È così che l’ago della bilancia diventa una lancetta d’orologio

Rispondo sempre amen agli inni che ingegni eletti 
sciolgono a voi con stile elegante e penna forbita.
(Shakespeare – Sonetto 85)

Ci sono giorni in cui ogni cosa che vedo mi sembra carica di significati: messaggi che mi sarebbe difficile comunicare ad altri, definire, tradurre in parole, ma che appunto mi si presentano come decisivi. Sono messaggi che riguardano me e il mondo insieme, e di me parlano e non degli avvenimenti esteriori dell’esistenza ma di ciò che accade dentro, nel fondo; e del mondo, ma non qualche fatto in particolare, il modo d’essere generale di tutto.
Comprenderai dunque la mia difficoltà a parlarne, se non per accenni. Capirai quindi perché alcune volte ho poco da raccontare…
Assorbo poi, immagini e pensieri, registro i particolari, così che possano rimanere lì, impressi nell’anima del mio cuore e oscuri alla mia mente.
Cerco sempre qualcosa da ascoltare, una musica, una canzone, e quando la trovo, l’ascolto senza interruzione; perché mi trasmette un’emozione, un ricordo, un sentimento, uno sguardo, un sorriso, il riflesso di una lacrima… Così vorrei rimanesse, impressa…in me.

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di getto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

È un incanto, però guardo tutto come un inganno.
Vago in questo spazio senza confini. Fuggo di prigione in prigione, perché un sogno non è mai solo un sogno. Ogni gesto, ogni istante, ogni lieve ronzio non si concilia affatto con le leggi silenti dell’arte.
L’arte ammaestrata è un’arte maledetta, quindi non posso dirti nulla, non posso raccontarti di come il rumore si incastra sul colore nei labirinti creati dal tempo.
Non tutto ciò che accade ha un volto o un nome e, apparire e sparire è solo una chimera.
Guardo verso mete irradiabili e le tocco con mano.
Sfioro l’aria camminando su un filo d’acqua e le ombre dietro si allungano divenendo passato.
Spero domani, ma la mia pupilla è già bruciata e la mia bocca è ancora serrata.
È così che l’ago della bilancia diventa una lancetta d’orologio e i miei pensieri si perdono come il raggio dell’ultimo sole nel primo raggio della luna.
Tutto accade di nuovo e ogni cosa si ripete per la prima volta quando fra me e me parlo di te.

 

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