Una nebbia insufficiente [da Il libro dell’inquietudine – Fernando Pessoa]

“Desidero ciò che non desidero e abdico a ciò che ho. Non posso essere niente e non posso essere tutto: sono il ponte di passaggio fra ciò che non ho e ciò che non voglio”.

loro


20.6.1931

Questa è una giornata nella quale mi pesa, come un ingresso in carcere, la monotonia di tutto. Ma la monotonia di tutto non è altro che la monotonia di me stesso. Ciascun volto, anche lo stesso che abbiamo visto ieri, oggi è un altro, perché oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e non ce n’è mai stato un altro uguale al mondo. L’identità è solo nella nostra anima (l’identità sentita con se stessa, anche se falsa), attraverso la quale tutto si assomiglia e si semplifica. Il mondo è cose staccate e spigoli distinti; ma se siamo miopi, esso è una nebbia insufficiente e continua.
Il mio desiderio è fuggire. Fuggire da ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo. Desidero partire: non verso le Indie impossibili o verso le grandi isole a Sud di tutto, ma verso un luogo qualsiasi, villaggio o eremo, che possegga la virtù di non essere questo luogo. Non voglio più vedere questi volti, queste abitudini e questi giorni. Voglio riposarmi, da estraneo, dalla mia organica simulazione. Voglio sentire il sonno che arriva come vita e non come riposo. Una capanna in riva al mare, perfino una grotta sul fianco rugoso di una montagna, mi può dare questo. Purtroppo soltanto la mia volontà non me lo può dare.

La schiavitù è la legge della vita, e non c’è altra legge perché questa deve compiersi, senza possibile rivolta o rifugio da trovare. Certuni nascono schiavi, altri diventano schiavi, ad altri ancora la schiavitù viene imposta. L’amore codardo che tutti noi proviamo per la libertà (libertà che, se la conoscessimo, troveremmo strana perché nuova e la rifiuteremmo) è il vero indizio del peso della nostra schiavitù. Io stesso, che ho appena detto che desidererei una capanna o una grotta per essere libero dalla noia di tutto, che poi è la noia che provo per me, oserei forse andare in quella capanna o in quella grotta consapevole che, dato che la noia mi appartiene, essa sarebbe sempre presente? Io stesso, che soffoco dove sono e perché sono, dove mai respirerei meglio se la malattia è nei miei polmoni e non nelle cose che mi circondano? Io stesso, che ardentemente sogno il sole puro e i campi liberi, il mare visibile e l’orizzonte largo, chissà se mi adatterei al letto o al cibo o a non dover scendere otto rampe di scale per arrivare alla strada o a non entrare nella tabaccheria dell’angolo o a non scambiar il buongiorno con l’ozioso barbiere.
Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infiltra in noi nella sensazione della carne e della vita e, quale bava del grande Ragno, ci unisce in modo sottile a ciò che è prossimo, imprigionandoci in un letto lieve di morte lenta dove dondoliamo al vento. Tutto è noi e noi siamo tutto; ma a che serve questo, se tutto è niente? Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un’improvvisa ombra, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa cessa, qualche volto, qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano: e poi la notte nella quale emergono senza senso i geroglifici infranti delle stelle.

Bernardo Soares


7 commenti su “Una nebbia insufficiente [da Il libro dell’inquietudine – Fernando Pessoa]

  1. silviatico ha detto:

    “La schiavitù è la legge della vita”
    Una frase da incorniciare: testimonianza della lotta per la libertà che si intreccia con quella per la sopravvivenza, in quel paradosso definito esistenza….
    Grazie infinite per la condivisione
    Un saluto ed un fiore…

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  2. Il sole quando ha troppi raggi di cuore e mente, magari è un sole vecchio e per ringiovanire deve tagliare molti raggi e rinascere sole bambino 🙂

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  3. isidoromartinelli ha detto:

    La tematica dell’indifferenza, della noia dell’inutilità ad allontanarsi da tutto e da tutti, se poi si rimane invischiati di se stessi, ha riempito intere biblioteche e continuerà a riempirne.
    Quasi un ritornello attraversa tutto il Quèlet :” non c’è niente di nuovo sotto il sole ”
    Sembra un irreversibile messaggio di sfiducia verso la natura che si ripete e verso l’effimero che è la nostra vanità : “Vanità delle vanità, tutto è vanità ” ancora scrive il saggio ed ispirato Quèlet.
    Il cristiano però ha la fortuna di guardare oltre la monotonia del tempo.
    La fede gli fa scommettere sulla speranza, ripete le parole di Pietro : ” Dove andremo, o Signore: solo tu hai parole di vita eterna ! ”
    Il cristiano, in continuo movimento , lascia l’acqua della palude e va alla ricerca di mari nuovi e cieli nuovi secondo una Legge Nuova.
    Così mi sembra.
    Comunque,grazie per l’interessante argomento di riflessione e buona serata.

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  4. […] Sorgente: Una nebbia insufficiente [da Il libro dell’inquietudine – Fernando Pessoa] […]

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  5. cuoresottovetro ha detto:

    “Io stesso, che soffoco dove sono e perché sono, dove mai respirerei meglio se la malattia è nei miei polmoni e non nelle cose che mi circondano?”
    ……stato d’animo cupo ed incontrollabile, del quale solo chi ne è stato vittima può comprendere la difficoltà di reazione, la difficoltà di liberarsi dalla pesantezza di vivere….

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