Luigi

Ancora mi vedo: io bambina, sorridere alle cosiddette “cose dei grandi”.

Certo! Una bimba un po’ sui generis, diversa, diceva mio nonno.
Mio nonno.
Ancora riesco a ricordare la sua voce calda al mattino, roca la sera, il suo odore di Nazionali e whiskey, la sua rabbia la domenica sera durante il Novantesimo minuto per l’ennesimo undici alla schedina, le sue grosse mani che mi reggono da dietro mentre metto piede sulla mia prima bici, le sue lunghissime gambe sotto cui mi riparavo durante i botti della santa, la sua ruvida mano che mi accompagna alla macchina, i suoi interminabili silenzi.
Io l’ho visto piangere.
Quel giorno mi sono sentita adulta, come solo una bambina può sentirsi tale.
Sto salendo le scale, sento già l’odore di dopobarba e la radiolina di casa dei miei nonni suonare. No, non è la radiolina, è la televisione. Devo ancora andare a scuola, è mattina presto. Chissà per quale futile motivo io oggi sto passando da lì. La porta è socchiusa, lui deve averla lasciata così. Do una scampanellata per avvisare che sono arrivata. Devo essere entrata con il mio solito sorriso: tranquilli è tutto a posto. Si, devo essere entrata con il mio solito sorriso perché ricordo che svanì immediatamente, appena misi piede lì dentro. Ho subito avvertito qualcosa di alterato, di storto. Non c’era nessuno all’ingresso. Come mai nessuno mi veniva incontro? Butto via lo zaino e chiamo mio nonno. Lui non risponde. Invece, sento mia nonna che mi chiama, ha la voce roca, ha pianto. È ancora in camera da letto, lui non l’ha alzata, l’ha lasciata lì sul letto. Lei non può muoversi, è paralitica. Da poco.
Da poco è tornata da Parigi dove è stata operata ed ancora, a stento, riesce a muovere le braccia. La mia prima impressione quando la vedo lì sul letto, stesa, che prova ad alzarsi e a dimenarsi, è quella di una tartaruga capovolta che si divincola disperatamente.
Kafka nella sua Metamorfosi ne fa una descrizione esemplare quando Gregor Sams, già scarafaggio, si ribalta e pensa che la sua fine sia vicina. Mi sono sentita come la sorella di Gregor, Grete, che con sorriso materno le offre aiuto.
Sorriso sì, perché questo ho fatto quando ho visto mia nonna quel giorno, in quello stato: buffa e faceta. Ho sorriso. Mi sono avvicinata al suo letto e, pur sapendo che stava vivendo un dramma esemplare, mi sono accostata a lei con una disinvoltura straordinaria, dandole il buongiorno, come sempre, con un bacio sulla guancia. Questo deve averla spiazzata, almeno per un po’. Lei sorride, ma solo per pochi secondi. Dopo si fa subito cupa e si rimette a piangere. Mi rendo conto che la serranda non è ancora stata alzata. Le chiedo perché piange e cosa è accaduto.
Comunque so già tutto.
Hanno litigato: lei vuole che le cose vengano fatte in un certo modo, lui non è capace di farle sempre nello stesso modo.
Le dico che lui le vuole un mondo di bene e che deve cercare di capirlo. Solo questo riesco a pronunciare. Lei piange e piange. Io le accarezzo i capelli e le ripeto sempre che non deve dimenticarsi di quanto lui le vuole bene e tutto si sistemerà. Piano piano lei si calma. Penso si sia dimenticata di avere di fronte una ragazzina di prima media. Io, invece, ci penso in continuazione. Mentre lei piange, mentre lei lo ingiuria, io penso sempre di essere una ragazzina. Solo una ragazzina. Ci penso ancora.
Cerco di alzarla, ma lei si fa dura, oppone resistenza e dice che vuole che sia lui a metterla sù, come tutte le mattine. Aspetto che si calmi del tutto o quasi. Le dico che andrò di là e che cercherò di parlargli. Io, una ragazzina. Questo la tranquillizza. Comincia a sorridermi mentre ancora le accarezzo i capelli. Mi allontano dal suo letto, vado verso la serranda e la alzo. Una luce accecante entra nella stanza. Fuori c’è il sole e fa caldo. Vado verso la cucina, spengo la luce ancora accesa. Mentre vado di là sospiro, sento come un magone in gola. Ancora non so quello che mi attende. Sorridere, sorridere sempre.
Sento la televisione. Sento la voce di Marco Columbro, deve essere Buongiorno Italia su Canale 5. Parlano di pancreas o una roba del genere. Ci fossero almeno i cartoni, penso. Mi carico di coraggio ed entro.
Una ragazzina.
Lui ha le braccia incrociate sul tavolo e tiene la testa lì, in mezzo. Piange. Capisco.
È lui la vera vittima. Una sigaretta fuma da sé in un posacenere di vetro verde. Si sente ancora l’odore del caffè. È ancora in pigiama. Bianco a righe blu. Piange, piange, piange.
Non so proprio come deve sentirsi e per un attimo mi domando se ho un vestito adatto alla situazione. Ci vuole coraggio a consolare tuo nonno con i jeans strappati alle ginocchia.
Lo chiamo, lui alza lentamente la testa e si volta verso di me.
“Giulia”. Pronuncia il mio nome con angoscia e rassegnazione. Lui sa che io non dovrei esser lì in quel momento, lui sa di avere di fronte una ragazzina. Eppure mi ha sentito scampanellare, non può non avermi sentito. La certezza: la porta era socchiusa. Anche lui mi vuole lì e allora mi siedo, accanto a lui.
La cucina è uguale a quella dei miei genitori, anche i mobili sono collocati nello stesso modo. Io, ogni volta che vi entro, non posso fare a meno di notare questa stranezza. Lo noto ancora oggi: che assurdità!
Qui la situazione è notevolmente diversa: non posso mica accarezzare i capelli di mio nonno. Gli dico che la nonna si è calmata e che queste sono cose da nulla.
Lui mi guarda e mi sorride. Mi accarezza. Mi parla, mi parla. Mi racconta tutto. Lo ascolto. Mi racconta che non ce la fa più, che si sente solo, che ha bisogno di aiuto, che gli mancano le forze. Mi racconta di quanto soffre a vederla in quello stato.
“Mi lascerò morire, è meglio!” mi dice.
Lo osservo. Non lo vedo più come mio nonno, non è più un supereroe, non è più colui che mi porta alla villa tutte le domeniche d’inverno. È un uomo disperato, stanco, già invecchiato.
Un lungo momento di silenzio ci unifica. In TV parlano di quanto siano maleducati i giovani d’oggi. Sorrido. Lui sorride con me.
Gli consiglio di fumarsi una sigaretta, di lavarsi il viso, di tranquillizzarsi, di andare da lei, baciarla. Lui si alza e mentre si avvia verso il bagno noto che ha i pantaloni del pigiama strappati. Sorrido, di nuovo. Mi è venuta voglia di fumare.
Una ragazzina.
Uscendo da lì, do uno sguardo alla camera da letto. Lui la sta abbracciando e baciando. Piangono, insieme questa volta.
Mentre scendo le scale mi sento come se avessi salvato l’intera umanità da chissà quale catastrofe. Mi sento forte come fosse l’alba. Il portone si chiude alle mie spalle. Vado a scuola, oggi c’è compito d’Italiano.
Chiaramente, da quel giorno, agli occhi di mio nonno, divenni “speciale”, diversa. Io per un po’ gli credetti. Poi lui morì da lì a poco e io mi dimenticai di essere speciale.
Si chiamava Luigi.

Ancora oggi c’è chi dice che io abbia ereditato il suo carattere.
Non credo nella reincarnazione, neppure in quella dei caratteri. Di sicuro mio nonno era un personaggio atipico quindi credo di avergli rubato qualcosa.
Qualcosa di particolarmente attraente ed affascinante.
Non è stato sempre buono con me, ma lo è stato nei momenti migliori. Tuttora non riesco a staccarmi da certi ricordi. Anzi, in verità, io non riesco a separarmi da nessun ricordo. Per tutto.

 

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