La sua stanza

E nella luce fredda io vidi
diecimila persone, forse più.

Persone che parlavano senza dire nulla
persone che ascoltavano senza capire
persone che scrivevano canzoni che le voci non potevano cantare assieme
e nessuno osava
disturbare il suono del silenzio.

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Nel silenzio sentivo i suoi passi. Saliva le scale, tornando forse da lavoro. Lo aspettavo, da tempo. Sistemavo la custodia della sua chitarra, rifugiata nella sua stanza, chissà da quanto. Mi piaceva quella stanza, da sempre, era il mio rifugio. Il colore delle pareti, il caos insano e l’odore che emanava, mi piaceva tutto, tanto. Accendevo il suo pc obsoleto solo per ascoltare un po’ di musica e non mancava nulla. Ogni spazio si riempiva per ogni fessura, dolcemente.
La mia fuga era iniziata lì e lì si era fermata. In quella casa, in quella stanza dove tutto taceva e dove il silenzio aveva un senso. Parlavamo poco, sorridevamo tanto.

Tu non mi hai mai toccato, io ti ho solo sfiorato.

Il tappeto steso lì brulicava con una fantasia indiana: pungente d’estate e suadente nel freddo d’inverno. Ero scappata da un po’, senza sapere bene perché, cosa volevo, cosa cercavo…io non lo sapevo. Per lavoro, per studio, dicevo. In realtà mi ero persa da un po’ tra un passato trascorso e un futuro mai desiderato.
La città era bellissima.
Dalla finestra si vedevano solo betulle, alte e potenti, che minacciavano i vecchi vetri della sua stanza.

– Come stai? – mi ha chiesto entrando.
– Bene – ho risposto con un sorriso.
– Sono stanco, faccio un bagno.
– Posso restare qui?
– Tutto il tempo che vuoi…

Tutto il tempo che vuoi.

Non sapevo bene quanto tempo volevo. Alcune volte passavo lì per caso e mi fermavo delle ore, altre sfioravo la porta, entravo, solo un attimo. Mi bastava, per respirare.

– Ti piace quello che fai qui? – mi ha chiesto, una volta. Una volta soltanto.
– Da impazzire!

Era vero. Mi piaceva da morire. Mi alzavo al mattino, infreddolita e contenta. Mi preparavo in appena 15 minuti e correvamo giù per le scale.
“Divertiti”, ci dicevamo, correndo.
Mi sentivo come se avessi potuto salvare il mondo e così è stato per tanti. Che importa.
Che importa adesso?
La città poi, era bellissima.

– Rimani? – quasi ad aggiungere… – allora…
– Non so.

Allora prendeva la sua chitarra, io sdraiata sul letto, chissà da quanto, ad osservare attentamente l’illusoria magia del tetto. Mi dava le spalle e suonava.
Alcune cose non le ho mai comprese, mai imparate. Lui aveva preso tutto e via, partito, per sempre, lontano. Gli piaceva.
Io vivevo in un passaggio a livello, quella porzione di spazio in cui una strada e una ferrovia si intrecciano e fondono.

Vivevo lì, in quella porzione di spazio.

Mi guardava spesso con rimprovero, come se non fossi maturata o cresciuta abbastanza e ogni tanto, incuriosito, mi osservava intimorito, come se da me ci si potesse aspettare di tutto.

– Hai fatto la brava, oggi? – mi chiedeva, la sera, come fa un padre con un figlio…e rideva.

Era sera, era quasi sempre sera, e quando mi chiudevo nella mia stanza avrei voluto essere nella sua.
Era quella stanza, quel posto in cui sai che potresti stare, stare per sempre. Beatamente, stare per sempre lì, dove nulla ti può disturbare o infastidire.

Lontano…
dalla paura.

Poi però, non è così semplice. Non lo è mai. O forse sì o forse non lo so.

Mi guardavo intorno e volevo tornare indietro, andando avanti.
Salutare e scappare, tornare.

– Io non ti capisco – diceva.
– Io neppure – rispondevo.

Non volevo parlare, non volevo spiegare. La paura era arrivata anche lì, non avevo saputo proteggermi o non avevo voluto…di nuovo e non volevo parlare, chiarire. Adesso, volevo nuovamente scappare.

– Torno.Vado via.
– Si.
– Lascio qui qualcosa, se ne ho di bisogno potresti spedirla per me?
– Certo, quando vuoi.

Adesso eravamo tristi, improvvisamente.
Lui non sorrideva, io non sorridevo.
Aspettavo adesso, di nuovo in strada, il mio treno per tornare.

 

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