Game Girl

Pac Woman

 

Io ho sempre voluto, oddio più che altro ho sempre pensato, che sarebbe bello ed in parte anche educativo scrivere un film o, ancor meglio, una semplice storia su una ragazzina degli anni ’80/’90 (che sarei io, ma non fateci caso) che per la prima volta entra in una sala giochi e che per sempre rimane e rimarrà affascinata dal mondo videoludico. Il film (il mio film) in realtà non dovrebbe tanto trattare di questo amore coltivato per anni, ma delle incomprensioni e discriminazioni (non scherzo) subite durante la mia crescita.
La sala giochi era un luogo per solo uomini (ragazzini in crescita, più che altro) e dovevo marinare la scuola per poterci andare, perché per i miei genitori era un luogo bandito.
“Assolutamente no! È un posto sporco, c’è solo fumo ed è per gente malata!!! Non hai visto poi che non c’è neppure una femminuccia li dentro? Perché ci vuoi andare?” Come se di per sé il motivo non fosse abbastanza chiaro. E allora giù con le lezioni di tennis (che palle), pallacanestro (perché dovevo fare avanti e indietro in continuazione? Bah!), perché la bambina deve sfogare! Cosa? Non si sa. Io non ero arrabbiata, certo cominciai ad esserlo perché volevo solo giocare ai videogames. Così crescendo racimolai tutte le paghette e, senza dire niente a nessuno, mi comprai il Commodore 64. Lo portai a casa dicendo che era un computer (in fondo lo era) e che volevo studiare programmazione (in tasca, nascoste, avevo tante cassette di giochi tra cui il mitico “Turrican II”). Mi furono concesse due ore alla settimana, come fosse un incontro di psicoanalisi. Chiaramente per me due ore erano del tutto insufficienti, per cui quando tutti dormivano in casa, io mi svegliavo e giocavo. Con il volume abbassato chiaramente, infatti di molti giochi ancora oggi non conosco neppure il sonoro. Non era un problema, suoni e musiche erano nella mia testa e a me stava bene così.
Io crescevo e il mondo intorno a me cambiava, in giro si cominciava a vedere qualche Game Boy (sottolineo “boy” il cui significato era fortunatamente sconosciuto ai miei genitori), una console portatile della Nintendo, che però purtroppo era sempre in mano ad un maschietto (vedi mio cugino che mi sbeffeggiava alla grande), per cui l’opinione dei miei genitori era destinata a rimanere immutata. Paradossalmente i miei nonni invece erano un po’ più comprensivi e un natale (uno di quelli speciali) mi regalarono un Gamate. Cosa è? È un surrogato del Game Boy e per me era favoloso. Così almeno la notte potevo giocare sotto le coperte, senza la paura costante di essere scoperta.
Imparai così l’arte del commercio, racimolavo oggetti anche sconosciuti e li vendevo per potermi comprare le cartucce del Gamete. Quando i miei lo scoprirono (prima o poi doveva accadere), mi sequestrarono tutto.
Dovevo vergognarmi! Perché? Non stavo mica rubando. Di certo li avevo ingannati, ma altro non si poteva fare. A me sarebbe piaciuto giocare con mio padre, ma a lui non piaceva. Il problema poi era ampliato soprattutto dalla presenza di una sorella più grande (lo so, ancora non ne avevo fatto cenno, perdonami sorellina) a cui invece piaceva molto giocare con le amiche e le loro bamboline.
La mia frustrazione e solitudine erano destinate ad aumentare, così senza Commodore e senza Gamete mi chiusi nella lettura. Mi chiusi letteralmente: compravo e leggevo libri su libri, divoravo storie una dopo l’altra, perché io avevo bisogno di questo: storie su storie, non volevo altro.
I miei genitori erano contenti?
No.
“Sei sempre sola, non socializzi, non hai amiche, esci ogni tanto, vai in discoteca”.
In discoteca? Ma vero?
Andai in discoteca e mi innamorai subito (ai miei tempi c’era il “pomeriggio giovani” o per lo meno, così si chiamava). Non mi innamorai della discoteca, ma di un ragazzino. Appena entrai cercai subito l’angolo più remoto della stanza, più che altro per potermi nascondere il più possibile e fuggire da tutta quella confusione. Mi girava la testa, non sentivo nulla e ci vedevo ancor meno. Ancora adesso penso che i miei giochi fossero notevolmente più sani di quel posto buio, fumoso e rumoroso.
Mia sorella (ebbene si, ero proprio insieme a lei) mi tirò e trascinò verso il centro della stanza. Mi veniva da piangere, era un inferno! Io però riuscì a svincolare ed andai verso l’angolo adocchiato prima. Lì c’era questo ragazzino. All’inizio non capì cosa stava facendo, intravedevo una forma ricurva su se stessa, ma man mano che mi avvicinavo capì che stava giocando con un game boy. Fantastico! “Come ti chiami?” “Posso giocare con te?” “Perché no?” E mi innamorai così per la prima volta.
I miei genitori erano contentissimi, mai visti così felici. In realtà lui mi passava a prendere con il suo motorino, io dicevo loro che andavamo in piazza a prendere un gelato, ma invece andavamo a casa sua a giocare! Vabbè, magari non solo, sperimentai altro a quei tempi, ma questa è un’altra storia.
Dopo qualche anno (ebbene sì, non durò mica poco) la nostra relazione finì (chissà perché), soffrivo talmente tanto che i miei genitori vedendomi in quello stato mi regalarono un Personal Computer!
Ebbene sì, è così che andarono le cose e non credo che avessero piena coscienza di ciò che stavano facendo. Mi si aprì un mondo, fatto di internet e videogiochi, con un modem che gridava ogni volta che mi collegavo, tanto da coprire la voce di mia madre che mi rimproverava che stavo sempre davanti al PC. Andava tutto bene, a meraviglia direi: io sbattevo le porte, gridavo, piangevo, loro strillavano e sbattevano, ma ormai ero un’adolescente e ci stava tutto, era tutto perfettamente comprensibile.
Studiavo, giocavo, leggevo e ogni tanto uscivo per andare al cinema, nient’altro. Per me la vita era bellissima. Frequentavo spesso dei ragazzi perché così potevo condividere le mie passioni con qualcuno. Ero distante mille miglia invece dal genere femminile della mia generazione e si, le snobbavo alla grande.
Cominciai a giocare on line, a conoscere gente di tutta Italia, partivo per i Lan Party, lasciando dietro di me una scia di sbigottiti.
Sola, per tutto quel tempo sono stata sola e no, non ve lo perdono, mi dispiace. E non sto parlando dei miei genitori, ma di quel mondo intorno a me che peccava di non curanza e mancanza di curiosità. Quel mondo che si permetteva e ancora oggi si permette di giudicare una passione restringendola al sesso ed ad una ben determinata fascia d’età e che inoltre la vincolava a quell’unica parola: gioco.
Io mi sono divertita un sacco e mi diverto ancora oggi, con l’unica differenza che quando ero una ragazzina avevano da ridire sul fatto che non ero un maschietto mentre adesso hanno da ridire sul fatto che non ho più l’età per giocare.
Vabbè, io mi diverto e godo sempre di più di questo mondo che cresce in regia, scrittura, fotografia, scenografia, musica, scienza e sviluppo e che mi da sempre più la certezza di non aver sbagliato.

 


 


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5 commenti su “Game Girl

  1. ysingrinus ha detto:

    Povere le persone che non sanno giocare, convinte che ci sia un sesso o un’età per il divertimento.
    Una volta, comunque, leggere non era un’attività adatta alle donne. I tempi cambiano, per fortuna.

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  2. amilcaxas ha detto:

    Wow che storia! Sarà un bel film! 😉

    Piace a 1 persona

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