Beginners (di Mike Mills)

Beginners

Classificato come sentimentale-drammatico, Beginners (dilettanti) è un film al di sopra delle aspettative, almeno personali.
A pochi mesi dalla morte del padre (Christopher Plummer), dichiaratosi omosessuale dopo la morte della moglie, il disegnatore Oliver Fields (Ewan McGregor) incontra Anna (Mélanie Laurent), bizzarra attrice francese di passaggio a Los Angeles. Insieme cercheranno di capire come proteggere l’amore da quella malinconia e tristezza che il peso di un vincolo spesso accomuna e, al tempo stesso, separa. Con un buon cast e alla seconda esperienza del regista Mike Mills, il film cresce e si sviluppa con una profondità d’animo e una descrizione dei sentimenti così sincera e commovente da riuscire a scuotere le più salde emozioni.
È un viaggio Beginners, che ci accompagna dolcemente dal nostro io alla vita. Un viaggio descritto con sentimenti semplici, che sentiamo nostri, che avvertiamo vicini e intimi, che ci strascina soavemente dall’angoscia di vivere al coraggio di sopravvivere. Tutto il film è un inno alla vita per un uomo che dalla vita fugge, sapendo di sfuggire, trovandosi così a vivere in bilico tra l’essere uno spettatore volontario e l’imporsi come un protagonista melanconico.
Il film si snoda tra i flashback del passato e la realtà presente prendendo spunto dal coming out dell’identità sessuale del padre di Oliver, che si dichiara “orgogliosamente gay” subito dopo la morte della madre. I flashback di Oliver però sono più una visione che un ricordo; il protagonista li trasmuta poeticamente a suo piacimento esaltandone così il ricordo, quasi come un oblio truccato dell’accaduto.

Ricordo che aveva una maglia prugna quando me l’ha detto, ma in realtà aveva una vestaglia.

Difficile non “empatizzare” sin da subito con i ricordi di Oliver che si intrecciano al suo presente, e ancora più difficile, è rinunciare a percorrere i sentieri della sua vita.

Non abbiamo vissuto questa guerra. Non abbiamo dovuto nasconderci per fare sesso. La nostra fortuna ci ha permesso di provare una tristezza che i nostri genitori non hanno avuto tempo di provare. E una felicità che non ho mai visto in loro. Non sapevamo come erano nate le storie nella nostra testa, ma a volte smettono di ronzare.

Oliver è un sognatore sensibile, bloccato nel suo libretto a fumetti dove più che a parole, con tratti semplici ma forti, riesce a trasmettere la sua tristezza, il suo disagio, il confronto tra quello che i genitori avrebbero voluto per lui e quello che pensa di essere divenuto per sé.

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In questo modo tutti i ricordi vengono romanticamente filtrati dalla memoria del protagonista, che porta a muovere tutto il film su diversi tracciati temporali, estremamente selettivi in ordine alle condizioni e alle congiunture da esaminare, proprio perché ogni circostanza va a sottolineare una determinata argomentazione interiore. Il narratore è il narrato, e viceversa; la voce fuori campo ha dunque una funzione determinante, non solo perché tratteggia l’oscura disgregazione dei vari livelli temporali, ma soprattutto perché sancisce il modo in cui lo spettatore dovrà seguire gli avvenimenti. Uno sguardo che stabilisce dove andare e che guida d’autorità la visione.

Tu indichi io guido.

Da qui segue un’idea geniale di montaggio: dalle scene da siparietto alla Godard a scenografie di notevole spessore “pop” segmentate da un’immagine filmica intervallata da inserti fotografici. Il tutto poi è accompagnato da una colonna sonora dolcissima e suadente costruita su una melodia per pianoforte con musiche di Roger Neill, Dave Palmer e Brian Reitzell, dalle cui note emerge il conflitto tra il voler “spingersi oltre” e la paura di affrontarsi: la vera paura, che non sta tanto nel credere che le cose non funzioneranno, ma piuttosto nel saper accettare che le cose potrebbero realmente funzionare. La creatività artistica del regista ha modo così di rivelarsi in tutta la sua efficacia, affidando un senso nuovo al concetto di “flusso di coscienza”, dove senza bisogno di eccedere con le parole, contando più sull’immediatezza delle immagini, riesce a raccontare quanto il senso del “vincolo” (più sociale che personale) possa pesare sulle relazioni affettive.

Io e Anna viviamo una relazione nel 2003. Questo è il sole. E queste le stelle. Questi siamo noi quando mangiamo. Quando ci raccontiamo le storie nella nostra testa. Io sono nato nel 1965. Anna è nata nel 1971. Questo era il sole, il suo gatto, i suoi genitori. È andata via di casa a 16 anni. Ha vissuto qui, qui e qui. Ha avuto tre relazioni serie. Li ha sempre lasciati lei. Io ho avuto quattro relazioni serie. Anche io le ho lasciate tutte. Ho lasciato finire le storie.

Sono gli ultimi momenti passati accanto al padre malato che faranno capire a Oliver che la felicità può percorrere davvero strade molto differenti e che la chiave si trova, almeno per lui, nell’avere il coraggio di abbandonare il fascino che si nutre per quella strana bellezza confortante che la malinconia sa celare al suo interno, in favore di una serenità voluta e raggiungibile attraverso il difficile, ma meraviglioso, compromesso della condivisione. Secondo Mills dunque, la felicità è un qualcosa da costruire, meglio se insieme; nessuno ha mai detto che sia facile ma forse il segreto sta proprio nel non cercare mai di aggrapparsi a guide, trucchi o istruzioni, donandosi semplicemente per quel che si è, oggi.
È una crescita, una lenta e dolorosa evoluzione, necessaria però per liberare l’amore, necessaria per farlo volare.

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