7 commenti su “L’onesta Poesia [di Platone]

  1. Che incanto leggere questo brano tratto da la Repubblica di Platone, è proprio in questo scritto che risalta l’importanza che aveva la dottrina eudemonista per gli antichi filosofi, Anassagora ma anche Eraclito erano sicuri che la felicità non dipendesse dal possedere tutto quello di cui l’uomo avrebbe bisogno, ma era insita in qualcosa di più spirituale come sapienza e buon uso della ragione.
    Quindi anche Platone associa la felicità dell’uomo all’essere giusti e buoni, agendo nella vita con etica senza essere tiranni di altri uomini, la felicità prescinde quindi dal possedere o meno ricchezze materiali.
    Vivere la felicità attraverso la virtù del giusto, e perseguire questo obbiettivo come fine ultimo della
    vita morale, sappiamo però che al giorno d’oggi è più facile sopraffare l’opinione di un nostro simile piuttosto che ascoltarla, come è più facile corrompere che seguire le regole.
    Che la sera ti sia propizia di silenziosa attesa per qualcosa di meraviglioso..
    Ciao carissima…

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  2. Beh, questo brano e’ la grande condanna della poesia da parte di Platone, poesia considerata eccessivamente frivola e sentimentale, fondamentalmente ipocrita quando usa la propria arte di suscitare consenso per il solo scopo di un vantaggio e prestigio personale, o soddisfare la propria vanita’.
    Ai tempi di Platone ci si accorge che la poesia non e’ piu’ sufficiente a spiegare le ragioni dell’esistenza individuale, della vita politica e sociale, delle norme morali che regolano la convivenza civile. Per governare rettamente occorrono dei principi giustificati da uno strumento piu’ potente e inoppugnabile. Questo strumento e’ la filosofia, che con il ragionamento riesce a individuare il vero e il giusto. Si era creduto che Omero fosse una specie di vate, Esiodo una specie di oracolo, ma i poeti avevano finito per creare ridicole credenze su degli dei viziosi e ipocriti, inclini alla disobbedienza se cio’ serviva a soddisfare il proprio personale egoismo. Cosi’ abbiamo dei che tradiscono la consorte, fanno nascere altri dei dalla propria coscia o dalla propria testa. Ma non solo questo. Abbiamo poeti che ridicolizzano la vita politica, e abbiamo politici che usano l’eloquenza al solo scopo di conquistare i favori delle masse. Siamo nel periodo di massimo splendore dei Sofisti, uomini che usano il ragionamento non per la ricerca della verita’ ma per il conseguimento del successo attraverso discorsi in grado di suscitare consenso.
    Poteva, Platone, accettare la poesia tragica, o quella frivola e sentimentale, o la retorica dei politicanti, o il ragionamento sofistico, come strumenti atti a governare la sua Repubblica ideale? Eh no, ci voleva la filosofia, ma quella indirizzata ad un serrato ragionamento, la sola in grado di individuare la Virtu’ in se’, la Giustizia in se’, la Bellezza in se’, cioe’ quelle idee perfette ed eterne da cui aveva origine la molteplicita’ del mondo reale.
    E chi avrebbe dovuto governare la societa’ perfetta della sua Repubblica? Beh, la classe dei governanti era costituita dai filosofi, i soli che con un serrato ragionamento riuscivano maggiormente ad avvicinarsi alla perfezione delle idee. In conclusione, Platone condanna la poesia che pretende di dettare le leggi della societa’, i criteri di giustizia e i principi del divino. Invece la poesia che e’ espressione del sentimento personale, degli slanci di creativita’ dell’animo umano, specchio dell’intelligenza e strumento che distingue l’uomo dagli altri esseri viventi sulla Terra; questa poesia viene accettata ed apprezzata.
    A tal proposito bisogna dire che lo stesso Platone usa lo strumento poetico del dialogo per esprimere i propri concetti filosofici. E quando il ragionamento si fa ardito, Platone non esita a usare il mito come strumento piu’ adatto a raggiungere la spiegazione e creare consenso e approvazione.

    Chiedo scusa se mi sono lanciato in cosi’ grandi spiegazioni. Ma e’ servito pure a me stesso per portare chiarezza su una questione, quella della condanna della poesia nella Repubblica di Platone, che da due millenni suscita controversie. Non so se ci sono riuscito, ma lo spero.

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