso Bountiful

In viaggio verso Bountiful

Jack Palance dovette aspettare ben quarant’anni dalla prima candidatura (So che mi ucciderai) prima di essere premiato con l’Oscar al miglior attore non protagonista per Scappo dalla città – La vita, l’amore e le vacche.

Il regista Martin Scorsese ha vinto il suo primo Oscar nel 2007 per The Departed dopo ben 5 candidature a vuoto: Toro scatenato; L’ultima tentazione di Cristo; Quei bravi ragazzi; Gangs of New York e The Aviator. Successivamente fu candidato nel 2012 per Hugo Cabret e nel 2014 per The Wolf of Wall Street, ma senza vincere.

Jeff Bridges ha dovuto aspettare 39 anni dalla prima nomination per L’ultimo spettacolo prima di ricevere il premio nel 2010 per Crazy Heart.

Crazy Heart

Crazy Heart

Marlon Brando ha rifiutato il Premio Oscar vinto nel 1973 per il film Il padrino, in protesta contro le ingiustizie da parte del mondo di Hollywood contro i nativi americani. Questo fu il secondo caso del rifiuto di un Oscar. Il primo a rifiutarlo fu George C. Scott due anni prima. Questi due sono (finora) gli unici due attori ad aver rifiutato l’Oscar e inoltre hanno recitato insieme nel film La formula nel 1980.

Sandra Bullock è stata la prima attrice a vincere nello stesso anno, a poche ore di distanza sia il premio Oscar per la migliore attrice, sia il Razzie Awards per la peggiore attrice, rispettivamente per The Blind Side e A proposito di Steve.

Paul Newman, stanco delle continue nomination senza vittoria, non si presentò a ritirare il suo Oscar per Il colore dei soldi nel 1987.

Il compositore Alan Menken è, al pari con Dennis Muren, l’artista vivente più premiato con ben 8 statuette, tutte vinte per i lungometraggi di Walt Disney: quattro per la colonna sonora e altrettante per la canzone originale per La sirenetta, La bella e la bestia, Aladdin e Pocahontas. Ha ottenuto nomination anche per Il gobbo di Notre Dame, Hercules, Come d’incanto e Rapunzel – L’intreccio della torre, ma senza vincere.

Il regista Stanley Kubrick, considerato come uno dei più geniali autori di sempre, ottenne 4 nomination per la regia: Il dottor Stranamore; 2001: Odissea nello spazio; Arancia meccanica; Barry Lyndon e 5 per la sceneggiatura (per gli stessi film cui va aggiunta la nomination per Full Metal Jacket nel 1988), ma vinse solo un premio tecnico per gli effetti speciali di 2001: Odissea nello spazio.

Il dottor Stranamore

Il dottor Stranamore

L’attrice Katharine Hepburn, vincitrice di ben 4 Oscar, non fu mai presente alla cerimonia a ritirare di persona il premio. La sua unica apparizione alla Notte degli Oscar fu nel 1974, quando aprì la serata e la platea in teatro le tributò una standing ovation.

Woody Allen, vincitore di 4 Oscar, non si è presentato mai alla cerimonia per ritirarli di persona.

Kevin Costner, Clint Eastwood (2 volte), Mel Gibson e Woody Allen sono gli unici attori-registi ad aver centrato l’accoppiata miglior film e miglior regia nello stesso evento per Balla coi lupi, Gli spietati e Million Dollar Baby, Braveheart, Io e Annie. Gli stessi (escluso Gibson) avevano anche ricevuto la nomina come miglior attore ma senza vincere.

Sophia Loren, Roberto Benigni, Marion Cotillard e Jean Dujardin sono gli unici attori ad aver vinto l’Oscar recitando in un film non in lingua inglese rispettivamente per La ciociara nel 1962, La vita è bella nel 1999, La vie en rose nel 2008 e The Artist nel 2012.

The Artist

The Artist

Bernardo Bertolucci è l’unico regista italiano ad aver vinto l’Oscar come miglior regista (per il film L’ultimo imperatore) nel 1988.

Norman Taurog è il più giovane regista premiato con l’Oscar (per il film Skippy) nel 1931 a 32 anni. Un record che resiste tuttora. Mentre il più anziano è Clint Eastwood per Million Dollar Baby nel 2005 a 75 anni.

Joseph Leo Mankiewicz, John Ford e Alejandro González Iñárritu sono gli unici registi ad aver vinto l’Oscar per due anni di fila: Mankiewicz nel 1950 per Lettera a tre mogli e nel 1951 per Eva contro Eva, Ford nel 1941 per Furore e nel 1942 per Com’era verde la mia valle ed infine Iñárritu nel 2015 per Birdman e nel 2016 per Revenant – Redivivo.

Emmanuel Lubezki è finora l’unico direttore della fotografia ad aver vinto tre Oscar consecutivi, nonché in generale l’unico personaggio cinematografico a realizzare questa tripletta.

Birdman

Birdman

Kathryn Bigelow è l’unica donna ad aver vinto l’Oscar come miglior regista (per il film The Hurt Locker), nel 2010.

Il film The Artist è la seconda pellicola muta ad aver vinto l’Oscar come miglior film, ben 83 anni dopo Ali di William A. Wellman, che vinse la prima edizione degli Oscar nel 1929.

Le attrici Emmanuelle Riva (85 anni) e la piccola Quvenzhané Wallis (9 anni) sono rispettivamente la più anziana e la più giovane interprete ad aver ottenuto la nomination come miglior attrice protagonista, candidate entrambe nel 2013.

Nel 1981 i due attori premiati come protagonisti, ossia Robert De Niro per Toro scatenato e Sissy Spacek per La ragazza di Nashville, vinsero l’Oscar interpretando due personaggi realmente vissuti, ossia il pugile Jake LaMotta e la cantautrice country Loretta Lynn, i quali erano ancora vivi all’epoca, un evento rarissimo agli Oscar. Caso analogo si verificò anche nel 1997 con l’Oscar al miglior attore dato a Geoffrey Rush per il film Shine, dove interpretò il pianista australiano David Helfgott, nel 2007 con l’Oscar alla miglior attrice a Helen Mirren per aver interpretato la Regina Elisabetta II in The Queen – La regina, e nel 2015 con l’Oscar come migliore attore a Eddie Redmayne per aver interpretato il cosmologo Stephen Hawking ne La teoria del tutto.

Shine

Shine

Nel 1969 vi furono due premiati come miglior attrice protagonista: Katharine Hepburn per Il leone d’inverno (alla sua 3ª e penultima vittoria, e alla sua 11ª nomination), e Barbra Streisand in Funny Girl (al suo primo film).

Nel film Il Padrino gli attori Marlon Brando, Al Pacino, James Caan e Robert Duvall hanno tutti e quattro ricevuto la nomination come migliori attori, Marlon Brando (unico vincitore) per il miglior attore protagonista, Pacino, Caan e Duvall per il miglior attore non protagonista. Nel film Il Padrino – parte II, Robert De Niro, Al Pacino, Lee Strasberg, Michael V. Gazzo e Talia Shire furono tutti candidati all’Oscar come migliori attori, De Niro fu l’unico a vincere l’Oscar per il ruolo di Vito Corleone, lo stesso ruolo che era valso l’Oscar a Marlon Brando l’anno precedente. Nel film Il Padrino – parte III, Andy Garcia fu nominato all’Oscar come attore non protagonista. In totale la trilogia de Il Padrino ha avuto 10 nomination ai migliori attori.

Nella storia degli Oscar sono sette i film che hanno realizzato l’accoppiata miglior attore e miglior attrice: sono Accadde una notte nel 1935; Qualcuno volò sul nido del cuculo nel 1976; Quinto potere nel 1977; Tornando a casa nel 1979; Sul lago dorato nel 1982; Il silenzio degli innocenti nel 1992 e Qualcosa è cambiato nel 1998.

Qualcosa è cambiato

Qualcosa è cambiato

Le attrici Jane Wyman, Patty Duke, Holly Hunter, Samantha Morton e Rinko Kikuchi hanno in comune l’essere state nominate come migliori attrici, pur non proferendo neanche una parola nelle rispettive pellicole.

Nel film Il lato positivoSilver Linings Playbook del 2013 gli attori Robert De Niro, Bradley Cooper, Jennifer Lawrence (unica ad aver poi vinto l’Oscar) e Jacki Weaver hanno tutti e quattro ricevuto la nomination come migliori attori, nel 2008 Meryl Streep, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams e Viola Davis furono tutti candidati agli Oscar per Il dubbio e nel 1968 Warren Beatty, Faye Dunaway, Gene Hackman, Estelle Parsons (unica ad averlo vinto) furono tutti nominati per Gangster Story. Succede ancora nel 2014 per il film American HustleL’apparenza inganna del 2013, dove gli attori Christian Bale, Amy Adams, Bradley Cooper e Jennifer Lawrence hanno tutti ricevuto la nomination come migliori attori o attori non protagonisti.

American Hustle

American Hustle



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L’uomo Fiammifero (di Marco Chiarini)

Noi togliamo stranamente valore alle cose non appena le pronunciamo. Crediamo d’esser scesi sul fondo degli abissi, e quando ne riemergiamo la goccia d’acqua che stilla dalla punta sbiancata delle nostre dita non somiglia più al mare da cui viene. C’illudiamo d’aver scoperto una massa di meravigliosi tesori, e quando torniamo alla luce non abbiamo portato con noi che pietre false e pezzetti di vetro. Eppure, nell’oscurità, il tesoro conserva immutato il suo luccichio.
[Maeterlinck]



L’uomo Fiammifero – Ci devi credere

 

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– Scusa che stai facendo?
– Niente.
– Non toccare.
– Va bene calmati.
– Io, primo non mi calmo, perché il porcile è mio e tu non devi toccare.
– Va bene, mi chiedevo soltanto se avete un maialino.
– No, è volato via.
– Perché?
– Non ti interessa, e poi qui dentro non devi entrare, ti sporcheresti le tue scarpette nuove. È pieno di merda.
– Che cafone!
– Puzzalnaso!
– Come hai detto scusa?
– Niente.
– Guarda che ti ho sentito.
– E, pure io, ti ho sentita.
– Non sei sordo, ma sempre cafone rimani.
– E tu sei una puzzalnaso.
– Ma se nemmeno mi conosci.
– Ma si vede che sei una puzzalnaso.
– Senti, tu sei un bambino e io con i bambini non ci vivo.
– Tu che sei, una donna bella e fatta?
– Io ho 12 anni.
– Se tu hai 12 anni, io faccio il quarto geometra. Tu hai massimo 9 anni. Comunque se vuoi entrare entra. Tanto che ti piaceva il porcile, vediamo se hai il coraggio di fare questo: prendere la cacca del maiale per mano.
– Certo che ce la faccio. Mhhhh!!
– Va bene, questo lo sai fare, però, riesci a fare bruciare un fiammifero da capo a coda senza farlo spegnere?

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– Lo sai come sono nate le lucciole?
– No.
– E perché le stelle in cielo sono sempre tantissime, anche se cadono in continuazione?
– No.

Tanto tempo fa, l’uomo fiammifero scese dalla Luna sulla Terra. Il suo compito era quello di accendere tutte le stelle del cielo. Per accendere tutte le stelle in una notte sola, l’uomo fiammifero andò a parlare con tutti gli esseri viventi, chiese a tutti gli animali di fare silenzio e di non disturbarlo quella notte. Così il Sole non si svegliava, ma il Re dei Galli lo tradì.
– Chicchirichì.
Cominciò a cantare prima del tempo, svegliando tutto.
L’uomo fiammifero odia i galli, perché cantano quando fa giorno. Quando se ne andò, dai tizzoni di fuoco che cadevano dal suo fiammifero nacquero le lucciole.

– E mi vuoi far credere che dipende tutto da lui?
– Esatto!

E poi la fiaccola dell’uomo fiammifero è fatta con la coda di migliaia di stelle cadenti ed è per questo che se lo vedi qualunque tuo desiderio si avvera.

– Ricorda! Qualunque desiderio si avvera. Qualunque desiderio ti si avvera.

 

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Eravamo seduti al “Palo Ruota”, era venerdì 10 Agosto, ore 16:42.
Lorenza mi stava vicino e rideva. Avevamo percorso a piedi e in bici 10 km. Anzi no, 2 km e mezzo. Distava 10 cm, era vicinissima, le potevo vedere gli occhi da vicino.
Credo proprio che con la storia dell’uomo fiammifero ero quasi riuscito ad incuriosirla.
Lorenza… che occhi che avevi. In Abruzzo non si era mai vista una ragazza così. Erano tutte bruttarelle, come le pecore di papà, con gli occhi da gallina mezzi mosci. Quando ti stavo vicino, non lo so che cosa mi accadeva, mi mancava l’aria per quanto mi piacevi. Se appoggiavo una mano per terra, facendo finta di spostarmi, potevo quasi toccarti. Tu, invece eri un’altra cosa a te le cose che dicevo interessavano veramente, oppure ti annoiavi. Non lo so, forse facevi solo finta…bhoo.

 

 


Titolo Internazionale: The Thin Match Man
Nazione: Italia
Durata: 83 minuti
Regia: Marco Chiarini
Anno: 2009
Cast: Francesco Pannofino, Marco Leonzi, Greta Castagna, Davide Curioso, Tania Innamorati, Matteo Lupi, Giuseppe Mattu, Anastasia di Giuseppe


Accordi e disaccordi (di Woody Allen)

Certo che cosa sia un uomo realmente vivo si sa oggi meno che mai.
Sedicente

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«Succedono cose terribili alla gente innamorata, io lo so.» (Emmet)

Riporto Emmet, protagonista del film, perché lo conosco bene. Almeno così penso!
Personalmente ritengo che alcuni personaggi hanno bisogno di qualcuno che ne racconti le gesta, quando magari sono diventati semplici nomi da dare a un sandwich.
Così riprendo Emmet Ray che è uno di questi personaggi, cioè è uno di quelli che vive ai margini della fabbrica dei sogni, dotato di un talento immenso ma di una personalità insufficiente a sfruttarne tutte le sue potenzialità.
Nonostante io pensi questa volta che mi verrà veramente difficile raccontarvi di Accordi e Disaccordi lo farò con tutto l’impegno possibile, semplicemente perché è un film superbo, carico di intelligenza e sagacia che riflette profondamente sull’essere intimo di un uomo che combatte visibilmente una battaglia con il suo essere artista. È un film geniale che mette in scena una guerra, un conflitto costante tra sentimenti e passioni, tra cuore e anima.

Emmet Ray (interpretato magistralmente da Sean Penn) è un chitarrista jazz, la cui figura e vita sono ispirate a quelle di Django Reinhardt e nonostante sia un ottimo musicista, Emmet è ossessionato dall’essere il secondo chitarrista jazz più bravo al mondo, giudizio che, sebbene condiviso dallo stesso protagonista, per la venerazione che questi nutre nei confronti dello stesso Reinhardt, non manca di disturbarlo ed inquietarlo quotidianamente.
La dualità Emmet-Django richiama fortemente quella arte-vita, che rappresenta il tema e lo scontro tra narrazione e regia: così Ray Emmet piange ogni volta che ascolta un disco di Django.
Utilizzando sfacciatamente la mia onestà intellettuale ammetto che, per quanto mi riguarda, non è tanto l’artista ad aver attirato la mia attenzione in questo film, quanto invece l’emergere di un contrasto netto tra ciò che egli vorrebbe essere e ciò che realmente è: Accordi e Disaccordi è una storia d’amore intensa, che raffigura il contrasto tra la superficialità del voler essere artisti e la profondità dell’essere umani.
Emmet rientra tra quelle figure a cui Woody Allen (mi viene in mente Zelig), regala una vita grazie alla tattica tipica dei racconti orali delle tradizioni popolari che dilatano, spianano e armonizzano; ed anche in questo film, i narratori, tra cui lo stesso Allen, raccontano di un uomo e di una vita creando un ritratto e un’opera d’arte e regalandoci al contempo, l’alimento essenziale per il nostro immaginario: un mito, da amare, ma prima di tutto un uomo da comprendere. È una scelta certamente felice “la narrazione”, che ci permette di avvicinarci maggiormente ad un personaggio che, almeno per certe caratteristiche, si dovrebbe più inventare che vivere.
Sottolineo (ci tengo): Allen ci racconta la vita di Emmet Ray e al contempo crudelmente ci pone di fronte a Django Reinhardt.
Con presunzione al riguardo vi dico inoltre che sia io che il regista sicuramente la pensiamo allo stesso modo, tanto è vero che Woody Allen rievoca Emmet quasi con ironia e indulgenza, tra sarcasmo e ammirazione.
Le mani di Ray Emmet scorrono velocemente sulle corde della sua chitarra ma il suo rapporto con gli esseri umani non risulta altrettanto agevole. Anche i suoi hobbies non sono propriamente ordinari: nel tempo libero il chitarrista jazz appena può corre a sparare ai topi nelle discariche con la sua fidata calibro 45 e nutre una passione ante litteram per il “trainspotting”. Allen lo segue fedelmente nei momenti clou delle sue giornate: al bar, al tavolo da biliardo ed ovviamente in scena, tra gli applausi autentici che cospargono una gavetta infinita.

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Emmet Ray vive la propria condizione di artista attraverso questa ambivalenza e tensione verso i fasti di un’arte alta e l’irrimediabile bassezza a cui è costretto l’essere umano. Una scena particolarmente simbolica in tal senso si svolge non a caso sul palcoscenico dove Emmet si dovrà esibire: desideroso di studiare per i suoi spettacoli un ingresso in scena degno dei grandi teatri di Broadway, Emmet si fa costruire una gigantesca luna gialla, con tanto di seggiolina incorporata, che dovrebbe calarlo in scena dall’alto. Pur essendo stato avvisato del possibile pericolo, Emmet cadrà invece fragorosamente sul palcoscenico all’inizio dello spettacolo, generando risate e ilarità tra il pubblico e questi, tristemente, si ritroverà a bruciare la luna in un bidone della spazzatura, in un vicolo buio.
Il ritratto è quello di un sentimento agrodolce, di un uomo sottomesso a se stesso e ai propri sogni.

«Prima o poi tutti i sogni vanno in fumo» (Emmet)

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Apro una nota e chiedo venia adesso per non avervi descritto prima l’ambiente cinematografico e il periodo in cui è vissuto Emmet, ma nutro comunque nei confronti dei pochi veri lettori una notevole fiducia nelle loro capacità, tale da credere che nessuno di voi possa aver immaginato Emmet tra i palazzi della citta di Nabat di Star Wars. Se ci tenete poi particolarmente, potete ricominciare dall’inizio e rileggere tutto immaginando Emmet nei locali tipici dello swing, durante gli anni della grande depressione, dove Ray entra in contatto con un ambiente molto vario popolato non solo da musicisti ma anche da loschi individui e focose amanti.
Credo che Woody Allen, con l’ausilio di una splendida scenografia, volesse realizzare una fiaba sull’era del jazz e su un artista capace di catturarne lo spirito malinconico; il suo è un omaggio affettuoso, tenero e nello stesso tempo pungente, agli artisti dimenticati.
Da qui rientra perfettamente anche la descrizione della vita sentimentale di Emmet, assolutamente disinteressato ai legami impegnativi, perché lui è un artista: appare legato alle donne da un rapporto di bisogno nevrotico ed insofferenza maniacale ed endemica.

«Io con le donne ci sto bene, le amo, solo che non mi servono… credo che succeda così quando uno è un vero artista.» (Emmet)

Eppure nonostante si opponga alla vacuità dei sentimenti, più per curiosità che per vero interesse, comincerà una storia con una ragazza muta, la fedele lavandaia Ettie (una Giulietta Masina teneramente interpretata da Samantha Morton), che lo amerà profondamente e che subito gli si affeziona, attratta dalla sua fantasiosa personalità. Essendo muta ma intensamente espressiva, Hattie procede quasi da contrasto visivo, perché lo sguardo è chiamato a posarsi quasi esclusivamente su di lei: guida la nostra attenzione e la muove su Emmet di cui modula qualsiasi parola o movimento e suggerisce il ritmo dell’azione quando la scena li vede entrambi coinvolti. Ma la ragazza è anche l’oggetto passivo del gretto pavoneggiarsi di Emmet: è divertente sentirlo farneticare, assistere alla sua grossolana vanità e osservarne il riflesso nell’espressione innocente di lei, la cui dolcezza assimila e altera ogni volgare scherno di Emmet, riducendolo quasi ad un ridicolo furfante.

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Hattie quindi diventa così un soggetto attivo nel decidere i presupposti per un cambiamento nella vita di Emmet e conseguentemente nella sua arte. La sua presenza prima e il suo abbandono poi determineranno inevitabilmente dei mutamenti. Sarà lei a muovere Emmet verso la sofferenza e con la sua dolcezza e il suo affetto trasformerà l’artista talentuoso in artista umano, nelle cui note scorrerà il fluido emozionale della vita.
In un focoso scontro intimo Emmet però ingenuamente sceglie di non piegarsi ai sentimenti (almeno apparentemente) e così quasi sfrontatamente andrà con altre donne. Nonostante ciò Hattie rimane con lui e lo segue fino ad Hollywood, dove lei ottiene una piccola parte in un film d’avventura. Invidioso Emmet, per reazione quasi, si avvierà verso una relazione con Blanche, donna sofisticata ed egocentrica che, più che amarlo, è interessata alla sua figura di virtuosista della chitarra.
Blanche (ora mi viene da dire che non poteva essere altri che Uma Thurman), eternamente funestata dalle velleità artistiche, non potrà mai comprendere la contrastata natura umana di Emmet e l’evidenza di ciò sboccia in uno dei dialoghi più divertenti del film.

Blanche – Vorrei fare la puttana per un anno, uno soltanto.
Lui – Bhè semmai ti servisse un manager. Ah guarda che bellezza…
Blanche – Ma cos’è questa fascinazione per i treni?
Lui – Come sarebbe?
Blanche – Cioè senti uno stimolo a partire? A lanciarti verso destinazioni ignote?
Lui – Ma per fare che?
Blanche – Cerchi forse di ricatturare le sensazioni evanescenti della tua fanciullezza, come quando sognavi favolose città che restavano inafferrabili?
Lui – Non voglio ricatturare nessuna fanciullezza…faceva schifo!
Blanche – Bhè allora deve essere per forza la potenza della locomotiva. La sola poderosa energia sessuale che suscita la tua mascolinità…le ruote…la caldaia infuocata e i pistoni che pompano.
Lui – Sembra che tu voglia andare a letto col treno.

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Emmett tornerà da Hattie (inevitabilmente), da cui si sente amato e compreso, ma la vita non sempre aspetta e amaramente, confuso e indeciso, distruggerà istericamente l’oggetto pregiato della sua arte, la sua chitarra. Così alla fine della corsa, superato il suo tormento, lo troviamo solo e…angosciato.

«Che fine ha fatto? Credo sia sparito, come svanito», conclude Woody Allen nei panni di se medesimo.

Ed a noi spettatori resta la consapevolezza che la magia – quella d’un cinema inconfondibile, leggero e pensoso, colto ed elegante, fine e raffinato – si sia una volta di più ripetuta.