Sorcetto

Uno di questi giorni spezzo la fune,
ancora non c’è nessuno in casa.

È già estate. È sempre già estate. Non è qui che dovrei stare.

“Non è sempre facile avere otto anni.”
Me lo sta dicendo mio zio. Siamo fuori, in terrazzo, in campagna. Io ho la faccia infilata tra due pali di ringhiera, a momenti ci infilo la testa. Lui sta bevendo qualcosa e sta fumando il suo solito sigaro.
“Neppure sette”, gli rispondo.
Tiro via la faccia dalla ringhiera e mi volto a guardarlo. È stupito. Non capisce come io possa essere felice in quel momento. Sono felice perché sono lì, da lui, in campagna.
Tento di stemperare tanta felicità.
“Mi accompagnerai tu, un giorno, all’altare?”
Devo aver peggiorato la situazione. Lui mi fa segno di avvicinarmi.
Mi avvicino e mi metto sulle sue ginocchia. Puzza di fumo e ha le punte delle dita gialle. Le sfioro, come se toccandole possano cambiare colore. Lui mi abbraccia e sospirando dice: “Giulia, Giulia…ci sarà sempre qualcuno che ti vorrà bene. Un giorno”
Mi alzo, meglio andare a giocare con il polline e gli aghi di pino.

Se non esistesse questo posto non saprei proprio dove andare.
Non è vero. Ci sono tanti posti dove potrei andare, ma nessuno è bello come questo. Mi piace stare qui, mi sento in vacanza, a casa.  

Oggi è successo qualcosa di incredibile a casa dei miei e tutti dicono che non sarei dovuta essere lì. Non avrei dovuto vederla. Lei, in quello stato.
Ora come ora, per me, l’importante è essere qui. Certi pensieri di bambina non avrei potuto affrontarli in nessun altro posto al mondo.
Giulio scende le scale. Mi vede e mi domanda a che punto sono con la costruzione di aghi di pino.
Sto costruendo una capanna per le cicale. I lavori procedono da anni.
In verità mi sono già annoiata e la capanna non l’ho mai finita. Le cicale avranno trovato un altro posto dove vivere. Spero.
Nel frattempo lui si avvicina.
“Papà mi ha detto che, oggi, è meglio che io stia con te.”
Così lo chiama, papà, come se fosse anche mio padre. Mi piace.
Mi alzo, corro verso la bici. Voglio scendere al paese e voglio farlo a velocità smodata. Improvvisamente mi è venuta voglia di volare.
Giulio mi segue. Abbiamo la stessa bici: la BMX blu.
In verità, la bici che porto è la sua. Lui è un fissato di BMX. Quella che adesso sto portando stava diventando vecchia e lui ne ha voluta una nuova, uguale. Incomprensibile! Per me è perfetta.
Partiamo. Ci aspetta la salita verso il cancello. Prendo la rincorsa tra i pilastri della casa. È un classico. Devo solo stare attenta che non ci sia nulla per terra. Il terreno è piastrellato, scivoloso. C’è sempre qualcosa per terra; sul pavimento ci sono anche innumerevoli chiazze d’olio lasciate dall’850 di mio zio. Con cura evito tutto e parto. Giulio mi sta dietro.
Usciti dal cancello ci avviamo lungo il vialetto sterrato. Il sole picchia sulle nostre teste. Lungo il vialetto non c’è neanche un albero. Intorno a noi c’è solo vecchia pietra lavica e ginestra. Sembra che le erbacce abbiano preso il sopravvento anche su vecchi asfalti cementati. Vado veloce, ma devo anche mantenere una certa attenzione. Negli anni, si sono formate delle grosse buche. Mio zio le ha coperte con del terriccio ma, se ci sbandi dentro, ti ritrovi a terra in men che non si dica. Il vialetto ha dei brevi tratti in salita. Mentre salgo sui pedali mi volto sulla mia sinistra. Lì c’è il retro della casa dei Caccamo. Mi soffermo un po’ a guardare, magari vedo Cecilia affacciata.
I Caccamo sono nostri amici, oltre che vicini di casa. Sono sposati da tanti anni. Non hanno figli ma possiedono una papera, un cane e un alveare. Lei fa la casalinga, lui, Ernesto, fa il pilota di aerei di linea. Lui, praticamente, non lo si vede quasi mai. Cecilia, invece, la vediamo sempre. Noi ragazzi stiamo sempre a casa sua e lei, ogni tanto, passa intere giornate a casa di mio zio, a casa nostra. Cecilia tiene sempre pronto, per tutti, del buonissimo e freschissimo latte di mandorla. Lo conserva in frigo come se fosse l’unico nutrimento indispensabile e pregiato.
Lei è dolcissima.
Ogni volta che mi faccio del male da qualche parte, prima di tornare a casa, passo da Cecilia. In cucina tiene una scatolina con del disinfettante e delle garze e, mentre ti medica, ti racconta sempre delle bellissime storie, direi quasi chimeriche. Quando si avvicina la guardo sempre con attenzione e curiosità.
Lei è bellissima.
C’è qualcosa in Cecilia, una certa leggerezza mista a intelligenza che la rendono incantevole. Indossa delle vestagliette leggere, annodate davanti, bianche con fiorellini colorati. Sa di Marsiglia, come mia nonna. Ha dei lunghi capelli, biondi e lisci. Le cadono sempre sul viso ogni volta che si china su di me. È alta, magra, ha un’incantevole voce.
Mi piace Cecilia.
Credo poi, che sia particolarmente legata a me e a Giulio, anzi forse più a Giulio. Lo chiama “dottore”, perché lui sa sempre tutto. Lo vizia in tutto e, loro due, rimangono delle ore, in veranda, a parlare. Gli regala anche dei bellissimi libri. Spesso, la sera, ci mettiamo sotto il portico e li leggiamo insieme.
Io, invece, per lei, non ho un vero e proprio soprannome. Ogni tanto, quando mi abbraccia mi chiama “sorcetto”. Devo essere stata degradata rispetto a Giulio.
Prima o poi ne parleremo.     

Mi giro. “Magari, tornando, passiamo da Cecilia”, grido a Giulio. In verità, lo dico solo perché so che gli fa piacere. A me, oggi, non importa.
Arrivo alla fine del vialetto e mi fermo. Giulio mi frena accanto.
“Stradina o stradone?”
Lo chiedo chissà perché. Ho già in mente di fare la stradina. Anzi, sono partita da casa proprio con quella idea.
“Papà non vuole che facciamo la stradina. Lo sai, Giulia. Soprattutto a scendere.”
Lo so. È una regola. La stradina è rischiosa, stretta, ripida e ha un curvone cieco che potrebbe portarti direttamente in paradiso. Ma la stradina è anche ammaliante, soprattutto fatta in senso contrario. Se non fosse stato così non sarebbe stata fatta neppure la suddetta regola.
“Lo so”, dico, “ma facciamola lo stesso”.
Per oggi, almeno. Vorrei dirgli.
Giulio sospira. Lui è più giudizioso di me. Lo è sempre stato.
Mi guarda, anzi mi scruta, per capire le mie intenzioni. Io gli sorrido benevolmente. Lui stramazza nella mia trappola.
“Va bene”, dice, “ma vado avanti io”. Col capo accenno ad un sì.
Parte. Io gli sto dietro. Per me va dannatamente piano. Al ponte lo supero, penso.
La stradina comincia con una leggera discesa. Un muro alto di cemento delimita delle bellissime ville. Improvvisamente comincia il bosco di pini e betulle. È talmente fitto da farsi quasi buio. Poco dopo, dinanzi a noi, si aprono tante piccole curve. Solitamente le macchine che vi passano sfiorano i rami. La strada si fa sempre più stretta, ma è bellissima. Emana sempre profumo di funghi freschi. L’aria si fa più densa e fredda. Le curve aumentano e la discesa, man mano, diventa ininterrottamente più ripida e scoscesa.
Conto le curve fino al ponte che sovrasta la stradina. Vedo il ponte, finalmente. Non ci sto tanto a superare Giulio. Lui mi chiama con disapprovazione. Gli sono accanto e lo supero.
Mi chiama nuovamente, ma io faccio finta di nulla. Comincio a far pressione sui pedali. Voglio andare più veloce. Giulio mi grida qualcosa dietro.
Non riesco a capire.
Spingo sempre più sui pedali. Ho la sensazione che i miei piedi stacchino la presa. Li pianto più che posso.
Eccolo! Il curvone.
Giulio, alle mie spalle, mi grida di nuovo qualcosa.
Non riesco a capire.
Ho, da poco, fatto la prima comunione, cosa vuoi che mi capiti? Penso.
Spingo e spingo. Il manubrio comincia a tremare. Ho perso il controllo. Sono a pochissimi metri dal curvone. Levo via i piedi dai pedali. La bici trema. Non posso girare lo sterzo, devo andar dritto. Taglio la curva e, non so come, all’improvviso, riprendo il controllo.
Non posso crederci di aver tagliato il curvone e di essere ancora viva.
Giulio mi raggiunge poco dopo.
Io ho il fiatone e il cuore, ancora, mi va all’impazzata. Sento la paura nelle orecchie.
Lui mi guarda serio e mi dice, in modo autorevole: “sei una cretina”.
Non batto ciglio.
“Vado da Cecilia”, gli dico. Ne ho proprio bisogno, ora. Rimonto sui pedali, mi aspetta la salita. Lui mi è dietro, non dice nulla. Io, mentre monto sui pedali, mi mordo il labbro superiore fino a far uscire sangue. La fatica della salita la sento fino agli occhi.
Sudo e piango.
Arrivo a casa dei Caccamo. Mi fermo, Giulio va oltre senza dirmi nulla. Scendo dalla bici e la butto per terra. Appena supero il cancello, Luciano, il cane, e Clara, la papera, mi vengono incontro. Sorrido. Che coppia! Penso.
Chiamo Cecilia. Lei viene fuori. Penso subito che sarà delusa perché non c’è Giulio, lì con me. Mi vede. Mi viene incontro. Mi sorride. Mi abbraccia.
Mi chiama: sorcetto.
Ora so perché sono stata declassata.

 

L’Omega

Dinanzi a un foglio bianco mi viene sempre un sorriso, come se stessi per scrivere chissà quale ironia, qualunque siano le mie intenzioni. E, questa volta, le mie intenzioni sembrano serie, anzi direi proprio sincere. Il sorriso aumenta. Sembra quasi che più questa storia diventa grave e più io divento mordace e sarcastica, come un pinguino alle Hawaii.

In questi giorni mi è stato chiesto, direi forse anche troppe volte, “cosa hai Giù?”
Credo sia proprio una domanda di merda, anzi sono sicura che sia proprio una domanda di merda. Intendiamoci! Capisco le buone intenzioni, ma ogni volta che mi si pone di fronte a questo incomputabile quesito io, di tutto punto, sorrido. Perché, scusate, cosa volete che faccia? Devo veramente rispondere a questa domanda, così, su due piedi e in due parole? Oh si certo qualsiasi corbelleria, sul momento, ve la potrei anche dire. Anzi ve la dico. Così ne usciamo subito. La risposta è semplicemente “niente”. Ecco che vi si strizzano gli occhi, vi si raggrinza la fronte, vi si inarca parte del labbro sinistro e, improvvisamente, vi viene quella vena di delusione, come se avete perduto chissà quale occasione. Ma guarda che infame, era un modo come un altro per venirmi incontro, per bussare alla mia porta, per fare strada ad un varco. Invece, io, passo il mio tempo libero a costruire labirinti in modo che il mondo vi sembri semplicemente più divertente. Il fatto è che non esiste un modo come un altro. Così forse perdonerete la mia mancanza di rispetto verso il vostro sincero e spontaneo interesse.
Ora non prendetevela, almeno non subito.

Non ho bisogno di braccia che mi stringano
Non ho bisogno di droghe per calmarmi
Non pensare che io abbia bisogno di qualcosa
No, non pensare che avrò mai bisogno di qualcosa
Oggi me ne vado.

Mia madre mi disse una volta: “se vuoi scoprire cosa c’è dietro questi miei occhi dovrai farti strada con le unghie”.
Da allora cammino sempre con un libretto nero in tasca per le mie poesie, da allora so che parlare non è come respirare.
Adesso scrollerete le braccia, lasciando cadere giù le mani, come se voleste cacciar via chissà quale pesantezza. In effetti tutto sta diventando particolarmente indigeribile e io sto ponendo dei pesi dappertutto.
Basta non essere patetici.

La verità è che nessuno sa dove sei, quanto vicino o lontano.

 

Lucciole

Proprio quando la promessa di un nuovo mondo migliore
sventolava sotto un limpido cielo azzurro.

luna

Ieri ho provato a parlarne. Avrei voluto far uscire fuori tutto il contorno.
Niente.
Cementata.
Ho tirato fuori il solito racconto. Quello ufficiale e formale.

La cosa più bella della vita è che la nostra anima si aggiri ancora tra i luoghi dove una volta giocavamo. Non voglio che un singolo ricordo sfumi tra le nuvole. È la mia costante consapevolezza del passato che causa, a volte, il mio dolore. Se dovessi scegliere tra gioia e dolore, non scambierei i dolori del mio cuore con le gioie del mondo intero.
In quanti mi hanno visto crescere?

Questa notte ho sognato le lucciole. Non le ho più riviste da quella notte.
“Giulietta, Giulietta”, una voce arriva da lontano. Una mano mi accarezza i capelli. Apro lentamente gli occhi.
“Giulietta, Giulietta”. Nuovamente quella voce. Allora non sto sognando.
Solo due persone mi chiamano “Giulietta”: mio nonno e Vincenzo.
Vincenzo.
Mi giro verso la voce. Lui è lì che mi guarda e mi sorride. Da quanto tempo è con me?
“Da quanto sei qui?”
“Da sempre”. Lo dice quasi ridendo.
Lui si diverte con me.

Vincenzo è il fratello maggiore di Giulio, il secondogenito. Graziano è il più grande di  tutti.
Vincenzo ha qualche anno più di me.
È un solitario.
È un esploratore.
È un pioniere.
In casa non lo si vede mai. Esce durante la notte o la mattina presto. Va in giro tutto il giorno. Per la campagna, in paese, a casa di amici.
Non lo senti mai andar via.
Non lo senti mai tornare.
Ogni tanto lo si vede arrivare per qualche pranzo o cena, ma è solo una coincidenza burlona. Non ha mai preso parte a nessun gioco con me e Giulio, o con Graziano. Quelle poche volte che sta in casa è sempre silenzioso. In presenza altrui mi guarda e mi sorride furtivamente, come se avesse paura di farsi scoprire. Quando qualcuno gli parla, lui guarda dall’altra parte e risponde a monosillabi. Alcune volte le sue labbra si muovono ma nessuno sente quello che dice.
Lui non vive con noi, ha un suo rifugio. È un edifico abbandonato. Non ci sono né porte, né finestre. Ha rubato, da casa, delle coperte e della legna e si è costruito un cantuccio con tavoli e sgabelli.
Lì, rimane per delle ore, senza far nulla. Fermo, immobile. Guarda verso il nulla e sembra quasi che non respiri. Sembra che per quanto ci provi, non possa mai essere libero.

Io lo frequento la notte. Spesso mi viene a svegliare.
Questo è il nostro segreto.
Siamo dei clandestini della notte.

“Dai alzati, è tardi”, mi dice. Nel frattempo, prende la mia felpa grigia e blu dalla sedia. Si avvicina, mi alza le braccia e me la infila. Io sono ancora catturata dal sonno. Mi accarezza i capelli, per sistemarli. Sorride, guardandomi.
Appena appoggio i piedi a terra mi dice: “Metti le scarpe pesanti, si va in campagna. Ho scoperto un posto favoloso, la scorsa notte. Voglio fartelo vedere. Scivolerai dove non si tocca”.
Proprio così mi ha detto: Scivolerai dove non si tocca.
Prendo i miei pantaloni rossi, sono i più pesanti che ho.
La notte fa freddo in campagna soprattutto quando passeggi tra le stelle. Sfilo via il pigiama e tiro su i pantaloni. Abbasso la testa e cerco le scarpe da tennis, sotto il letto.

Si perde nella notte dei tempi la leggenda del fiore più bello.
Il fiore che allieta le notti di tutti gli uomini insonni perché li attende sveglio d’estate quando non riescono a prendere sonno: le belle di notte.
Una notte, tanto tempo fa, un pianto lungo e sommesso si aggiungeva ai rumori dell’oscurità. Questo pianto si ripeté a lungo, finché la Luna decise di trovarne la fonte.
A lungo girò intorno a tutto il pianeta e, quando aveva ormai perso del tutto le speranze, lo scorse.
Un piccolo punto luminoso: era da lì che proveniva il pianto.
La Luna scese dal suo cocchio e si avvicinò.
Accanto ad un pozzo, ai margini del bosco, era seduta una lucciola. “Chi sei tu? E perché rattristi con il tuo pianto tutte le mie stelle? “ chiese la Luna. La lucciola spaventata alzò gli occhi e rimase stupita nel vedere il suo interlocutore.
Allora disse: “Deve scusarmi, signora Luna, non volevo mettere tristezza alle sue stelle!”
“Io sono Lumil, il principe delle lucciole!”
“Perché piangi principe Lumil?” chiese la luna.
“Si avvicina la primavera e il mio popolo comincerà a vagare per i prati e i giardini, per illuminare le calde notti” disse Lumil “Ma noi non troveremo nessuna corolla dischiusa ad attenderci. Solo tanto verde!”
“E qual è il problema? “ chiese la Luna. “Il tuo popolo, da quando è stato creato, è sempre stato il popolo della notte! Voi avete un ruolo importante: dovete illuminare, come me e le stelle, le notti degli alberi”.
“E questo compito ci onora !” rispose Lumil. “Ma, vede signora Luna, c’è un sogno che ogni lucciola ha da quando nasce: io questo sogno lo faccio da sempre!”
“E qual è questo sogno?” chiese la Luna.
“Uscire dalla nostra casa, volare in un prato e trovare, almeno per una volta, un fiore che ci attenda e poterci posare sui suoi petali!” esclamò Lumil.
“Ma è un sogno, e solo un sogno rimarrà. Buona notte signora Luna e mi perdoni se l’ho disturbata”. E così dicendo Lumil volò via.
La Luna ritornò in cielo, ma non riusciva a smettere di pensare a Lumil e al sogno delle lucciole.
Le notti passavano e il pianto di Lumil le riempiva, ma all’improvviso il pianto cessò.
Sirio, una delle stelle, andò dalla luna e le disse: “Mamma ascolta!”e la invitò a tendere l’orecchio.
“Cosa devo ascoltare?”chiese la Luna.
“Il principe triste! Questa notte il suo pianto non si sente.” rispose Sirio.
“E’ vero ! esclamò la Luna . Non odo il suo lamento!”
“E se gli fosse accaduto qualcosa?” aggiunse Sirio molto preoccupata. “Ti prego mamma va a vedere!”
E cosi fu. La Luna salì sul suo cocchio e andò in cerca del pozzo presso il quale aveva incontrato Lumil per la prima volta.
Quando lo ebbe trovato, si fermò e si avvicinò.
Ferme, vicino al pozzo, trovò tante lucciole e ad una di loro chiese:
“Cosa accade?”la risposta la rattristò.
“Il nostro principe si è ammalato. Era molto triste perché sapeva che i suoi giorni stavano finendo, e che non sarebbe mai riuscito a realizzare il sogno del suo popolo. E il dispiacere lo ha consumato.”
La Luna rimase lì ferma ad attendere di poter vedere il principe Lumil.
Quando la vide il principe disse: “Signora Luna, come mai è ritornata?Io non ho pianto questa notte!”
“Ero preoccupata per te, ragazzo mio e volevo assicurarmi che tu stessi bene!” rispose la Luna dolcemente.
“Non deve preoccuparsi per me. Il mio tempo ormai è finito.
Raggiungerò i miei antenati con un unico rimpianto: non aver potuto realizzare il sogno del mio popolo. Spero che il prossimo principe ci riesca!”
Le forze stavano abbandonando il principe delle lucciole.
Tutto il suo popolo era preso da grande tristezza.
L’amore che le lucciole dimostravano al loro principe e la dolcezza di Lumil colpirono al cuore la Luna.
“Lumil la tua luce si spegnerà presto, questo io non posso evitarlo, ma – disse la Luna – andrai via sapendo di aver realizzato il sogno del tuo popolo. Guarda…”
La Luna si strappò una ciglia, la prese tra le mani e la posò in terra di fianco a Lumil.
Come d’incanto dalla terra cominciarono a spuntare foglie.
Le foglie presero a germogliare, d’improvviso una gemma si schiuse e fece capolino un bel fiore giallo e fucsia.
“Ecco Lumil! Questo sarà il fiore delle lucciole, per sempre, e si chiamerà come te: Lumil, che nella lingua delle lucciole significa colui che rende bella la notte!” Lumil pianse di gioia e disse: “Grazie o luminosa Luna, sarà bella di notte per il mio popolo!”
E con tutta la forza che gli rimaneva, accese la sua lucina e volò sul suo fiore. E lì si spense felice.
Da quella notte, tante volte la Luna si è levata in cielo, ma ancora oggi quando, nelle notti d’estate guarda i prati, sorride.
Ogni notte le lucciole raggiungono le belle di notte che si schiudono solo per loro e c’è soltanto una pianta, la più bella, che non permette a nessuna lucciola di sedersi sui suoi petali e illuminarla: è la pianta nata vicino al pozzo ed è la sola che non ha bisogno di luce perché nei suoi fiori vive una lucciola.