L’onesta Poesia [di Platone]

Vasilij Kandinskij - Cerchi in cerchi

Vasilij Kandinskij – Cerchi in cerchi

 

«Se tieni conto che i poeti soddisfano e compiacciono proprio quello sfogo del sentimento che nelle disgrazie personali viene trattenuto a forza e che ha fame di lacrime e gemiti a volontà fino a saziarsene, dato che la sua natura lo porta a nutrire questi desideri; al contrario la parte per natura migliore di noi, non essendo adeguatamente educata dalla ragione e dall’abitudine, allenta la sorveglianza su questo elemento piagnucoloso, poiché contempla sofferenze altrui e non considera affatto vergognoso lodare e compiangere un uomo che afferma di essere buono e piange inopportunamente, anzi crede di ricavarne come guadagno il godimento estetico e non accetterebbe di esserne privata disprezzando l’intero componimento. A pochi, penso, è dato di arguire che inevitabilmente le esperienze altrui influenzano le proprie, perché non è facile trattenere la compassione nelle sofferenze personali dopo averla rinvigorita in quelle degli estranei».
«Verissimo», disse.
«E lo stesso non vale anche per il ridicolo? Se in una rappresentazione comica o in privato provi un grande piacere ad ascoltare una buffonata che ti vergogneresti di fare tu stesso e non la disprezzi come cosa disonesta, non assumi lo stesso atteggiamento che hai di fronte alle azioni compassionevoli? In questi casi infatti dai libero corso e infondi coraggio a quell’impulso che frenavi in te stesso con la ragione malgrado volesse suscitare il riso, poiché temevi la nomea dì buffone, e spesso nelle conversazioni private ti lasci trascinare senza avvedertene a fare il commediante».
«E come!», esclamò.
«L’imitazione poetica produce questo effetto anche nei confronti dei piaceri amorosi, dell’ira e di tutte le passioni dolorose e piacevoli dell’anima, che secondo noi accompagnano ogni nostra azione: irriga e fa crescere questi sentimenti, mentre dovrebbe disseccarli, e li mette a capo della nostra persona, mentre dovremmo essere noi a dominarli per diventare migliori e più felici anziché peggiori e più infelici».
«Non posso darti torto», disse.
«Pertanto, Glaucone», ripresi, «quando ti imbatti in qualche ammiratore di Omero, il quale sostiene che questo poeta ha educato la Grecia e che per il governo e l’educazione dell’umanità vale la pena di riprenderlo in mano, di studiarlo e di organizzare tutta la vita secondo i suoi precetti, devi salutare e baciare queste persone come le migliori del mondo e concedere che Omero sia il poeta sommo e il primo dei poeti tragici, ma d’altro canto devi sapere che in fatto di poesia bisogna accogliere in città soltanto inni agli dèi ed encomi di uomini virtuosi; se invece accoglierai la Musa corrotta della poesia lirica o epica, nella tua città regneranno piacere e dolore invece che la legge e quel principio che di volta in volta l’opinione comune riconosce come il migliore».
«Verissimo», disse.
«Ora che abbiamo fatto di nuovo menzione della poesia», proseguii, «questi argomenti valgano a nostra difesa per averla allora ragionevolmente bandita dalla città, date le sue caratteristiche: la ragione ci obbligava a farlo. Inoltre, perché non ci accusi di una certa durezza e rozzezza, dobbiamo aggiungere che esiste un antico dissidio tra filosofia e poesia: “la cagna latrante che abbaia contro il padrone”, “l’uomo grande nelle ciarle degli stolti”, “la folla delle teste onniscienti”, “i ragionatori sottili” in quanto “affamati” e infinite altre sono le prove della loro antica opposizione. Diciamo comunque che se l’imitazione poetica volta al diletto potesse indicare una ragione per la quale dev’essere presente in una città ben governata, la accetteremmo volentieri, perché noi stessi siamo consci di subire il suo fascino; ma non è lecito abbandonare ciò che ci sembra vero. D’altronde, caro amico, non ne sei affascinato anche tu, soprattutto quando la contempli nei versi di Omero?»
«E anche molto!».
«Quindi è giusto lasciarla entrare, a condizione che sappia difendersi in un canto lirico o in qualche altro metro?»
«Certamente».
«E possiamo concedere anche ai suoi sostenitori, quanti non sono poeti, ma amanti della poesia, di perorare in prosa la sua causa, sostenendo che essa non è soltanto piacevole, ma anche utile agli Stati e alla vita umana; noi li ascolteremo con benevolenza. Forse ne trarremo un guadagno, se la poesia risulta non solo piacevole, ma anche utile».
«E come potremo non guadagnarci?», disse.
«Altrimenti, caro amico, come gli innamorati, se ritengono che l’amore non frutti alcuna utilità, se ne ritraggono, sia pure a forza, così anche noi, in virtù dell’amore istillatoci dall’educazione che abbiamo ricevuto sotto i nostri buoni governi, saremo lieti di riconoscere che questo genere di poesia risulta il migliore e il più veritiero, ma finché non sarà in grado di difendersi lo ascolteremo ripetendoci il nostro ragionamento a mo’ di incantesimo, stando attenti a non ricadere nell’amore tipico dei fanciulli e del volgo. In ogni caso ci rendiamo conto  che questo genere di poesia non va preso sul serio, come se cogliesse la verità e fosse importante, ma chi l’ascolta deve stare in guardia, temendo per la sua costituzione interiore, e credere a ciò che abbiamo detto sul suo conto».
«Sono pienamente d’accordo!», esclamò.
«Grande», dissi, «caro Glaucone, più grande di quanto sembri è la lotta attraverso la quale si diventa buoni o malvagi, tanto che non c’è onore, ricchezza, carica o poesia per cui valga la pena di inorgoglirci e di trascurare la giustizia e ogni altra virtù».
«In base alla nostra esposizione sono d’accordo con te», rispose, «come credo lo sia chiunque altro».
«Eppure», ripresi, «non abbiamo ancora trattato delle massime ricompense e dei massimi premi riservati alla virtù».
«Le tue parole», disse, «fanno pensare a una grandezza straordinaria, se esistono altri premi maggiori di quelli già elencati!».
«Ma che cosa può esserci di grande in un periodo di tempo breve?», ribattei. «Tutto questo tempo che intercorre l’infanzia e la vecchiaia è ben poca cosa in confronto all’eternità».

Da “La Repubblica” di Platone, Libro IX.

 


7 commenti su “L’onesta Poesia [di Platone]

  1. LucioWords ha detto:

    Inoppugnabile !!!

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  2. Nico ha detto:

    Che incanto leggere questo brano tratto da la Repubblica di Platone, è proprio in questo scritto che risalta l’importanza che aveva la dottrina eudemonista per gli antichi filosofi, Anassagora ma anche Eraclito erano sicuri che la felicità non dipendesse dal possedere tutto quello di cui l’uomo avrebbe bisogno, ma era insita in qualcosa di più spirituale come sapienza e buon uso della ragione.
    Quindi anche Platone associa la felicità dell’uomo all’essere giusti e buoni, agendo nella vita con etica senza essere tiranni di altri uomini, la felicità prescinde quindi dal possedere o meno ricchezze materiali.
    Vivere la felicità attraverso la virtù del giusto, e perseguire questo obbiettivo come fine ultimo della
    vita morale, sappiamo però che al giorno d’oggi è più facile sopraffare l’opinione di un nostro simile piuttosto che ascoltarla, come è più facile corrompere che seguire le regole.
    Che la sera ti sia propizia di silenziosa attesa per qualcosa di meraviglioso..
    Ciao carissima…

    Piace a 3 people

  3. cormi57 ha detto:

    Beh, questo brano e’ la grande condanna della poesia da parte di Platone, poesia considerata eccessivamente frivola e sentimentale, fondamentalmente ipocrita quando usa la propria arte di suscitare consenso per il solo scopo di un vantaggio e prestigio personale, o soddisfare la propria vanita’.
    Ai tempi di Platone ci si accorge che la poesia non e’ piu’ sufficiente a spiegare le ragioni dell’esistenza individuale, della vita politica e sociale, delle norme morali che regolano la convivenza civile. Per governare rettamente occorrono dei principi giustificati da uno strumento piu’ potente e inoppugnabile. Questo strumento e’ la filosofia, che con il ragionamento riesce a individuare il vero e il giusto. Si era creduto che Omero fosse una specie di vate, Esiodo una specie di oracolo, ma i poeti avevano finito per creare ridicole credenze su degli dei viziosi e ipocriti, inclini alla disobbedienza se cio’ serviva a soddisfare il proprio personale egoismo. Cosi’ abbiamo dei che tradiscono la consorte, fanno nascere altri dei dalla propria coscia o dalla propria testa. Ma non solo questo. Abbiamo poeti che ridicolizzano la vita politica, e abbiamo politici che usano l’eloquenza al solo scopo di conquistare i favori delle masse. Siamo nel periodo di massimo splendore dei Sofisti, uomini che usano il ragionamento non per la ricerca della verita’ ma per il conseguimento del successo attraverso discorsi in grado di suscitare consenso.
    Poteva, Platone, accettare la poesia tragica, o quella frivola e sentimentale, o la retorica dei politicanti, o il ragionamento sofistico, come strumenti atti a governare la sua Repubblica ideale? Eh no, ci voleva la filosofia, ma quella indirizzata ad un serrato ragionamento, la sola in grado di individuare la Virtu’ in se’, la Giustizia in se’, la Bellezza in se’, cioe’ quelle idee perfette ed eterne da cui aveva origine la molteplicita’ del mondo reale.
    E chi avrebbe dovuto governare la societa’ perfetta della sua Repubblica? Beh, la classe dei governanti era costituita dai filosofi, i soli che con un serrato ragionamento riuscivano maggiormente ad avvicinarsi alla perfezione delle idee. In conclusione, Platone condanna la poesia che pretende di dettare le leggi della societa’, i criteri di giustizia e i principi del divino. Invece la poesia che e’ espressione del sentimento personale, degli slanci di creativita’ dell’animo umano, specchio dell’intelligenza e strumento che distingue l’uomo dagli altri esseri viventi sulla Terra; questa poesia viene accettata ed apprezzata.
    A tal proposito bisogna dire che lo stesso Platone usa lo strumento poetico del dialogo per esprimere i propri concetti filosofici. E quando il ragionamento si fa ardito, Platone non esita a usare il mito come strumento piu’ adatto a raggiungere la spiegazione e creare consenso e approvazione.

    Chiedo scusa se mi sono lanciato in cosi’ grandi spiegazioni. Ma e’ servito pure a me stesso per portare chiarezza su una questione, quella della condanna della poesia nella Repubblica di Platone, che da due millenni suscita controversie. Non so se ci sono riuscito, ma lo spero.

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